Angolo delle citazioni (parte 1) (J.K. Rowling)

Faccio un passo indietro con questo mio quarto post, e inauguro l'indice delle citazioni che mi piacciono di più in assoluto, sia da libri che da interviste. 

Parte 1: Harry Potter e J. K. Rowling

NOTA: L’ordine in cui le ho messe potrà sembrarvi casuale, ma ha una sua struttura interna che secondo Me stimola l'interesse; e anche se avrei voluto inserircene molte altre (tutti i capitoli nella Stamberga Strillante del terzo libro, "Lo specchio delle brame" del primo, la furia di Harry a casa dei Dursley nel quinto, l'intero discorso di Silente a King's Cross nel settimo, il perdono a Kreacher sempre nel settimo, il funerale a Silente nel sesto, la passeggiata di Harry a sangue freddo verso la morte nel settimo) ho deciso di ridurre la cosa ai minimi termini, sfidarmi a fare una cernita tra quelle che mi hanno colpita maggiormente. Se qualcuno mi chiedesse di rispondere in breve alla domanda "perché ti piace Harry Potter?", potrei rispondere così. 

Soltanto due continuavano a combattere, a quel che pareva ignari del nuovo arrivo. Harry vide Sirius schivare il fiotto di luce rossa di Bellatrix e deriderla.
«Avanti, puoi fare di meglio!» le gridò, la voce echeggiante nella vastissima sala.
Il secondo getto luminoso lo colpì in pieno petto.
La risata non gli si era ancora spenta sul viso, ma il colpo gli fece sgranare gli occhi.
Senza rendersene conto, Harry lasciò andare Neville. Scese di nuovo a balzi i gradini ed estrasse la bacchetta, mentre anche Silente si voltava verso la piattaforma.
Sirius parve impiegare un’eternità a toccare terra: il suo corpo si piegò con grazia e cadde all’indietro oltre il velo logoro appeso all’arco.
Harry colse un misto di paura e stupore sul suo volto sciupato, un tempo così attraente, mentre varcava l’antica soglia e spariva dietro il velo, che per un momento ondeggiò come scosso da un forte vento, poi ricadde immobile.
Udì l’urlo di trionfo di Bellatrix Lestrange, ma sapeva che non significava niente… Sirius era solo caduto al di là dell’arco, da un momento all’altro sarebbe ricomparso…
Ma Sirius non ricomparve.
«SIRIUS!» urlò Harry. «SIRIUS!»
Era in fondo ai gradini, il fiato mozzo, i polmoni in fiamme. Di sicuro Sirius era dietro la tenda, lui, Harry, l’avrebbe tirato fuori…
Fece per lanciarsi verso la piattaforma, ma Lupin lo bloccò, circondandolo con le braccia, e lo trattenne.
«Non puoi fare niente, Harry…»
«Fermalo… salvalo… è appena passato…!»
«… è troppo tardi, Harry».
«Possiamo ancora raggiungerlo…» Harry si divincolò con violenza, ma Lupin non lo lasciò andare.
«Non puoi fare più niente, Harry… niente… se ne è andato». […]
«Non se n’è andato!» urlò Harry.
Non ci credeva; non ci voleva credere; si divincolò con tutte le sue forze. Lupin non capiva: c’era gente nascosta dietro quella tenda, Harry li aveva sentiti bisbigliare la prima volta che era entrato nella stanza. Sirius si stava nascondendo per tendere un agguato…
«SIRIUS!» urlò. «SIRIUS!» […]
Lupin lo trascinò lontano dalla piattaforma. Harry, ancora con gli occhi incollati all’arco, era furioso con Sirius perché si faceva aspettare…
Ma anche mentre continuava a divincolarsi, una parte di lui si rese conto che fino ad allora Sirius non lo aveva mai fatto aspettare. Sirius aveva sempre rischiato tutto, per vederlo, per aiutarlo… se non era riapparso quando Harry aveva urlato il suo nome come se la sua vita ne dipendesse, la sola spiegazione possibile era che non poteva… che era davvero…

“Harry Potter e l’Ordine della Fenice”, 746-748

«Capire è il primo passo per accettare, e solo accettando si può guarire».

"Harry Potter e il Calice di Fuoco"

  Harry guardò in basso e vide il riflesso della sua bacchetta sulla distesa nera. La barca scavava increspature profonde nella superficie vitrea, solchi nello specchio oscuro… 
  E poi Harry la vide, bianca come il marmo, galleggiare pochi centimetri sotto il pelo dell'acqua. 

«Professore!» esclamò, e la sua voce spaventata echeggiò sonora nel silenzio pesante. 
«Sì, Harry?»
«Credo di aver visto una mano… una mano umana!»
«Sì, esatto» rispose Silente, tranquillo. 
 Harry guardò di nuovo nell'acqua, in cerca della mano, e una sensazione di nausea gli salì in gola. 
«Quindi quella cosa che è balzata fuori…?»
 Ma Harry sapeva la risposta prima che Silente potesse dargliela; la luce della bacchetta aveva illuminato un nuovo tratto d'acqua, mostrandogli un uomo morto disteso a faccia in su appena sotto la superficie, gli occhi aperti velati come da ragnatele, capelli e abiti vorticanti come fumo attorno a lui. 
«Qui dentro ci sono dei cadaveri!» esclamò Harry, e la sua voce suonò molto più acuta del solito, quasi irriconoscibile. 
«Sì» rispose Silente, tranquillo, «ma non dobbiamo preoccuparcene, al momento».
«Al momento?» ripeté Harry, voltandosi a guardarlo. 

«Non finché scorrono tranquilli sotto di noi. Non c'è niente da temere da un cadavere, Harry, non più di quanto si debba aver paura del buio. Lord Voldemort, che segretamente li teme entrambi, non è d'accordo. Ma anche questo rivela la sua mancanza di saggezza. È l'ignoto che temiamo quando guardiamo la morte e il buio, nient'altro».      

"Harry Potter e il Principe Mezzosangue", 512-513

«Permettimi di prenderti una sedia… » 
E in effetti con un cenno della bacchetta [Silente] sollevò a mezz'aria una sedia, che roteò su se stessa per qualche secondo prima di cadere con un tonfo tra il professor Piton e la professoressa McGranitt. La professoressa Cooman, comunque, non si sedette. I suoi occhi enormi passarono in rassegna il tavolo; e all'improvviso lei emise una specie di strillo soffocato. 
«Non oso, professore! Se mi siedi con voi, saremo in tredici, la peggiore delle sfortune! Non dimenticate che quando tredici persone pranzano insieme, la prima ad alzarsi sarà la prima a morire!»
«Correremo questo rischio, Sibilla» disse la professoressa McGranitt impaziente. «Siediti, il tacchino si raffredda». 
La professoressa Cooman esitò, poi prese posto sulla sedia vuota, gli occhi chiusi, la bocca serrata, come in attesa che un fulmine colpisse la tavola. 
[…]
Pieni da scoppiare di cibo squisito, indossando ancora i cappelli spuntati dai cracker, Harry e Ron furono i primi ad alzarsi da tavola, e l'insegnante cacciò uno strillo. 
«Miei cari! Chi di voi si è alzato per primo? Chi? » 
«Non lo so» disse Ron, guardando incerto verso Harry. 
«Dubito che faccia molta differenza» disse gelida la professoressa McGranitt, «a meno che un pazzo armato di ascia non sia appostato dietro la porta pronto a fare a pezzi il primo che attraversa l'ingresso». 

"Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban", 195-196

«E la sua conoscenza è rimasta terribilmente lacunosa, Harry! Ciò che Voldemort non ritiene importante, non si dà la pena di conoscerlo. Di elfi domestici e storie per bambini, di amore, fedeltà e innocenza, Voldemort non sa e non ne capisce niente. Niente. Che tutti hanno un potere che va oltre il suo, oltre la portata di qualunque magia, è una verità che non ha mai afferrato». 

"Harry Potter e i Doni della Morte", 652

«Se vuoi sapere com'è un uomo, guarda bene come tratta i suoi inferiori, non i suoi pari». 

"Harry Potter e il Calice di Fuoco", 448

«Resta poco tempo, a ogni modo», rispose Silente. «Quindi consideriamo le tue alternative, Draco». 
«Le mie alternative!» gridò Malfoy. «Sono qui con una bacchetta… sto per ucciderla…»
«Mio caro ragazzo, smettiamo di prenderci in giro. Se fossi in grado di uccidermi, l'avresti fatto subito dopo avermi Disarmato, non ti saresti fermato a fare questa piacevole chiacchierata». 
«Io non ho alternative!» esclamò Malfoy, all'improvviso bianco come Silente. «Devo farlo! Lui mi ucciderà! Ucciderà la mia famiglia!» 
«Mi rendo conto della gravità della tua posizione» convenne Silente. «Perché credi che non ti abbia affrontato prima d'ora se no? Perché sapevo che saresti stato ucciso se Lord Voldemort avesse compreso che sospettavo di te». 
 Malfoy sussultò sentendo pronunciare quel nome. 
«Sapevo della tua missione, ma non ho osato parlartene nel caso che usasse la Legilimanzia contro di te» continuò Silente. «Ma ora possiamo parlare chiaro… non è stato fatto alcun male, non hai ferito nessuno, anche se devi solo alla fortuna che le tue vittime siano sopravvissute… Io posso aiutarti, Draco…»
«Non può, invece» ribatté Malfoy. Ormai la sua bacchetta tremava incontrollabilmente. «Nessuno può aiutarmi. Mi ha detto che se non lo faccio mi ucciderà. Non ho scelta». 
«Passa dalla parte giusta, Draco. Possiamo nasconderti meglio di quanto tu possa immaginare. E, cosa più importante, manderò dei membri dell'Ordine da tua madre stanotte, per nascondere anche lei. Tuo padre per ora è al sicuro ad Azkaban… Quando verrà il momento potremo proteggere anche lui… Passa dalla parte giusta, Draco… tu non sei un assassino…»
  Malfoy fissò il Preside, sbalordito. 
«Ma sono arrivato fino a qui, no?» disse lentamente. «Credevano che sarei morto, e invece sono qui… e lei è in mio potere… Ho la bacchetta in pugno… lei è qui, a chiedermi pietà…»
«No, Draco» ribatté Silente, tranquillo. «È la mia pietà, e non la tua, che conta adesso». 
 Malfoy non parlò. Aveva la bocca aperta, e la mano con la bacchetta tremava ancora. Harry credette di vederla abbassarsi… 

"Harry Potter e il Principe Mezzosangue", 535-536

«Era come se qualcuno mi avesse acceso un fuoco nella testa, e i Dissennatori non potevano spegnerlo… non era una sensazione piacevole… era un'ossessione… ma mi diede forza, mi snebbiò la mente. […] Credimi. Credimi, Harry. Non ho mai tradito James e Lily; sarei morto piuttosto che tradirli». 

"Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban", 315

Silente aprì gli occhi. Piton era sconvolto. 
«L'hai tenuto in vita perché possa morire al momento giusto?»
«Non esserne stupito, Severus. Quanti uomini e donne hai visto morire?»
«Di recente, solo quelli che non sono riuscito a salvare» rispose Piton. Si alzò. «Tu mi hai usato». 
«Sarebbe a dire?»
«Ho fatto la spia per te, ho mentito per te, ho corso rischi mortali per te. Credevo che servisse a proteggere il figlio di Lily Potter. Adesso mi dici che l'hai allevato come una bestia da macello…»
«Ma è commovente, Severus» osservò Silente, serio. «Ti sei affezionato al ragazzo, dopotutto?»
«A lui?» urlò Piton. «Expecto Patronum!»
Dalla punta della sua bacchetta affiorò la cerva d'argento: atterrò sul pavimento dell'ufficio, fece un balzo e si tuffò fuori dalla finestra. Silente la guardò volar via e quando il suo bagliore argenteo svanì si rivolse a Piton, con gli occhi pieni di lacrime. 
«Dopo tutto questo tempo?»
«Sempre
» rispose Piton. 

"Harry Potter e i Doni della Morte", 631-632

«E chi è costui?» domandò, con il suo morbido sibilo di serpente. «Chi si è offerto volontario per dimostrare che cosa accade a coloro che continuano a combattere quando la battaglia è perduta?»
  Bellatrix diede in una risata gioiosa. 
«È Neville Paciock, mio Signore! Il ragazzo che ha dato tanti grattacapi ai Carrow! Il figlio degli Auror, ricordate?» 
«Ah, sì, ricordo» mormorò Voldemort, guardando Neville che cercava di rialzarsi, disarmato e allo scoperto, nella terra di nessuno tra i sopravvissuti e i Mangiamorte. «Ma tu sei un Purosangue, vero, mio coraggioso ragazzo?» gli chiese, e Neville si alzò in piedi davanti a lui, le mani vuote chiuse a pugno. 
«E allora?» rispose ad alta voce. 
«Mostri spirito e ardimento, e discendi da una nobile stirpe. Sarai un Mangiamorte molto prezioso. Abbiamo bisogno di gente come te, Neville Paciock». 
«Mi unirò a te quando l'inferno gelerà
» ribatté Neville. 

"Harry Potter e i Doni della Morte", 671

  La storia della fuga di Fred e George fu ripetuta così spesso nei giorni successivi che — Harry ne era sicuro — presto sarebbe diventata leggenda a Hogwarts: nel giro di una settimana, perfino coloro che avevano assistito alla scena erano quasi convinti di aver visto i gemelli scendere in picchiata sulla Umbridge sulle loro scope e tempestarla di Caccambombe prima di sfrecciare fuori dal portone. Già molti parlavano di imitarli: Harry sentì diversi studenti fare battute del tipo «Certi giorni avrei proprio voglia di saltare su una scopa e piantare questo posto», o «Un'altra lezione del genere e me la svigno come i Weasley»
 
Fred e George avevano fatto in modo che nessuno potesse dimenticarli tanto presto. Per cominciare, non avevano lasciato istruzioni su come disfarsi della palude, che al momento riempiva il corridoio al quinto piano dell'ala est. La Umbridge e Gazza furono visti tentare in tutti i modi, ma senza successo. Alla fine la zona fu recintata e Gazza, digrignando furiosamente i denti, doveva traghettare gli studenti verso le aule. Harry era sicuro che insegnanti come la McGranitt e Vitious sarebbero stati capaci di eliminarla in un baleno ma, come nel caso dei Fuochi Forsennati, sembrava che preferissero state a guardare le inutili fatiche della Umbridge. 
  Poi c'erano i due grossi squarci a forma di scopa nella porta dell'ufficio della Preside, aperti dalle Tornado di Fred e George nella fretta di raggiungere i loro padroni. Gazza sostituì la porta e trasportò la Firebolt di Harry nei sotterranei, dove girava voce che la Umbridge avesse messo in guardia una squadra di troll armati fino ai denti. Ma i suoi guai erano appena cominciati. 
 
Ispirati dall'esempio di Fred e George, parecchi studenti avevano deciso di entrare in lizza per la posizione da poco vacante di Combinadisastri-in-Capo. Nonostante la porta nuova, qualcuno riuscì a infilare nell'ufficio della Umbridge uno Snaso dal grugno peloso, che prima demolì la stanza alla ricerca di oggetti luccicanti e poi, quando lei entrò, le saltò addosso e tentò di strapparle a morsi gli anelli dalle dita tozze. Il lancio di Caccambombe e Pallottole Puzzole nei corridoi era così frequente che per assicurarsi una provvista di aria fresca gli studenti presero l'abitudine di eseguire su se stessi un incantesimo Testabolla prima di uscire dalle aule, anche se così sembrava che avessero infilato la testa dentro una boccia di pesci rossi. 
 
Gazza si aggirava per i corridoi brandendo una frusta, ansioso di usarla sui colpevoli, ma ce n'erano così tanti che non sapeva da chi cominciare. La Squadra d'Inquisizione tentava di aiutarlo, ma ai suoi componenti continuavano a capitare gli incidenti più strani. Warrington della squadra di Quidditch di Serpeverde fu ricoverato in infermeria con un'orribile malattia della pelle, che pareva ricoperta di fiocchi d'avena; e il giorno dopo, con grande gioia di Hermione, Pansy Parkinson saltò tutte le lezioni perché le era spuntato un imponente palco di corna. 
 
Nel frattempo divenne chiaro che, prima di lasciare Hogwarts, Fred e George erano riusciti a vendere una consistente provvista di Merendine Marinare. Appena la Umbridge entrava in classe, gli studenti cominciavano a svenire, vomitare, avvampare di febbre, perdere sangue dal naso. Strillando di rabbia e di frustrazione, lei cercò di risalire alla causa dei sintomi misteriosi, ma gli allievi continuavano a ripetere ostinati di essere afflitti da 'Umbridgite'. Alla fine, dopo aver messo in castigo quattro classi una dopo l'altra senza essere riuscita a scoprire il loro segreto, fu costretta a permettere agli studenti sanguinanti, vacillanti, febbricitanti o vomitanti di lasciare l'aula in blocco. 
 
Ma nemmeno i consumatori di Merendine Marinare potevano competere con il signore del caos, Pix, che evidentemente aveva preso a cuore le parole di congedo di Fred. Ridacchiando come un folle, sfrecciava per la scuola rovesciando tavoli, sbucando a sorpresa dalle lavagne, capovolgendo statue e vasi; e per ben due volte chiuse Mrs Purr dentro un'armatura, dalla quale fu estratta ululante dal custode furioso. Pix frantumava lanterne e spegneva candele, faceva volteggiare torce fiammeggianti sulle teste degli studenti atterriti, scagliava ordinate file di pergamene tra le fiamme o fuori dalla finestra. Aprì tutti i rubinetti dei bagni, inondando il secondo piano; rovesciò un sacco pieno di tarantole in mezzo alla Sala Grande durante la colazione; e quando aveva voglia di rilassarsi, svolazzava per ore dietro alla Umbridge, facendole una pernacchia ogni volta che lei apriva bocca. 
 
Di tutto il personale, soltanto Gazza sembrava intenzionato ad aiutarla. Addirittura, una settimana dopo la fuga di Fred e George, Harry vide la professoressa McGranitt passare accanto a Pix, che trafficava attorno a un lampadario di cristallo, e poteva giurare di averla sentita sussurrare al poltergeist: «Si svita dall'altra parte»

"Harry Potter e l'Ordine della Fenice", 632-634

 Lentamente, Harry tornò da lui, senza sapere cosa dire o fare. Ron aveva il respiro affannato. I suoi occhi non erano più rossi, ma dell'azzurro consueto; erano umidi, anche. 
 Harry si chinò, fingendo di non averlo notato, e raccolse l'Horcrux spezzato. Ron aveva trafitto il vetro di entrambe le finestrelle; gli occhi di Riddle erano spariti e la fodera di seta macchiata fumava. La cosa che era vissuta nell'Horcrux era scomparsa; torturare Ron era stato il suo ultimo atto. 
 La spada produsse un suono metallico quando Ron la lasciò cadere a terra. Era in ginocchio, la testa fra le braccia. Tremava, ma Harry capì che non era per il freddo. Si ficcò in tasca il medaglione rotto, s'inginocchiò accanto a Ron e gli posò cautamente una mano sulla spalla. Interpretò come un buon segno che l'amico non l'allontanasse. 

«Dopo che te ne sei andato» mormorò, grato del fatto che il volto di Ron fosse nascosto, «ha pianto per una settimana. Forse anche di più, ma non voleva farsi vedere. Per molte notti non ci siamo nemmeno rivolti la parola. Senza di te…»
 Non riuscì a finire; solo adesso che Ron era di nuovo lì capiva davvero quanto fosse costata loro la sua assenza. 
«È come una sorella per me» riprese. «Le voglio bene come a una sorella e immagino che per lei sia la stessa cosa. È sempre stato così. Credevo che lo sapessi». 
[…]
«Mi dispiace» disse Ron con voce velata. «Mi dispiace di essere andato via. Lo so che sono stato un… un…» 
 Si guardò intorno nel buio, come se sperasse che una parola abbastanza brutta gli piombasse addosso e se lo portasse via. 
«Direi che questa notte ti sei fatto perdonare» ribatté Harry. «Hai preso la spada. Hai distrutto l'Horcrux. Mi hai salvato la vita». 
«Detto così, mi fa sembrare molto più figo di quello che sono stato», borbottò Ron. 
«Questo genere di cose sembra sempre più figo di quello che è stato» replicò Harry. «Sono anni che cerco di dirtelo
». 

"Harry Potter e i Doni della Morte", 349-350

Ma finalmente capiva quello che Silente aveva cercato di dirgli. Era, si disse, la differenza fra l'essere trascinato nell'arena ad affrontare una battaglia mortale e scendere nell'arena a testa alta. Forse qualcuno avrebbe detto che non era una gran scelta, ma Silente sapeva – e lo so anch'io – pensò Harry con uno slancio di feroce orgoglio – e lo sapevano i miei genitori – che c'era tutta la differenza del mondo.

"Harry Potter e il Principe Mezzosangue", 466

«A me nel frattempo fu offerto il posto di Ministro della Magia, e non una sola volta. Naturalmente rifiutai. Avevo imparato che non ero adatto al potere».
«Ma lei sarebbe stato molto, molto meglio di Caramell o Scrimgeour!» sbottò Harry.
«Pensi?» chiese Silente in tono grave. «Non ne sono così sicuro. Da giovane avevo dimostrato che il potere era la mia debolezza e la mia tentazione. È curioso, Harry, ma forse i governanti migliori sono quelli che non l'hanno mai desiderato. Quelli che, come te, si vedono affidare la guida e raccolgono lo scettro perché devono, e scoprono con loro sorpresa di impugnarlo bene.»

"Harry Potter e i Doni della Morte", 659

«So quello che provi, Harry» disse pacato Silente.
«No che non lo sa». La voce di Harry esplose nella stanza, mentre una collera rovente lo invadeva; Silente non sapeva nulla di quello che provava.
«Vedi, Silente?» disse Phineas Nigellus malizioso. «Mai cercare di capire gli studenti. Lo detestano. Preferiscono di gran lunga essere tragicamente incompresi, crogiolarsi nell’autocommiserazione, cuocere nel proprio…»
«Basta così, Phineas» lo interruppe Silente.
Harry gli voltò la schiena e guardò fuori dalla finestra. In lontananza vide lo stadio di Quidditch. Una volta Sirius vi era apparso sotto la forma di un arruffato cane nero, per vederlo giocare… probabilmente per vedere se era bravo quanto James… Harry non gliel’aveva mai chiesto…
«Non devi vergognarti di quello che provi» riprese Silente. «Anzi… poter provare un dolore così grande è la tua vera forza».
Harry sentì la collera lambirgli le viscere, fiammeggiando nel vuoto terribile, riempiendolo del desiderio di ferire Silente, di punirlo per la sua calma e per le sue parole vuote.
«La mia vera forza, eh?» disse con voce tremante, fissando senza vederlo lo stadio di Quidditch. «Lei non ha idea… lei non sa…»
«Che cos’è che non so?» chiese calmo Silente.
Era troppo. Harry si voltò, tremando di collera.
«Non voglio parlare di quello che provo, capito?»
«Harry, soffrire così dimostra che sei un uomo! Questo dolore fa parte dell’essere umano…»
«ALLORA… NON… VOGLIO… ESSERE… UMANO!» ruggì Harry. Afferrò un delicato strumento argenteo dall’esile tavolino accanto a lui e lo scaraventò dall’altra parte della stanza; si fracassò in mille pezzi contro la parete. Parecchi ritratti lanciarono grida di collera e di spavento e quello di Armando Dippet esclamò: «Insomma!»
«NON M’IMPORTA!» gridò loro Harry, afferrando un Lunascopio e lanciandolo nel camino. «NE HO ABBASTANZA, HO VISTO ABBASTANZA, VOGLIO USCIRNE, VOGLIO CHE FINISCA, NON M’IMPORTA PIÙ…»
Sollevò di peso il tavolino e lo scaraventò sul pavimento; le gambe sottili si spaccarono e rotolarono ciascuna in una direzione diversa.
«Sì che t’importa» disse Silente. Non era trasalito, né aveva fatto un solo gesto per impedirgli di demolire l’ufficio. La sua espressione era serena, quasi distaccata. «T’importa al punto che ti sembra di dissanguarti dal dolore.»
«Io… NO!» urlò Harry, così forte da avere l’impressione che gli si lacerasse la gola, e per un istante provò l’impulso di gettarsi su Silente e spezzare anche lui, di rompere quella vecchia faccia impassibile, di scrollarlo, ferirlo, fargli provare una minima parte dell’orrore che aveva dentro.
«Sì, invece» continuò Silente con calma ancora maggiore. «Hai perso tua madre, tuo padre, e anche la persona più vicina a un genitore che tu abbia mai conosciuto. Certo che t’importa».
«LEI NON SA QUELLO CHE PROVO!» urlò Harry. «LEI… SE NE STA LÌ… LEI…»
Ma urlare non era abbastanza, fare tutto a pezzi non era abbastanza, voleva fuggire, voleva correre senza più fermarsi e non guardarsi mai indietro, andare dove non potesse più vedere quei chiari occhi azzurri, quella vecchia faccia odiosamente serena. Corse d’impeto alla porta e scrollò con forza la maniglia.
Ma la porta non si aprì.
Si voltò verso Silente.
«Mi faccia uscire» disse. Tremava da capo a piedi.
«No».
«Se non… se continua a tenermi qui… se non mi lascia…»
«Continua pure a distruggere le mie cose» replicò tranquillo Silente. «Ne ho fin troppe, direi».
Senza staccargli gli occhi di dosso, andò a sedersi alla scrivania.

“Harry Potter e l’Ordine della Fenice”, 761-763

«Vedi, tutti credono che tu sia davvero il Prescelto» proseguì il Ministro. «Pensano che tu sia l’eroe… e naturalmente lo sei, Harry, Prescelto o no! Quante volte hai affrontato ormai Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato? Be’, comunque» continuò, senza aspettare risposta, «il fatto è che sei un simbolo di speranza per molti, Harry. L’idea che ci sia qualcuno che potrebbe riuscire, che potrebbe addirittura essere destinato a distruggere Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato… ecco, è ovvio che dà un certo sollievo alla gente. E io non posso fare a meno di pensare che quando te ne renderai conto potrai considerare, ecco, quasi un dovere schierarti al fianco del Ministero e dare un sostegno morale a tutti».
  Lo gnomo era appena riuscito a impossessarsi di un verme. Lo tirava forte, cercando di sfilarlo dal suolo gelato. Harry rimase in silenzio così a lungo che Scrimgeour disse, spostando lo sguardo da lui allo gnomo: «Buffe creature, eh? Ma tu che ne dici, Harry?»
«Non riesco a capire cosa vuole da me» replicò Harry lentamente. «’Schierarmi a fianco del Ministero’… che significa?»
«Oh, be’, niente di oneroso, te lo garantisco» rispose Scrimgeour. «Vederti entrare e uscire ogni tanto dal Ministero, per esempio, darebbe la giusta impressione. E già che ci sei potresti avere ampie opportunità di parlare con Gawain Robards, il mio successore a capo dell’Ufficio Auror. Dolores Umbridge mi ha detto che tu accarezzi il sogno di diventare un Auror. Insomma, si potrebbe fare in modo che succeda facilmente…»
Harry sentì la rabbia ribollirgli in fondo allo stomaco: Dolores Umbridge era ancora al Ministero?
«Insomma» rispose, come se volesse solo chiarire alcuni punti, «vorrebbe dare l’impressione che io lavori per il Ministero?»
«Sarebbe di grande conforto per tutti credere che tu sia più coinvolto, Harry» confermò Scrimgeour, sollevato che Harry avesse capito così in fretta. «Il Prescelto, sai… si tratta di dare alla gente speranza, la sensazioe che siano in ballo grandi cose…»
«Ma se io continuo a entrare e uscire dal Ministero» proseguì Harry, sempre sforzandosi di mantenere un tono amichevole, «non sembrerà che io approvi quanto sta facendo il Ministero?»
«Be’» fece Scrimgeour, accigliandosi appena, «ecco, sì, in parte è quello che vorremmo…»
«No, non credo che possa andare» concluse Harry in tono amabile. «Vede, a me non piacciono alcune cose che il Ministero sta facendo. Sbattere dentro Stan Picchietto, per esempio».
  Scrimgeour tacque per un momento, ma la sua espressione s’indurì di botto.
«Non mi aspetto che tu possa capire» rispose, e non fu bravo quanto Harry nel controllare la rabbia. «Questi sono tempi pericolosi e bisogna prendere certe misure. Tu hai sedici anni…»
«Silente ne ha molti di più, e anche lui pensa che Stan non dovrebbe stare ad Azkaban» replicò Harry. «Ne state facendo un capro espiatorio, e di me volete fare una mascotte».
 Si guardarono, a lungo e intensamente. Infine Scrimgeour sbottò, senza più fingere cordialità: «Capisco. Tu preferisci – come il tuo eroe Silente – dissociarti dal Ministero?»
«Io non voglio essere usato» ribatté Harry.
«C’è chi direbbe che è tuo dovere farti usare dal Ministero!»
«E c’è chi direbbe che è vostro dovere controllare che le persone siano davvero Mangiamorte prima di metterle in galera» ribatté Harry, con rabbia crescente. «Lei sta facendo quello che faceva Barty Crouch. Non capite mai, voi, vero? Prima Caramell, che fa finta che tutto vada benone mentre la gente viene assassinata sotto il suo naso, poi lei che sbatte dentro quelli sbagliati e vuole far la scena di aver arruolato il Prescelto!»
«Quindi tu non sei il Prescelto?» domandò Scrimgeour.
«Ha detto che non importava» rise Harry, amaro. «Non a lei, comunque.»
«Non avrei dovuto dirlo» fece Scrimgeour in fretta. «Sono stato insensibile…»
«No, è stato onesto» lo corresse Harry. «È una delle poche cose oneste che mi ha detto. A lei non importa che io viva o muoia, le interessa solo che la aiuti a convincere tutti che state vincendo la guerra contro Voldemort. Non ho dimenticato, Ministro…»
  Alzò il pugno destro. Bianche e lucide sul dorso della mano gelata c’erano le cicatrici delle parole che Dolores Umbridge lo aveva costretto a incidere nella sua stessa carne: Non devo dire bugie.
«Non ricordo di averla vista correre in mia difesa quando cercavo di dire a tutti che Voldemort era tornato. Il Ministero non aveva tanta voglia di fare amicizia l’anno scorso».
  Rimasero in un silenzio ghiacciato quanto il suolo sotto i loro piedi. Lo gnomo era riuscito a sfilare il suo verme da terra e lo succhiava allegramente, appoggiandosi contro i rami più bassi del cespuglio di rododendro.
«Che cos’ha in testa Silente?» chiese Scrimgeour in tono brusco. «Dove va durante le sue assenze da Hogwarts?»
«Non ne ho idea» rispose Harry.
«E anche se lo sapessi non me lo diresti, vero?»
«No, non glielo direi».
«Be’, allora vedrò di scoprirlo in un altro modo».
«Può provarci» replicò Harry con indifferenza. «Ma lei sembra più abile di Caramell, quindi avrà imparato dai suoi errori. Lui ha cercato di intromettersi a Hogwarts. Avrà notato che non è più Ministro, ma Silente è ancora Preside. Lo lascerei in pace, se fossi in lei».
  Ci fu una lunga pausa.
«Be’, mi sembra chiaro che ha fatto un ottimo lavoro con te» riprese Scrimgeour, gli occhi freddi e duri dietro le lenti di metallo. «Sei l’uomo di Silente, sempre e comunque, Potter?»
«Esatto» concluse Harry. «E sono contento che l’abbiamo chiarito».
 Voltò le spalle al Ministro della Magia e tornò a grandi passi verso la casa.

“Harry Potter e il Principe Mezzosangue”, 317-320

«Che cos'è quella roba?» ringhiò fissando la busta che Harry aveva ancora in mano. «Se è un altro modulo da firmare, non se ne…»
«No» rispose Harry allegro, «è una lettera del mio padrino.»
«Padrino?» farfugliò zio Vernon. «Tu non hai un padrino…»
«Sì che ce l'ho» disse Harry felice. «Era il migliore amico di mamma e papà. È stato condannato per omicidio, ma è fuggito dalla prigione dei maghi e ora è latitante. Comunque vuole tenersi in contatto con me… per sapere cosa mi succede ed assicurarsi che io sia felice…»
E sorridendo all'espressione di terrore apparsa sulla faccia di zio Vernon, Harry puntò all'uscita della stazione, con Edvige che volava davanti a lui, verso quella che prometteva essere un'estate molto migliore delle precedenti.

"Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban", 366

«Aspetta un po'…» mormorò Harry a Ron. «c'è una sedia vuota, al tavolo degli insegnanti… Dov'è Piton?»
«Forse è malato» disse Ron tutto speranzoso.
«Forse se n'è andato» disse Harry, «perché ancora una volta non è stato nominato insegnante di Difesa contro le Arti Oscure»
«O magari è stato licenziato» suggerì Ron con entusiasmo. «Voglio dire, tutti lo detestano…»
«O forse» disse una voce glaciale alle loro spalle «sta aspettando di sapere perché voi due non siete arrivati con il treno della scuola».

"Harry Potter e la Camera dei Segreti", 72


James Potter, nato il 27 marzo 1960, morto il 31 ottobre 1981
Lily Potter, nata il 30 gennaio 1960, morta il 31 ottobre 1981

L'ultimo nemico che sarà sconfitto è la morte

  Harry lesse le parole lentamente, come se avesse un'unica possibilità di comprenderne il significato, e lesse l'ultima frase ad alta voce. 
«'L'ultimo nemico che sarà sconfitto è la morte'…» Un terribile pensiero gli attraversò la mente e con esso una specie di panico. «Non è un'idea da Mangiamorte? Che ci fa, lì?»
«Non vuol dire sconfiggere la morte nel senso dei Mangiamorte, Harry» rispose Hermione con dolcezza. «Vuol dire… capisci… vivere oltre la morte. Dopo la morte». 
  Ma non erano vivi, pensò Harry: erano morti. Quelle parole vuote non potevano nascondere il fatto che i resti dei suoi genitori giacevano sotto la neve e la pietra, indifferenti, ignari di tutto. Le lacrime gli sgorgarono prima che potesse trattenerle, bollenti e poi immediatamente gelate sul suo volto, e a cosa serviva asciugarle o fingere? Le lasciò cadere, le labbra strette, guardando la spessa neve che copriva il posto dove i resti di Lily e James, ormai ossa o polvere, giacevano senza sapere, o senza curarsene, che il loro figlio era così vicino, col cuore che ancora batteva, ancora vivo grazie al loro sacrificio e prossimo ad augurarsi, in quel momento, di dormire invece sotto la neve insieme a loro. 
  Hermione gli aveva preso di nuovo la mano e la stringeva forte. Harry non riusciva a guardarla, ma restituì la stretta, e inspirò profondamente l'aria della notte, cercando di calmarsi, di riprendere il controllo. Avrebbe dovuto portare qualcosa da offrire ai suoi genitori, non ci aveva pensato, e ogni pianta nel cimitero era gelata e senza foglie. Ma Hermione alzò la bacchetta, disegnò un cerchio nell'aria e una corona di elleboro sbocciò davanti a loro. Harry la prese e la posò sulla tomba. 
 Non appena si alzò, ebbe il desiderio di andarsene: non riusciva a stare lì un momento di più. Cinse le spalle di Hermione, lei gli passò il braccio attorno alla vita, si girarono in silenzio e si allontanarono attraverso la neve, oltre la tomba della madre e della sorella di Silente, verso la chiesa buia e il cancello del cimitero. 

 

"Harry Potter e i Doni della Morte", 304-305

E vogliamo parlare di J. K. Rowling? Parliamone, non c’è modo migliore di farlo se non linkando la mia intervista preferita a lei e trascrivendo un paio di cose che c’erano sul suo vecchio sito e che per fortuna dopo l’aggiornamento dei fan hanno conservato:

Tutto è iniziato in macchina, mentre andavo agli studi cinematografici Leavesden. Ho trascorso parte del tempo leggendo una rivista con diverse foto patinate di una giovanissima donna che dev'essere gravemente malata, o che probabilmente soffre di un problema alimentare (il che, naturalmente,è la stessa cosa); non ci sono altre spiegazioni per la forma del suo corpo. Può dire finché vuole che mangia moltissimo,che è sempre attiva e che ha il metabolismo più veloce del mondo..Può dirlo finché non le cade la lingua, ma l'addome concavo,le costole sporgenti e le braccia simili a bastoncini raccontano una storia diversa. Questa ragazza ha bisogno di aiuto, ma il mondo è quello che è, e quindi la mettono sulle copertine delle riviste. Tutto questo mentre leggevo la rivista, poi sono passata oltre.
Ma l'argomento 'ragazze e magrezza' è saltato di nuovo fuori poco dopo l'arrivo agli studi. Stavo parlando con uno degli attori e, non so come, il discorso è caduto su una ragazza che conosce che viene chiamata 'grassa' da alcune incantevoli compagne di classe. "Ma" ha detto l'attore, genuinamente perplesso, "lei non è davvero grassa".
"'Grassa' è di solito è il primo insulto che una ragazza rivolge a un'altra quando vuole ferirla" ho detto; ricordavo di averlo visto succedere sia quando andavo a scuola, sia tra le adolescenti a cui insegnavo. Potevo però vedere che per lui, maschio ed equilibrato, era un comportamento molto bizzarro; come gridare "Idiota!" a Stephen Hawking. La sua perplessità di fronte a questa caratteristica quotidiana del mondo femminile mi ha fatto ricordare com’è strano e malsano l’insulto “grassa”. Voglio dire, è davvero “grasso” la cosa peggiore che un essere umano possa essere? Essere “grassi” è peggio che essere “vendicativi”, “gelosi”, “superficiali”, “vanitosi”, “noiosi” o “crudeli”? No, non per me; ma del resto, potreste ribattere, che ne so io delle pressioni sociali sulla magrezza? Non sono giudicata per il mio aspetto, visto che sono una scrittrice e mi guadagno da vivere usando il cervello…
Quella sera sono andata al British Book Awards. Dopo la premiazione mi sono imbattuta in una donna che non vedevo da quasi tre anni. Sapete qual è stata la prima cosa che mi ha detto? “Sei dimagrita parecchio dall’ultima volta che ti ho vista!”.
“Beh”, ho risposto, leggermente sconcertata, “l’ultima volta che ci siamo viste avevo appena avuto un bambino.”
Ma quello che avrei voluto dire era: “Dall’ultima volta che ci siamo viste ho prodotto il mio terzo figlio e il mio sesto romanzo. Queste cose non sono più importanti e più interessanti della mia taglia?”
E invece no… la mia vita sembrava più sottile! Dimentichiamo i figli e i libri: finalmente c’è qualcosa di cui essere orgogliosi!
Quindi l’argomento grassezza-magrezza-donne mi ha impegnato la mente mentre tornavo a Edimburgo in aereo il giorno dopo. Dopo il decollo ho aperto un giornale e immediatamente ho notato un articolo sulla pop star Pink. Il suo ultimo singolo, “Stupid Girls”, è l’inno-antidoto per tutto quello che avevo pensato sulle donne e sulla magrezza. “Stupid Girls” ironizza sugli stuzzicadenti parlanti che vengono indicati alle ragazze come esempi da imitare: quelle celebrità le cui più grandi imprese sono unghie perfettamente smaltate, le cui uniche aspirazioni sembrano essere farsi fotografare con nove vestiti diversi in una sola giornata, la cui unica funzione nel mondo sembra essere il sostegno del commercio di borse dal prezzo esorbitante e di cagnolini grossi come ratti. Forse tutto questo sembra comico o di poca importanza, ma non è così. Si tratta di quello che le ragazze vogliono essere, di quello che suggeriscono loro di essere e di come si sentono per essere come sono.
Ho due figlie che dovranno farsi strada in questo mondo ossessionato dalla magrezza, e questo mi preoccupa perché non voglio che siano cloni emaciati, con l’ossessione di se stesse e con la testa vuota; vorrei che fossero indipendenti, interessanti, idealistiche, gentili, caparbie, originali, divertenti..c’è un migliaio di cose, prima di “magre”. E, francamente, preferirei che il fatto che la donna accanto a loro abbia le ginocchia più carnose avesse per loro la stessa importanza di una flatulenza di chihuahua.
Spero che le mie ragazze siano come Hermione, non come Pansy Parkinson. Spero che non diventino mai stupide ragazze.

"Solo per ragazze, probabilmente…"

Sia mia madre che mio padre erano londinesi. Si conobbero quando avevano diciotto anni su un treno che li portava dalla stazione di King's Cross ad Arbroath, in Scozia; mio padre andava ad arruolarsi nella Royal Navy, mia madre nelle WREN (le donne ausiliarie della marina militare). Mia madre disse che aveva freddo, mio padre le offrì metà del suo cappotto e dopo poco più di un anno, a diciannove anni, si sposarono.

Entrambi lasciarono la Marina e si trasferirono alla periferia di Bristol, nell'Inghilterra occidentale. Io nacqui quando mia madre aveva vent'anni. Ero una bimba rotondetta. La descrizione delle foto in "la pietra filosofale" "di quello che sembrava un grosso pallone da spiaggia rosa, con indosso cappellini di vari colori" si addice perfettamente anche alle foto dei miei primi anni. Mia sorella, Di, nacque un anno e undici mesi dopo di me. Il giorno della sua nascita è il mio primo ricordo, o perlomeno il mio primo ricordo databile. Mi torna alla mente l'immagine di me che gioco in cucina con un pezzo di plastilina mentre mio padre entra, esce, va avanti e indietro fra la cucina e la loro camera, dove mia madre sta partorendo. So di non avere inventato questo ricordo perché in seguito ne confrontai i dettagli con mia madre. Rivedo anche vividamente l'immagine di me stessa che, poco dopo, dando la mano a mio padre, entro nella camera dei miei genitori e vedo mia madre a letto in camicia da notte accanto alla mia sorella raggiante e nuda come un verme, con un sacco di capelli e l'aspetto di una bambina di cinque anni. Anche se, ovviamente, ho fabbricato questo falso e bizzarro ricordo mettendo insieme pezzettini di racconti ascoltati da piccola, le immagini sono così vivide che mi tornano ancora in mente quando penso alla nascita di Di. 

Mia sorella Di aveva (e ha tuttora) i capelli molto scuri, quasi neri, e gli occhi marrone scuro come quelli di mia madre, ed era notevolmente più carina di me (lo è ancora adesso). Per bilanciare le cose, credo, i miei genitori decisero che io dovevo essere "quella intelligente". Queste etichette davano fastidio a entrambe: io volevo essere qualcosa di più attraente di un pallone-da-spiaggia-con-le-lentiggini, e Di, che ora è un avvocato, era giustamente scocciata dal fatto che tutti notassero solo il suo grazioso visetto. Senza dubbio tutto questo contribuì al fatto che, per circa tre quarti della nostra infanzia, litigammo come un paio di gatti selvatici chiusi nella stessa gabbietta. Ancora oggi, Di ha una minuscola cicatrice su un sopracciglio, come ricordo del giorno in cui le tirai una batteria: non mi aspettavo di colpirla, credevo che l'avrebbe schivata! Questa giustificazione non riscosse molto successo con mia madre: non l’avevo mai vista tanto arrabbiata.

Quando avevo quattro anni lasciammi il bungalow e ci trasferimmo a Winterbourne, un altro sobborgo di Bristol. Lì abitavamo in una casa bifamiliare dotata di SCALE, che ispirarono me e Di a mettere in scena un numero infinito di volte un dramma in cui una di noi penzolava dalla cima di una scogliera (lo scalino più alto), aggrappata alla mano dell'altra, supplicandola di non lasciarla andare, offrendo ricompense di ogni tipo e subendo ricatti, finché non cadeva verso la sua "morte". Era una perenne fonte di divertimento. Credo che l'ultima volta che abbiamo giocato al gioco della scogliera sia stato due Natali fa; mia figlia, di nove anni, non capiva cosa ci fosse di tanto divertente. 

Nel pochissimo tempo in cui non litigavamo, io e Di eravamo grandi amiche; le raccontavo un sacco di storie, e a volte non dovevo neppure sedermi su di lei per convincerla ad ascoltarmi. Spesso le storie diventavano giochi in cui ciascuna interpretava veri e propri personaggi. Io ero la prepotente regista di queste rappresentazioni interminabili, ma Di lo sopportava perché di solito le assegnavo parti da protagonista. 

Nella nostra nuova strada c'erano molti bambini più o meno nostri coetanei, fra cui un ragazzino e sua sorella il cui cognome era Potter. Mi era sempre piaciuto il loro cognome, a differenza del mio, "Rowling" (la cui prima sillaba si pronuncia "rou" e non "rau"), che si prestava a sgradevoli giochi di parole, come "Rowling stone" e molti altri. Comunque, il fratello è già apparso più volte sulla stampa, sostenendo di "essere" Harry; sua madre ha anche detto ai giornalisti che io e lui ci vestivamo da maghi. Niente di tutto questo è vero. Del ragazzino in questione ricordo solo che aveva un “chopper”, il tipo di bicicletta che tutti desideravano negli anni '70, e che una volta tirò una pietra a Di, per cui io lo picchiai forte sulla testa con una spada di plastica (solo io avevo il diritto di tirare oggetti a Di!).

Mi piaceva andare a scuola a Winterbourne: era un ambiente molto rilassato. Ricordo tante ore a lavorare la ceramica, a disegnare e a scrivere storie, attività che mi si addicevano. Però i miei genitori avevano sempre sognato di vivere in campagna, e quando avevo circa nove anni, ci trasferimmo per l'ultima volta: la destinazione era Tutshill, un paesino molto vicino a Chepstow, nel Galles. Il trasloco coincise quasi esattamente con la morte della mia nonna preferita, Kathleen, il cui nome utilizzai in seguito quando ebbi bisogno di un'altra iniziale. Sicuramente il primo lutto della mia vita influenzò la mia opinione sulla nuova scuola, che non mi piacque affatto. Stavamo tutto il giorno seduti ai banchi a guardare la lavagna. Nei banchi erano incorporati vecchi calamai; nel mio c'era anche un altro foro, scavato con la punta del compasso dal ragazzo che l'aveva usato l'anno prima. A me sembrava una grande impresa e mi dedicai ad allargarlo con il mio compasso, e così, quando lasciai quell'aula, vi si poteva comodamente far passare il pollice. 

A undici anni passai alla scuola media, Wyedean, dove conobbi Sean Harris, il proprietario della Ford Anglia a cui è dedicato “La camera dei segreti”. Fu il primo dei miei amici che imparò a guidare. Quella macchina bianca e turchese per me significò LIBERTÀ: non dover più chiedere passaggi a mio padre, che è l’aspetto peggiore della vita in campagna quando si è adolescenti. Sfrecciare via nel buio con la macchina di Sean è tra i più bei ricordi della mia adolescenza. Fu la prima persona a cui parlai seriamente delle mie ambizioni letterarie e fu anche l'unica persona convinta che avrei avuto successo, il che per me significò molto più di quanto gli dissi apertamente.

L'evento più triste della mia adolescenza fu la malattia di mia madre. Quando avevo quindici anni le fu diagnosticata la sclerosi multipla, una malattia del sistema nervoso centrale. La maggior parte delle persone che soffrono di sclerosi multipla ha lunghi periodi di remissione (in cui per un po' la malattia non peggiora, o in cui addirittura si verificano miglioramenti), ma la mamma fu sfortunata: dal momento della diagnosi non fece altro che peggiorare, lentamente ma costantemente. Credo che quasi tutti, nel profondo, pensiamo che le nostre madri siano indistruttibili, e quindi fu uno shock terribile sapere che aveva una malattia incurabile; eppure, nemmeno allora mi resi conto pienamente del significato della diagnosi. 

Nel 1983 terminai la scuola e andai a studiare all'università di Exeter, sulla costa meridionale dell'Inghilterra. Studiai francese, il che fu un errore; avevo ceduto alla pressione familiare perché studiassi "utili" lingue moderne invece della letteratura inglese ("a cosa ti servirà?"), ma non avrei dovuto cedere. L'aspetto positivo dello studio del francese fu che il mio corso comprendeva un anno a Parigi! 

Al termine dell'università lavorai a Londra. Il mio lavoro più duraturo fu con Amnesty International, l'organizzazione che lotta in tutto il mondo contro gli abusi dei diritti umani. Nel 1990, però, io e quello che allora era il mio ragazzo decidemmo di andare a vivere a Manchester. Dopo un fine settimana alla ricerca di un appartamento, mentre tornavo a Londra da sola su un treno affollato, l'idea di Harry Potter mi invase con prepotenza la mente. Avevo scritto quasi in continuazione fin da quando avevo sei anni, ma nessuna idea mi aveva mai entusiasmato tanto. Con mia grandissima frustrazione, non avevo con me una penna funzionante ed ero troppo timida per chiederne una in prestito a un estraneo. Ora credo che forse sia stato meglio così, perché non potei fare altro che stare seduta a pensare per quattro lunghe ore (il treno era in ritardo). Tutti i particolari mi ribollirono in testa e quel ragazzino magro, con i capelli neri e gli occhiali, che non sapeva di essere un mago, divenne sempre più reale nella mia mente. Credo che forse, se avessi dovuto rallentare le idee per metterle su carta, ne avrei persa qualcuna (anche se a volte mi chiedo, oziosamente, quanto di tutto quello che immaginai su quel treno avessi già dimenticato quando finalmente potei mettere mano alla penna).

La sera stessa iniziai a scrivere "La pietra filosofale", anche se quelle prime pagine non somigliavano minimamente alla versione finale. Mi trasferii a Manchester portando con me il manoscritto sempre più voluminoso, che stava crescendo in molte strane direzioni, e che comprendeva idee per il resto della carriera scolastica di Harry a Hogwarts, non solo per il suo primo anno. Poi, il 30 dicembre 1990, accadde qualcosa che cambiò per sempre il mio mondo e quello di Harry: la morte di mia madre. 

Fu un periodo terribile. Mio padre, Di e io eravamo sconvolti. Mia madre aveva solo quarantacinque anni e non avevamo mai immaginato (probabilmente perché era un'idea intollerabile) che potesse morire così giovane. Ricordo che mi sentivo come se una lastrone di cemento mi schiacciasse il petto: un vero e proprio dolore nel cuore. Nove mesi dopo, con un disperato bisogno di allontanarmi un po', partii per il Portogallo, dove una scuola di lingue mi aveva assunta per insegnare inglese. Portai con me il manoscritto di Harry Potter, nella speranza che il mio nuovo orario di lavoro (insegnavo al pomeriggio e alla sera) fosse favorevole alla crescita del mio romanzo, che era cambiato parecchio dalla morte di mia madre. I sentimenti di Harry verso i suoi defunti genitori erano diventati molto più profondi e molto più reali. Nel corso delle mie prime settimane in Portogallo scrissi “Lo specchio delle brame”, il mio capitolo preferito di “La pietra filosofale”. Speravo di tornare dal Portogallo con il libro terminato sotto il braccio. Non fu così, ma quello che riportai era addirittura meglio: mia figlia. Avevo conosciuto e sposato un portoghese; il matrimonio non funzionò, ma mi donò il regalo più bello della mia vita. Jessica e io arrivammo a Edimburgo, dove viveva Di, proprio in tempo per il Natale del 1994.

Volevo ricominciare a insegnare e sapevo che, se non avessi terminato in fretta il libro, forse non lo avrei mai finito. Sapevo che l'insegnamento a tempo pieno, con la correzione dei compiti e la preparazione delle lezioni, per non parlare di una bambina piccola di cui occuparmi da sola, non mi avrebbero lasciato un attimo libero. Quindi, mi misi a lavorare freneticamente, decisa a terminare il libro e a tentarne la pubblicazione. Ogni volta che Jessica si addormentava nel suo passeggino, mi precipitavo al bar più vicino e scrivevo come una pazza. Scrivevo quasi tutte le sere. Poi dovetti dattiloscriverlo tutto. Qualche volta odiavo quel libro, pur continuando ad amarlo. 

Finalmente era pronto. Misi i primi tre capitoli in una bella cartellina di plastica e li inviai a un agente letterario; tornarono così velocemente che deve avermeli rispediti il giorno stesso del loro arrivo. Ma il secondo agente a cui li mandai mi rispose chiedendomi di vedere il resto del manoscritto. Quella fu senza dubbio la lettera più bella di tutta la mia vita, ed era composta di due sole frasi. Ci volle un anno perché il mio nuovo agente, Christopher, trovasse un editore. Fu rifiutato da molte case editrici. Finalmente, nell'agosto del 1996, Christopher mi telefonò e mi disse che Bloomsbury aveva "fatto un'offerta". Non potevo credere alle mie orecchie. "Vuoi dire che sarà pubblicato?", gli chiesi piuttosto stupidamente. "Sarà davvero pubblicato?" Dopo aver riappeso, iniziai a urlare e a saltare di gioia, mentre Jessica, che stava facendo merenda nel suo seggiolone, sembrava proprio spaventata. Probabilmente il seguito della storia già lo conoscete.

La biografia che una volta c'era sul sito ufficiale

Link utili:

J. K. Rowling su Wikiquote, dove ho recuperato alcune frasi (copiare pari pari dai libri cartacei non è un'impresa da poco a volte, se non sei un'amanuense ^^')
Da qui ho recuperato “Solo per ragazze, probabilmente…”
E da qui la sua biografia

La mia intervista preferita, con Melissa Anelli ed Emerson Spartz, tradotta su lumos.it 

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