Angolo delle citazioni (parte 2) (Anne Rice)

Introduzione a questo articolo: 

So che negli ultimi tempi, considerando l'exploit della sega saga di Twilight, di sentir parlare di vampiri non se ne può più. Purtroppo adesso i vampiri sono diventati sinonimo di "gnokki", "principi azzurri", "bad boys da redimere", e non riesco ad elencare tutte le volte che ho praticato headdesking perché la Meyer confondeva gli Incubi con i vampiri, chiamava i lobisomen "libishomen" (s'è informata solo quando Bella ha fatto una ricerca, su sua stessa ammissione…) e diceva di trovare l'horror vampiresco "stupido" (cazzo ne scrivi a fare, allora?). Diamine, no, lei aveva voluto essere originale. Niente più vampiro brutto e cattivo che vuole mangiare l'indifesa umana e muore alla luce del sole, meglio essere originali. Molto più originale è avere il figo tenebroso di turno che si innamora della ragazza nuova, non è vero? E in quanto allo sbrilluccicare al sole come una palla da discoteca ambulante e emofaga, be', è a parer mio ridicolizzare una figura leggendaria anziché "rivalutarla e portarla nella luce". 

Perché, sì, i vampiri sono protagonisti di leggende antichissime, e scriverne può essere molto interessante, stimolante e sensuale. Sono il male che attrae e respinge, sono presenti in una qualche forma in tutte le culture del mondo (in Cina si crede che possano uccidere con il soffio, in Africa esistono le obayifo), e possono offrire un'ottima occasione per discutere di Dio, della dannazione, della follia, di psicologia, di sessualità umana, di cosa significhi vivere in eterno. C'è chi ci riesce, come la signora che sto per presentarvi.

Nota in calce: 

Mi raccomando, però. Se avete meno di quattordici anni, o siete particolarmente sensibili/impressionabili quando si tratta di tematiche complicate, o avete problemi a distinguere la fantasia dalla realtà o pensate/i vostri genitori pensano che se leggeste tematiche complicate diventereste degli psicopatici chiudete la pagina. E se volete continuare non ditemi che non vi avevo avvertiti ^^'''''''''. 

Parte 2: Le Cronache dei Vampiri di Anne Rice

L'affascinante signora nella fotografia è Anne Rice, nata come Howard Allen O'Brien nel 1941 in Louisiana e definita dai fans delle Cronache "la regina delle tenebre". In Italia è conosciuta in particolar modo per aver pubblicato le Cronache delle streghe Mayfair (che io non ho letto) e le Cronache dei Vampiri (che ho letto fino a "Il ladro di corpi", ma non avendolo finito e risalendo la mia lettura a molti anni fa è praticamente irrilevante), dalle quali hanno tratto i film "Intervista col Vampiro" e "La regina dei dannati". Trattandosi di me e del mio blog ve la presento come il Foil di Stephenie Meyer, perché Stephenie Meyer, di base, riprende quasi tutte le ottime idee della Rice a partire dal 1976 (anno in cui venne pubblicato "Intervista col Vampiro") infantilendole in maniera mostruosa. 

La Meyer ha spogliato i vampiri del loro fascino erotico? La Rice è una maestra nel restituirglielo. 

La Meyer ha pubblicato libri che soffrono di manicheismo morale (il bene sta solo da una parte e il male solo dall'altra, come nella Black and White Morality)? La Rice è amorale, nel senso che i suoi vampiri possono essere crudeli, meschini, eroici o generosi, a seconda dell'opinione di chi legge e a seconda delle circostanze. Sono creature dannate che cercano di vivere fino alla fine del mondo come possono, che si lasciano trascinare dai loro vizi o redimere dalle loro virtù, e nella loro oscurità riescono ad essere incredibilmente umani… come gli umani dovrebbero essere in teoria se ridotti all'osso, né buoni né cattivi. 

La Meyer mette in bocca alla sua protagonista adolescente del Duemila termini che stonano perché trasudano purple prose ingiustificata? La Rice ha un motivo più che valido per usare la purple prose, dovendo dare un linguaggio a vampiri centenari o millenari; e in "Scelti dalle Tenebre" Lestat qualche volta ha pure uno stile incoerente, perché ha imparato a parlare inglese grazie a un battelliere che scendeva il Mississippi fino a New Orleans nel Settecento, e in seguito ha perfezionato la lingua leggendo un po' di tutto, da Shakespeare a Twain. 

La Meyer cerca di suonare colta usando paragoni vaghissimi come "oscuro dio pagano" e "angelo dipinto da qualche maestro" per nascondere il fatto che non sappia di cosa stia parlando? La Rice usa paragoni precisi, non ficca mai citazioni illustri a sproposito, e a mano a mano che la narrazione procede dimostra tutta la sua cultura. 

La Meyer si vanta di non fare ricerche commettendo strafalcioni clamorosi? La Rice non scrive di nulla che non conosca, e gli errorini che compie sono davvero minuscoli — ad esempio, il fatto che negli anni Ottanta del Settecento "The Spectator" abbia recensito una performance teatrale di Lestat, e a conti fatti non avrebbe potuto perché "The Spectator" l'hanno smesso di stampare nel 1712. 

La Meyer ha dato ai suoi "vampiri" un metodo per essere uccisi impossibile da effettuare a meno di non essere vampiri o licantropi-mutaforma (fare a pezzi il corpo e bruciarne i resti)? La Rice ha dato ai suoi vampiri un metodo realistico di essere ammazzati che potrebbero portare a termine anche i mortali (bruciare il corpo e disperderne le ceneri), oltre ovviamente alla luce del sole (se il vampiro in questione non è antichissimo come nel caso di Mael e Khayman) e al bere il sangue dei morti. 

La Meyer ha creato vampiri che più che vampiri sono Mary Sue e Gary Stu invincibili, dei supereroi, e si lagnano della loro condizione senza una vera ragione? La Rice mostra pro e contro dell'essere vampiri, e non è nemmeno detto che un umano non possa ucciderli. Qui è abbastanza fair game: ci sono anche luoghi in cui i mortali sono così superstiziosi, così sensibili verso le leggende che li riguardano, che gli immortali sono costretti a vivere in uno stato semianimalesco e randagio, come l'Europa dell'Est visitata da Louis e Claudia. 

La Meyer è una puritana religiosa? La Rice non lo è per niente, e ha anzi trattato in maniera riflessiva tematiche che oggi come nell'epoca in cui cominciò a pubblicare sono scandalose (incesto, pedofilia e sadomasochismo tra le tante). 

La Meyer ha dato come alternativa ai suoi vampiri il sangue degli animali invece di quello umano e anche se è meno saporito i Cullen se lo bevono senza troppi problemi? La Rice ha spiegato che il sangue degli animali è un mezzo per sopravvivere per i suoi vampiri, non per vivere, come potrebbe essere per un umano bere acqua di fogna. Louis per un periodo prova a sopravvivere così, ma la sete di "vero" sangue è troppo forte e finisce per perdere il controllo e avventarsi su una bambina di sei anni che poi Lestat vampirizza. In questo modo la Rice consente di fare moltissime riflessioni delle quali la Meyer s'è lavata le mani, riflessioni sulla scia di "Come si può definire completamente malvagio un vampiro che uccide non per piacere ma perché costretto? Eppure non puoi definirlo completamente buono…". 

La Meyer ha scritto fondamentalmente di demoni assassini che verso gli umani hanno un atteggiamento di spregio e supponenza ma li ha indicati come la razza perfetta, arrivando a definire uno di loro l'uomo ideale? La Rice ha scritto di demoni assassini e non ce li ha mai spacciati per qualcosa di diverso, e verso gli umani i suoi vampiri sono ambivalenti; alcuni di loro li invidiano addirittura, come Louis. 

A voi il compito di giudicarli, dunque. 

Intervista col Vampiro: 

1)

Quanti vampiri credi che abbiano la tempra per l'immortalità? Tanto per cominciare, molti hanno dell'immortalità una concezione estremamente squallida. Perché diventando immortali vogliono che tutte le forme della loro vita vengano fissate così come sono e rimangano incorruttibili: carrozze della stessa foggia immutata e affidabile, abiti col taglio che s'addiceva alla loro giovinezza, uomini che si abbigliano e parlano nel modo che hanno sempre capito e apprezzato. Quando, in realtà, tutte queste cose cambiano, tranne il vampiro stesso; ogni cosa, eccetto il vampiro, è soggetta a costante corruzione e alterazione. Presto, se si ha una mentalità rigida, e spesso anche quand'è elastica, l'immortalità diventa una detenzione in un manicomio di figure e di forme irrimediabilmente incomprensibili e prive di valore. Una sera un vampiro si alza e si rende conto di ciò che ha temuto forse per decenni; semplicemente che non vuol più saperne di vivere, a nessun costo. Che qualunque stile o modo o forma di esistenza che gli aveva reso piacevole l'immortalità è stato spazzato via dalla faccia della terra. E che non resta altra fuga dalla disperazione che l'atto di uccidere. E quel vampiro va a morire. Nessuno troverà i suoi resti. Nessuno saprà dov'è andato. E spesso nessuno di quelli che gli sono vicini — sempre che ancora cercasse la compagnia di altri vampiri — nessuno saprà che versa nella disperazione. Avrà cessato da molto tempo di parlare di se stesso o di qualunque altra cosa. Svanirà. 

2)

Chi ha smesso di credere in Dio o nel bene continua lo stesso a credere nel diavolo. Non so perché. No, anzi, lo so: il male è sempre possibile. E il bene è eternamente difficile. 

3)

«'Ora ascoltami, Louis' disse, e si sdraiò accanto a me sui gradini, con un movimento così aggraziato e così sensuale da farmi subito pensare a un amante; io mi ritrassi, ma lui mi circondò col braccio destro e m'attirò a sé. Mai prima d'allora eravamo stati così vicini, e in quella luce fioca vidi lo splendido fulgore dei suoi occhi e quella maschera innaturale della pelle. Come cercai di muovermi, mi premette le dita sulle labbra e disse: 'Stai fermo. Adesso ti succhierò il sangue fino a portarti sulla soglia della morte, ma voglio che tu stia calmo, tanto calmo da sentire il sangue scorrere nelle tue vene, tanto calmo da sentire lo stesso sangue scorrere nelle mie. È la tua coscienza, la tua volontà, che deve tenerti in vita.' Io tentavo di divincolarmi, ma lui premeva così forte con le dita da bloccare tutto il mio corpo prostrato; e quando mi arresi, Lestat mi affondò i denti nel collo. […] Nel salotto al piano di sopra, dove avevamo progettato la morte del sorvegliante, ardevano delle candele. Una lanterna a olio oscillava nella brezza della veranda. Tutta questa luce si fuse e cominciò a tremolare, come se una presenza dorata volteggiasse sopra di me, sospesa sul pozzo delle scale, impigliata dolcemente nella ringhiera, salendo in spire e contorcendosi come fumo. ‘Ascolta. Tieni gli occhi ben aperti’ mi sussurrò Lestat, con le labbra contro il mio collo. Ricordo che il movimento delle sue labbra mi fece rizzare i peli in tutto il corpo, trasmettendomi una scossa paragonabile a un orgasmo… […] Il risultato fu che in pochi minuti divenni debole fino alla paralisi. Scoprii, in preda al panico, che non avevo nemmeno la forza di parlare. Lestat continuava a tenermi stretto, il suo braccio pesava come una sbarra di ferro. Sentii i suoi denti ritrarsi, e le due punture mi sembrarono enormi ferite solcate dal dolore. Si piegò sul mio capo immobile, mi tolse di dosso la mano destra e si morse il polso. Il sangue mi scorreva sulla camicia e sulla giacca: Lestat lo osservava con occhio attento e brillante. Avevo l’impressione che lo stesse guardando da un’eternità, e intanto quel tremolio di luce si librava dietro la sua testa come la scia di un’apparizione. […] Premette il suo polso sanguinante sulla mia bocca e disse, con tono fermo e un po’ impaziente: ‘Louis, bevi’. E io bevvi. ‘Forza, Louis’ e ‘Presto’ mi mormorò più volte. Bevevo, succhiavo il sangue dai fori, provando per la prima volta dai tempi dell’infanzia quel particolare piacere che dà succhiare il nutrimento, col corpo e l’anima concentrati su un’unica risorsa vitale. […] Com’è patetico tentare di descrivere cose che davvero non si possono descrivere! […] Mentre succhiavo il sangue non vedevo nulla tranne quella luce… e subito dopo sentii un… suono: dapprima un cupo mormorio, poi come dei colpi di tamburo sempre più forti, come se qualche gigantesca creatura si avvicinasse lentamente attraverso una foresta oscura e sconosciuta percuotendo un enorme tamburo. Poi giunse il suono d'un altro tamburo: un altro gigante che avanzava qualche metro dietro di lui; e pareva che ogni gigante, concentrato sul suo tamburo, non badasse affatto al ritmo dell'altro. Sentii il suono crescere sempre più, fino a riempirmi non solo l'udito ma tutti i sensi, a pulsarmi nelle labbra e nelle dita, nelle tempie, nelle vene. Soprattutto nelle vene; un tamburo e poi l'altro; poi Lestat liberò improvvisamente il suo polso, io aprii gli occhi e sentii subito l'impulso di riafferrarglielo e riportarmelo di forza alla bocca, a tutti i costi; mi frenai perché mi resi conto che quel tamburo era il mio cuore, e che l'altro tamburo era il suo». Il vampiro sospirò. «Capisci?» 

4) 

«'Tu vuoi che io sparisca! Tu!' sghignazzò. Stava costruendo un castello di carte sulla tavola da pranzo con delle bellissime carte francesi. 'Tu codardo piagnucoloso d'un vampiro, che strisci di notte per i vicoli a caccia di gatti e di topi, che fissi le candele per ore come se fossero persone e stai sotto la pioggia come uno zombi finché non hai i vestiti fradici, puzzi come quei vecchi bauli dei solai e sembri un idiota allo zoo.'

5) 

«La sete cresceva in me come febbre e lo seguii. Il mio desiderio di morire era costante, come un puro pensiero della mente, svuotato d'emozione. Eppure avevo bisogno di nutrirmi. Come t'ho detto, allora non uccidevo le persone. Camminai per i tetti in cerca di topi.»
«Ma perché… ha detto che Lestat non avrebbe dovuto farla cominciare con le persone. Voleva dire… vuol dire che per lei era una scelta estetica, non morale?»

«Me l'avessi chiesto allora, t'avrei detto che era estetica, che desideravo comprendere la morte per stadi successivi. Che la morte d'un animale mi procurava un tale piacere e una tale esperienza che avevo appena cominciato a capirla, e desideravo serbare l'esperienza della morte umana per una comprensione più matura. Ma era morale, perché tutte le decisioni estetiche sono morali, in realtà.»
«Non capisco» disse il ragazzo, «Pensavo che le decisioni estetiche potessero essere completamente immorali. Come la mettiamo col cliché dell'artista che abbandona moglie e figli per poter dipingere? O con Nerone che suona l'arpa mentre Roma brucia?»
«Entrambe sono decisioni morali, al servizio d'un bene superiore, nella mente dell'artista. Il conflitto è tra la morale dell'artista e la morale della società, non tra l'estetica e la morale. Ma spesso non lo si comprende; e questa è la rovina, la tragedia. Un artista che ruba dei colori in un negozio, per esempio, crede di aver preso una decisione inevitabile ma immorale, e si vede come decaduto dalla grazia; ne segue disperazione e meschina irresponsabilità, come se la moralità fosse un grande mondo di vetro che con una sola azione si può frantumare irrimediabilmente. Ma allora la questione non mi preoccupava granché: allora ignoravo queste cose. Credevo di uccidere gli animali soltanto per ragioni estetiche e cercavo di eludere il grande interrogativo morale: se io, per la mia stessa natura, fossi o non fossi dannato.
»
 

6) 

Sopra la lunga, bassa fila dei tetti a punta si ergevano le sagome imponenti delle querce, grandi forme oscillanti e sonore sotto le stelle basse nel cielo. Il dolore per il momento era sparito; la confusione sparita. Chiusi gli occhi e udii il vento e il suono dell'acqua che scorreva dolcemente, velocemente nel fiume. Mi bastò, per un momento. Ma sapevo che non sarebbe durato, che questa pace sarebbe volata via come se mi venisse strappata dalle braccia, e io l'avrei inseguita, io, la più disperatamente sola tra tutte le creature di Dio, per riportarla indietro. Poi una voce accanto a me rimbombò profonda nella calma della notte, un rullo di tamburo, alla fine di quel momento di pace, che diceva: 'Agisci secondo la tua natura: questo è solo un assaggio. Agisci secondo la tua natura'. E il momento passò. Come quella ragazza nel salotto dell'albergo, mi sentivo stordito e disposto ad accogliere ogni minimo suggerimento. Annuii a Lestat e lui a me. 'Il dolore è terribile per te' mi disse. 'Lo senti come nessun'altra creatura perché sei un vampiro. Tu non vuoi che continui.'
«'No' gli risposi. 'Proverò quello che ho provato con lei, unito a lei e senza peso, preso in una danza.'
«'Questo e altro'. La sua mano strinse la mia. 'Non voltarmi le spalle, se vieni con me.' 

 

7) 

«Sul viso di lei c'era un misto di furia e fermezza. Disse: 'Vade retro, Satana'. E io restai là, davanti a lei, senza parole, guardandola con occhio fermo, come lei guardava me. Il suo odio per me bruciava come fuoco. 
'Perché mi dite questo?' chiesi. 'Fu un cattivo consiglio quello che vi diedi? Vi feci del male? Venni ad aiutarvi, a darvi forza…' […] 
«Scosse la testa. 'Ma perché, perché mi parlate in questo modo?' domandò. 'So cosa avete fatto a Pointe du Lac; siete vissuto là come un demonio! Gli schiavi sono stravolti dai racconti! Tutto il giorno uomini hanno battuto la strada del fiume per Pointe du Lac; mio marito era tra loro! Ha visto la casa ridotta a un mucchio di rovine, corpi di schiavi dappertutto, nei frutteti, nei campi. Che cosa siete voi? Perché mi parlate così gentilmente? Che cosa volete da me?' 
«Quel che provavo in quel momento per Babette era un desiderio di comunicare, più forte d'ogni altro bisogno provato allora, tranne quello fisico del… sangue. Era così forte, che mi resi conto di quanto era profonda la mia solitudine. Prima, quando le avevo parlato, c'era stata un'intesa breve ma forte, semplice e piacevole come prendere la mano di una persona. Stringerla. Lasciarla andare teneramente. Tutto questo in un momento d'estremo bisogno e di pericolo. Ora invece eravamo ai ferri corti. […] 
«Fece scorrere rapidamente le dita della mano sinistra attorno al gancio della lanterna, e con la destra fece il segno della croce, pronunciando parole latine che udii a malapena; ma il suo viso sbiancò e le sopracciglia s'inarcarono quando s'accorse di non aver prodotto alcun effetto. 'Vi aspettavate che svanissi in una nuvola di fumo?' le chiesi. Mi avvicinai a lei, perché con la forza del pensiero avevo realizzato il necessario distacco nei suoi confronti. 'E dove andrei?' le chiesi. 'Dove andrei? All'inferno, da dove sono venuto? Dal diavolo, che mi ha mandato?' Mi fermai ai piedi della scala. 'E se vi dicessi che no so nulla del diavolo, che non so neppure se esiste?' Era il diavolo che avevo visto allora nel paesaggio dei miei pensieri; era il diavolo a cui pensavo in quel momento. M'allontanai da lei. Non mi sentiva come fai tu adesso. Non mi ascoltava. Alzai gli occhi alle stelle. Lestat era pronto, lo sapevo. Era come se fosse stato pronto con le carrozze, in quel posto, da anni; e da anni Babette fosse stata in piedi sulle scale. D'improvviso ebbi la sensazione che ci fosse mio fratello, lui pure da secoli, e che mi parlasse piano con voce concitata, e che le cose che mi diceva fossero disperatamente importanti, ma si allontanassero alla stessa velocità con cui venivano dette, come il fruscio di topi nelle travi d'una casa immensa. Ci fu un suono stridulo e un'esplosione di luce. 'Io non so se vengo dal demonio o no! Io non so cosa sono!' gridai a Babette, con voce assordante per le mie sensibili orecchie. 'Dovrò vivere fino alla fine del mondo, e non so neppure cosa sono!' Ma la luce balenò davanti a me: era la lanterna che Babette aveva acceso con un fiammifero, e che ora reggeva in modo da non permettermi di guardarle il viso. Per un momento vidi solo luce, poi il grande peso della lanterna mi colpì a tutta forza nel petto, il vetro si fracassò sui mattoni, e le fiamme mi balzarono sulle gambe e sul viso. Lestat gridò dal buio: 'Spegnilo, spegnilo, idiota! Ti distruggerà!' Sentii qualcosa che mi fustigava forsennatamente. Era la giacca di Lestat. Ero caduto indietro, contro il pilastro, inerme sia per il fuoco e il colpo sia per la consapevolezza che Babette voleva distruggermi, e perché m'ero reso conto di non sapere che cos'ero. 

 

8) 

La grande avventura della nostra vita. Che cosa significa morire quando si può vivere fino alla fine del mondo? E che cos'è la "fine del mondo", se non un modo di dire, perché chi sa anche soltanto cos'è il mondo stesso? Ormai ho già vissuto due secoli e ho visto le illusioni dell'uno completamente distrutte dall'altro, sono stato eternamente giovane ed eternamente vecchio, senza possedere illusioni, vivendo attimo per attimo come un orologio d'argento che batte nel vuoto: il quadrante dipinto, le lancette intagliate, che nessuno guarda, e che non guardano nessuno, illuminate da una luce che non era luce, come la luce alla quale Dio creò il mondo prima di aver creato la luce. Tic-tac, tic-tac, tic-tac, la precisione dell'orologio, in una stanza vasta come l'universo.

9) 

«'Ma tu non ti lasceresti mai vincere da un simile stato d'animo' mi trovai a rispondergli. 'Se anche non restasse più una sola opera d'arte al mondo… e ce ne sono migliaia… se non ci fosse più una sola bellezza naturale… se il mondo si riducesse a una sola cella vuota e una sola fragile candela, non posso fare a meno di vederti là a studiare quella candela, assorto nel tremolio della sua luce, nel cambiamento dei suoi colori… per quanto tempo potrebbe sorreggerti… che possibilità potrebbe creare? Mi sbaglio? Sono un pazzo idealista?'

10) 

«'No. Io devo entrare in contatto con quest'epoca' insistette con tono calmo. 'E posso farlo grazie a te… non per imparare da te delle cose che posso vedere in una galleria d'arte o leggere nei libri più densi… tu sei lo spirito, tu sei il cuore'.
«'No, no'. Levai di scatto le mani. Ero sul punto di scoppiare in una risata amara, isterica. 'Non capisci? Io non sono lo spirito di nessuna epoca. Sono in lotta contro tutto e lo sono sempre stato. Non ho mai avuto legami con nessun posto, con nessuno, in nessun momento!' Era troppo penoso, troppo vero.

«Ma per tutta reazione il suo viso s'illuminò d'un sorriso irresistibile. Sembrava che stesse per ridermi in faccia, poi le sue spalle si scossero di questa risata. 'Ma Louis' disse piano. 'È proprio questo lo spirito del tuo tempo. Non capisci? Tutti provano quello che provi tu. La tua caduta dalla grazia e dalla fede è la caduta di un secolo'.

11) 

Claudia si era fermata sotto un lampione, lo sguardo fisso e muto, come se non mi conoscesse. La presi con ambo le mani per il vitino sottile e la sollevai alla luce. Mi studiava, col viso contratto, voltando la testa come se non volesse guardarmi in faccia, come stornando un'opprimente sensazione di ripulsa. 'Tu mi hai ucciso' mormorò. 'Tu mi hai tolto la vita!' 
«'Sì' le dissi, abbracciandola in modo da sentire il battito del suo cuore. 'O piuttosto, ho provato a togliertela. A berla fino in fondo. Ma tu avevi un cuore come nessun altro che avessi mai sentito, un cuore che batteva e batteva finché dovetti lasciarti andare, dovetti gettarti via da me per paura che mi accelerassi il polso fino a farmi morire. E fu Lestat a scoprirmi; Louis il sentimentale, il babbeo, che banchetta con una bimba dai capelli d'oro, una Santa Innocente, una ragazzina. Lestat venne a prenderti all'ospedale dove t'avevano ricoverata, e io non sapevo cosa intendesse fare se non insegnarmi qual era la mia natura. Prendila, completa l'opera, mi disse. E io sentii di nuovo quella passione per te. Oh, lo so che ora ti ho perso per sempre. Te lo leggo negli occhi! Mi guardi come guardi i mortali, dall'alto, da una zona di fredda autosufficienza che non posso capire. Ma lo feci. Di nuovo provavo per te questa vile, insopportabile brama del tuo cuore martellante, di questa guancia, di questa pelle. Eri rosea e fragrante come sono i bambini mortali, dolce col sapore pungente del sale e della polvere. Ti abbracciai ancora, ti presi ancora. E quando pensai che il tuo cuore m'avrebbe ucciso e che non me ne importava, lui ci separò, si tagliò le vene del polso e te lo offrì perché tu ne bevessi. E tu bevesti. Bevesti fino quasi a prosciugarlo, lo lasciasti che barcollava. Ormai tu eri un vampiro, e quella stessa notte tu bevesti il sangue di un umano, e da allora tutte le notti.' 
«Il suo viso non era cambiato. La carne era come cera di candele color avorio; solo gli occhi tradivano la vita. La misi giù. 'Ho preso la tua vita' le dissi. 'Lui te l'ha restituita'. 
«'E così è' mormorò lei. 'E io vi odio tutti e due!'»

 

12) 

Non innamorarti così follemente della notte da smarrire la strada! 

Scelti dalle Tenebre: 

1) 

Persino l'ateo più incallito deve pensare che troverà una risposta nella morte. Voglio dire, scoprirà che Dio c'è o che non c'è nulla. 
«Ma è proprio così», esclamai. 
«In quel momento non facciamo nessuna scoperta! Smettiamo di esistere […]» Vedevo l'universo, il sole, i pianeti e le stelle, e la notte nera che si protrae in eterno. Cominciai a ridere. «Te ne rendi conto! Non sapremo mai perché diavolo è successo, neppure quando finirà!» gridai a Nicolas, che era seduto sul letto e annuiva e tracannava il vino. «Moriremo e non sapremo nulla. Non sapremo mai, e questa assenza di significato continuerà per sempre e noi non ne saremo più testimoni. Non avremo neppure il potere di dargli un significato nelle nostre menti. Saremo morti, morti, morti, senza mai sapere!»
Ma avevo smesso di ridere. Rimasi immobile e compresi perfettamente ciò che stavo dicendo. 
Non c'era un Giorno del Giudizio, una spiegazione finale, un momento luminoso in cui i torti terribili sarebbero stati riparati, gli orrori riscattati. 
Le streghe arse sul rogo non sarebbero mai state vendicate. 
Nessuno ci avrebbe mai detto nulla!
No, in quel momento non lo capivo. Lo vedevo! Esclamai «Oh!» e ripetei «Oh!» sempre più forte, e lasciai cadere sul pavimento la bottiglia di vino. […] Lo dicevo come se fosse un grande singulto che non potevo arrestare. Nicolas mi afferrò e mi scosse
esclamando: 
«Lestat, smetti!
»
Non potevo smettere. Corsi alla finestra, l'aprii e guardai le stelle. Non ne sopportavo la vista. Non sopportavo la vista del vuoto puro e il silenzio, l'assenza assoluta di ogni risposta; cominciai a ruggire mentre Nicolas mi tirava indietro e richiudeva la finestra. 
«Ti passerà», disse più volte. Qualcuno bussava alla porta. Era il locandiere: voleva sapere perché ci comportavamo in quel modo. 
«Domattina starai benone», continuava a insistere Nicolas. «Basta che ci dorma sopra.»
[…] 
E lasciate che vi riveli un piccolo segreto. In realtà non mi è mai passata. 

2)

«So com'è», mi disse. «Tu li odii. Per ciò che hai dovuto sopportare e per ciò che non sanno. Non hanno abbastanza immaginazione per capire cosa ti è accaduto sulla montagna.»
Provai una gioia gelida a quelle parole; e le rivolsi un ringraziamento silenzioso… aveva compreso perfettamente.
«Fu la stessa cosa la prima volta che partorii un figlio», disse lei. «Patii per dodici ore, prigioniera della sofferenza. Sapevo che l'unica liberazione possibile era il parto o la morte. Quando tutto finì, avevo tra le braccia tuo fratello Augustin; ma non volevo vicino a me nessun altro. E non perché li ritenessi colpevoli. Ma avevo sofferto tanto, per ore e ore, ed ero discesa all'inferno e ne ero uscita. Loro non avevano conosciuto l'inferno. E sentivo la quiete, il silenzio. In quell'atto volgare e comune del parto, avevo compreso il significato della solitudine assoluta.»
«Sì, è così», risposi. Ero un po' scosso. 
[…] Per un po' mia madre rimase in silenzio. 
E mentre guardavo il fuoco, avrei voluto dirle tante cose, in particolare che le volevo molto bene. 
Ma ero diffidente. Lei aveva l'abitudine di escludermi quando le parlavo, e al mio amore si mescolava un profondo risentimento nei suoi confronti. 
Per tutta la vita l'avevo vista leggere i suoi libri italiani e scrivere lettere a Napoli, la città dov'era cresciuta; tuttavia non aveva mai avuto la pazienza d'insegnare l'alfabeto a me e ai miei fratelli. E non era cambiato nulla, dopo il mio ritorno dal convento. Avevo vent'anni e non sapevo leggere e scrivere altro che poche preghiere e il mio nome. Odiavo i suoi libri, odiavo l'attenzione che lei gli dedicava. 
E vagamente odiavo il fatto che solo la mia estrema sofferenza poteva ispirarle calore e interesse. 
Eppure era stata la mia salvatrice. E non c'era altri che lei. Ed ero stanco d'essere solo, come può esserlo soltanto un giovane. 
Adesso era lì, fuori dai confini della sua biblioteca, e la sua attenzione era rivolta a me. 
Finalmente mi convinsi che non si sarebbe alzata per andarsene, e mi decisi a parlarle. 
«Madre», dissi a voce bassa. «c'è qualcosa di più. Prima che accadesse, c'erano momenti in cui sentivo cose terribili.» La sua espressione non cambiò. […]
Annuii. 
«Mi sentivo diverso da me stesso mentre uccidevo i lupi. E ora non so chi c'è qui con te… se tuo figlio Lestat oppure l'altro, l'uccisore.»
Mia madre rimase in silenzio a lungo. «No», disse alla fine. «Sei stato tu a uccidere i lupi. Sei il cacciatore, il guerriero. Sei più forte di tutti gli altri che ci sono qui, ed è la tua tragedia.» […]
Per un momento mia madre distolse lo sguardo, poi tornò a volgerlo su di me.
«Ma tu sei molte cose», disse. «Non una cosa sola. Sei l'uccisore e l'uomo. E non cedere all'uccisore che è in te soltanto perché li odii. Non devi addossarti il peso dell'assassinio o della follia per liberarti. Sicuramente dovranno esservi altri modi.»
Quelle ultime due frasi mi colpirono con forza. Mia madre era arrivata al cuore delle cose, e le implicazioni di ciò mi abbagliavano. 
Avevo sempre intuito che non avrei potuto essere un buon umano e combatterli. Essere un buon umano significava farmi sconfiggere da loro. A meno che, naturalmente, trovassi un'idea del bene che fosse più interessante. 
Restammo in silenzio per qualche istante. Era un'intimità eccezionale persino per noi. Mia madre guardava il fuoco, e si assestava i capelli folti avvolti intorno alla nuca. 
«Sai che cosa immagino?» disse, tornando a guardarmi. «Non tanto la loro uccisione, quanto un abbandono che li ignori completamente. Immagino di bere tanto vino da ubriacarmi e spogliarmi e fare il bagno nuda nei ruscelli di montagna.»
Per poco non risi. Ma era un divertimento sublime. La guardai, incerto; non sapevo se avevo capito bene. Mia madre aveva pronunciato quelle parole e non aveva ancora finito. 
«Poi immagino di andare nel villaggio», disse, «e di entrare nella locanda e di portarmi a letto tutti quegli uomini che trovo… uomini rozzi, uomini grandi e grossi, vecchi, ragazzi. Immagino di stare lì a prenderli uno dopo l'altro, e di provare un magnifico senso di trionfo, uno sfogo assoluto senza pensare a ciò che può accadere a tuo padre e ai tuoi fratelli, senza curarmi se sono vivi o morti. In quel momento sono esclusivamente me stessa. Non appartengo a nessuno.»
Ero troppo sorpreso e scandalizzato per parlare. Ma era terribilmente spassoso anche questo. Quando pensavo a mio padre e ai miei fratelli e ai pomposi bottegai del villaggio e al modo in cui avrebbero reagito a una cosa del genere, mi divertivo un mondo. 
Se non risi, fu con ogni probabilità perché l'immagine di mia madre nuda mi fece pensare che non dovevo farlo. Ma non riuscii a restare in silenzio; ridacchiai e mia madre annuì, con un accenno di sorriso. Inarcò le sopracciglia come per dire: «Noi due ci comprendiamo.
»
 

3)

«Se il bene esiste», disse Nicki, «allora io sono il suo contrario. Sono malvagio e me ne glorio. Sbeffeggio il bene. E se proprio ci tieni a saperlo, non suono il violino per rendere felici gli idioti che vengono da Renaud. Lo suono per me, per Nicolas.»
Non volevo ascoltare altro. Era tempo di andare a letto. Ma ero ferito da quel dialogo, e lui lo sapeva; e quando cominciai a togliermi gli stivali, si alzò dalla sedia e venne a sedersi vicino a me. 

«Scusami», disse con voce spezzata. Era così cambiato rispetto a un minuto prima che alzai gli occhi: appariva tanto giovane e avvilito che non potei fare a meno di abbracciarlo e dirgli che non doveva più preoccuparsi. 
«Hai in te una sorta di luminosità, Lestat», mi disse. «E attira tutti. È presente anche quando sei furioso o scoraggiato…»
«Poesia», dissi. «Siamo stanchi tutti e due.»
«No, è vero», disse Nicki. «Hai in te una luce quasi accecante. In me, invece, c'è soltanto tenebra. A volte penso che sia simile alla tenebra che ti ha contagiato quella notte nella locanda, quando hai cominciato a piangere e tremare. Eri così indifeso, così impreparato. Io cerco di tenerti lontana la tenebra perché ho bisogno della tua luce. Ne ho un bisogno disperato, mentre tu non hai bisogno della tenebra.»
«Il matto sei tu», dissi io. «Se tu potessi vederti e ascoltare la tua voce, la tua musica… che naturalmente suoni per te stesso… non vedresti la tenebra, Nicki. Vedresti una luce tutta tua. Cupa, sì; ma luce e bellezza si congiungono in te in mille modi diversi.
»

4) 

E sapevo, sapevo con un'immensa pienezza che il violino narrava tutto ciò che era accaduto a Nicki. Era la tenebra esplosa, la tenebra disciolta, e la sua bellezza era come la luce delle braci; appena sufficiente per mostrare quanto era grande la tenebra. 

5) 

«Guardati intorno! In Europa accadono cose assolutamente nuove. Il valore attribuito alla vita umana è più alto di quanto fosse in passato. Sapienza e filosofia si uniscono alle nuove scoperte della scienza, alle nuove invenzioni che modificheranno il modo di vivere degli umani. Ma questa è una storia a sé. È il futuro. Il fatto è che sei nato al culmine del vecchio modo di vedere le cose. E così era stato per me. Tu vieni da un'epoca senza fede, tuttavia non sei cinico. Lo stesso valeva per me. Si può dire che siamo scaturiti da un crepaccio tra la fede e la disperazione.»
E Nicki era caduto in quel crepaccio ed era perito, pensai. 

«Ecco perché i tuoi interrogativi sono diversi», disse Marius, «da quelli di coloro che sono nati all'immortalità sotto il dio cristiano.»

6) 

Per tutto il secolo decimonono i vampiri vennero «scoperti» dai letterati europei. Lord Ruthven, la creazione del dottor Polidori, lasciò il posto a Sir Francis Varney nelle riviste dell'orrore, e più tardi venne la magnifica, sensuale contessa Carmilla Karnstein, ideata da Sheridan Le Fanu, e infine il gorilla dei vampiri, l'irsuto e slavo conte Dracula, che, sebbene possa trasformarsi in pipistrello e smaterializzarsi a volontà, striscia sul muro del suo castello come una lucertola, apparentemente per divertirsi… e tutti questi personaggi immaginari alimentarono l'appetito insaziabile del pubblico per «i racconti gotici e fantastici». […]
Forse avevamo trovato il momento ideale nella storia, l'equilibrio perfetto tra il mostruoso e l'umano… 

7) 

Vennero i cavalieri. Nuvole che si addensavano all'orizzonte. Poi urla di terrore. E un bambino dai capelli fulvi, nei rozzi panni da contadino, che correva e correva mentre i cavalieri si scatenavano e il bambino lottava e scalciava e poi veniva afferrato e gettato sulla sella di un cavaliere che lo portava via, al di là dei confini del mondo. Quel bambino era Armand. 
E quelle erano le steppe meridionali della Russia, pur se Armand non sapeva che era la Russia. Conosceva la madre e il padre e la Chiesa e Dio e Satana, ma non comprendeva neppure il nome della patria o il nome della sua lingua, e non sapeva che i cavalieri erano tartari e che non avrebbe più veduto ciò che conosceva e amava. 
Oscurità, il movimento tumultuoso della nave e la nausea incessante, l'emersione dalla paura e dalla disperazione, l'immensità splendente di palazzi impossibili, Costantinopoli negli ultimi giorni dell'impero bizantino, con le multitudini fantastiche e i mercati degli schiavi. La confusione delle lingue straniere, le minacce fatte nel linguaggio universale dei gesti, e tutto intorno i nemici che Armand non sapeva distinguere né placare né fuggire. 
Sarebbero trascorsi anni e anni, al di là di una vita mortale, prima che Armand rievocasse quel momento terribile e attribuisse nomi e storie ai funzionari bizantini di corte che avrebbero voluto castrarlo, e ai custodi degli harem islamici che avrebbero voluto fare altrettanto, e ai fieri guerrieri mamelucchi dell'Egitto che lo avrebbero portato con loro al Cairo se fosse stato più biondo e più forte, e ai veneziani eleganti con i farsetti di velluto, gli esseri più splendenti di tutti, cristiani come lui, che tuttavia ridevano tra loro mentre lo esaminavano e lui restava muto, incapace di rispondere e di supplicare, persino di sperare. 
Vidi i mari davanti a lui, il grande azzurro ondeggiante dell'Egeo e dell'Adriatico, e di nuovo la nausea nella stiva e il voto solenne di non vivere più. 
E poi i grandi palazzi moreschi di Venezia che si ergevano dalla superficie splendente della laguna, e la casa dove era stato condotto, con le dozzine di camere segrete, la luce del cielo intravista solo dalle finestre chiuse da sbarre, e gli altri ragazzi che gli parlavano nelle dolci cadenze del veneziano, e le minacce e le lusinghe mentre veniva indotto, a dispetto delle sue parole e delle sue superstizioni, ai peccati che doveva commettere con l'interminabile processione di sconosciuti in quel panorama di marmi e di luce delle torce, mentre ogni camera si apriva su un nuovo quadro di tenerezza che si abbandonava allo stesso rituale e al desiderio inesplicabile e crudele. 
E finalmente, una notte, quando per giorni e giorni aveva rifiutato di sottomettersi ed era affamato e dolorante e non voleva più parlare a nessuno, venne spinto di nuovo dalla stanza dov'era rinchiuso oltre una di quelle porte, così com'era, sporco e abbagliato dalla luce, e l'essere che lo attendeva, alto e vestito di velluto rosso, con il viso magro e quasi luminoso, lo toccò così dolcemente con le dita fresche che, quasi sognando, non pianse nel vedere le monete che passavano di mano. Ma erano molte monete. Troppe. L'avevano venduto. E la faccia era così levigata che forse era una maschera. 
All'ultimo momento urlò. Giurò che avrebbe fatto quel che volevano, non si sarebbe più opposto. Qualcuno doveva dirgli dove lo portavano: non avrebbe più disobbedito, mai più. Ma, mentre veniva trascinato giù per le scale verso l'odore umido dell'acqua, sentì di nuovo le dita salde e delicate del suo nuovo padrone e, sul collo, le labbra fresche e tenere che non avrebbero mai, mai potuto fargli del male, e quel primo bacio mortale e irresistibile. 
Amore e amore e amore nel bacio del vampiro. Avvolse Armand e lo purificò, questo è tutto, mentre veniva portato sulla gondola e la gondola si muoveva come un grande scarabeo sinistro nello stretto rio, ed entrava nella volta sotto un'altra casa. 
Ebbro di piacere. Ebbro delle seriche mani bianche che gli allisciavano i capelli e della voce che gli diceva che era bello; ebbro del volto che nei momenti intimi era intensamente espressivo e poi diventava sereno e splendente come se fosse fatto di gemme e alabastro. Era come una polla d'acqua rischiarata dalla luna. Bastava toccarlo con un dito perché tutta la vita salisse sulla superficie e poi svanisse di nuovo in silenzio. 
Ebbro nella luce del mattino al ricordo di quei baci mentre, solo, apriva una porta dopo l'altra e scopriva libri e mappe e statue di granito e marmo, e l'altro apprendista lo trovava e lo conduceva con pazienza al lavoro… lo lasciava osservare mentre macinavano i pigmenti colorati, gli insegnava a mescolare il colore puro con il tuorlo d'uovo, e a stendere la lacca del tuorlo d'uovo sui pannelli, e lo portava sull'impalcatura mentre lavoravano con scrupolose pennellate ai margini dell'immensa rappresentazione di sole e nubi, e gli mostrava le grandi facce e le mani e le ali degli angeli che solo il pennello del Maestro avrebbe toccato. 
Ebbro mentre sedeva al lungo tavolo con loro, se s'ingozzava di cibi deliziosi che prima non aveva mai assaggiato e del vino che non scarseggiava mai. 
E finalmente si addormentava per svegliarsi nel crepuscolo, quando il Maestro stava accanto al letto enorme, affascinante come una creatura di sogno nei panni di velluto rosso, con i folti capelli bianchi che scintillavano alla luce della lampada e la felicità più schietta nei fulgidi occhi color cobalto. Il bacio mortale. 
«Ah, sì, non sarò mai separato da te, sì… non aver paura.»

«Presto, mio tesoro, presto saremo veramente uniti.»
Torce sfolgoranti in tutta la casa. Il Maestro sull'impalcatura con il pennello il mano: «Stai lì, alla luce, non muoverti.» Ore e ore trascorse immobile nella stessa posizione: e poi, prima dell'alba, vedeva le sue sembianze dipinte, la faccia dell'angelo, il Maestro che sorrideva mentre si avviava nel corridoio interminabile… 
«No, maestro, non lasciatemi, lasciate che rimanga con voi, non andate…»
Di nuovo giorno, e il denaro nelle sue tasche, monete d'oro, e la grandiosità di Venezia con i suoi rii verde scuro murati tra i palazzi, e gli altri apprendisti che lo tenevano per il braccio, e l'aria pura e il cielo azzurro sopra piazza San Marco, come qualcosa che nell'infanzia aveva soltanto sognato, e di nuovo il palazzo all'imbrunire, e il Maestro chino col pennello, che lavorava in fretta mentre gli apprendisti osservavano per metà inorriditi e per metà affascinati, e il Maestro che alzava la testa, lo vedeva e posava il pennello e lo conduceva fuori dall'enorme studio mentre gli altri lavoravano fino a mezzanotte, il Maestro che gli prendeva il viso tra le mani quando, di nuovo soli nella camera da letto, gli dava il bacio segreto che non doveva mai essere rivelato a nessuno. 
Due anni? Tre anni? Non c'erano parole per ricreare lo splendore di quel tempo… le flotte che lasciavano il porto per andare in guerra, gli inni che s'innalzavano davanti agli altari bizantini, le rappresentazioni della passione e dei miracoli recitate sui palchi delle chiese e nella piazza, con l'entrata dell'inferno e i diavoli piroettanti, e i mosaici dorati sui muri di San Marco e il Palazzo Ducale, e i pittori che si aggiravano per le strade, Giambono, Uccello, i Vivarini e i Bellini; e i giorni festivi e le processioni, e sempre le ore piccole nelle stanze del palazzo, a luce di torcia, solo con il Maestro quando gli altri dormivano chiusi nelle loro camere. Il pennello del Maestro che volava sulla tavola come se scoprisse il dipinto anziché crearlo… sole e cielo e mare che si stendevano sotto le ali dell'angelo. 
E quei momenti terribili e inevitabili, quando il Maestro si alzava urlando e scagliava tutt'attorno i barattoli dei colori e si portava le mani agli occhi come se volesse strapparseli. 
«Perché non posso vedere? Perché non posso vedere meglio dei mortali?»
L'abbraccio al Maestro. L'attesa dell'estasi del bacio. Segreto Tenebroso. Il Maestro che usciva furtivamente un po' prima dell'alba. 
[…] Armand imparò a leggere e a scrivere. Portava i quadri alla destinazione finale, nelle chiese e nelle cappelle dei grandi palazzi, incassava i pagamenti e contrattava l'acquisto dei pigmenti e degli olii. Rimproverava i servitori quando i letti non erano rifatti e i pasti non erano pronti. Era amato dagli apprendisti e piangendo li mandava ai nuovi compiti quando avevano finito. Leggeva poesie al Maestro quando questi dipingeva; e imparò a suonare il liuto e a cantare. 
E nei periodi tristi, quando il Maestro lasciava Venezia per molte notti, era lui che governava in sua assenza, e nascondeva agli altri il proprio dolore, sapendo che sarebbe cessato al ritorno del Maestro e soltanto allora. 
E finalmente una notte, quando persino Venezia dormiva… 
«Ecco il momento, bellissimo. Il momento che tu venga a me e sia come me. È questo che vuoi?»
«Sì.» […]
La vita notturna, quando si aggiravano insieme nelle calli buie e lungo i canali, identificati con i pericoli dell'oscurità senza averne timore… e l'antica estasi dell'uccisione… mai, mai, però le anime innocenti. No, sempre il malfattore, scrutato fino a rivelare Set, il fratricida… e poi il male assorbito dalla vittima umana e trasformato in estasi, mentre il Maestro faceva da guida nel festino condiviso. 
E poi la pittura, le ore solitarie col miracolo della nuova abilità, il pennello che a volte sembrava muoversi da solo sulla superficie smaltata, e loro due che dipingevano furiosamente il trittico, mentre gli apprendisti mortali dormivano tra i barattoli di colore e le bottiglie di vino, e un solo mistero turbava la serenità, il fatto che il Maestro, come in passato, ogni tanto dovesse lasciare Venezia per un viaggio che sembrava interminabile a quanti stavano in attesa. […] 
«Ma dove andate? Perché non posso venire con voi?» supplicava Armand. Non erano accomunati dal segreto? Perché quel mistero non gli veniva spiegato? 
«No, mio adorabile, non sei pronto per questo onere. Per ora deve essere soltanto mio, come lo è stato per più di mille anni. Un giorno mi aiuterai a fare ciò che devo, ma solo quando sarai pronto per la conoscenza, quando avrai dimostrato che desideri veramente sapere, e quando sarai abbastanza potente perché nessuno possa sottrarti la conoscenza contro la tua volontà. Fino ad allora, devi comprenderlo, non posso far altro che lasciarti. Vado a occuparmi di Coloro-che-devono-essere-conservati, come ho sempre fatto.
»
Coloro-che-devono-essere-conservati. 

[…] Per quanto tempo sarebbe continuato… Per una vita mortale? Per cento vite? 
Non trascorsero sei mesi in quella beatitudine tenebrosa, prima della sera in cui il Maestro si accostò alla sua bara nella cantina appena sopra il livello dell'acqua, e disse: 

«Alzati, Armand. Dobbiamo andare via. Loro sono venuti!»
«Loro? Chi, Maestro? Coloro-che-devono-essere-conservati?»
«No, tesoro mio. Gli altri. Vieni, dobbiamo affrettarci.»
Le facce bianche alle finestre, i pugni battuti sulle porte. I vetri infranti. Il Maestro che girava lo sguardo sui quadri. L'odore di fumo. L'odore della pece che bruciava. Salivano dalla cantina. Scendevano dall'alto. 
«Fuggi. Non c'è tempo di salvare nulla.» Su per la scala, fino al tetto. 
Nere figure incappucciate che lanciavano le torce attraverso le porte, il fuoco che ruggiva nelle stanze più in basso, faceva scoppiare le finestre, saliva ribollendo la scala. Tutti i quadri stavano bruciando. 
«Sul tetto, Armand. Vieni!»
Esseri come noi in quelle vesti scure! Altri come noi. Il Maestro li disperse mentre saliva correndo le scale. Le ossa s'incrinavano quando sbattevano contro il soffitto e le pareti. 
«Bestemmiatore, eretico!» urlavano le voci. Braccia afferravano Armand e lo trattenevano. E in cima alla scala il Maestro si voltò per chiamarlo:
«Armand! Fidati della tua forza. Vieni!»
Ma loro si buttarono addosso al Maestro. Lo circondarono. Per ognuno che veniva scagliato contro il muro ne apparivano altri tre, e cinquanta torce vennero protese verso gli abiti di velluto del Maestro, le lunghe maniche rosse, i capelli bianchi. Il fuoco salì rombando al soffitto, lo consumò, lo trasformò in una torcia vivente, mentre con le braccia in fiamme si difendeva incendiando gli assalitori che gettavano le torce accese ai suoi piedi, come legna da ardere. 
Ma Armand venne trascinato via, fuori dalla casa, con gli apprendisti umani che urlavano. E sull'acqua, lontano da Venezia, tra grida e gemiti, nel ventre d'un vascello terrificante come la nave dei mercanti di schiavi, in una radura sotto il cielo notturno. 
«Bestemmiatore, bestemmiatore!» Il falò che ardeva e, intorno, la catena delle figure incappucciate e il salmodiare che saliva al cielo. 
«Nel fuoco.»
«No, no!»
E mentre guardava impietrito, vide trascinare verso la pira gli apprendisti mortali, i suoi fratelli, i suoi unici fratelli che gridavano atterriti e venivano scagliati tra le fiamme. 
«No… basta, sono innocenti! Per amor di Dio, fermatevi, sono innocenti…» Urlava, ma era venuto il suo momento. Lo sollevarono mentre si dibatteva, e fu scagliato in alto, in alto, per ricadere tra le vampe. 
«Maestro, aiutatemi!
» Poi tutte le parole lasciarono il posto a un grido disperato. 
Urla e pazzia. 
Ma era stato trascinato via, riportato alla vita. 

8) 

«Sono sempre stato un ribelle», dissi. «Tu sei sempre stato lo schiavo di ciò che ti si imponeva.»
«Ero il capo della mia congrega!»
«No, eri lo schiavo di Marius, e poi dei Figli delle Tenebre. Eri caduto sotto l'incantesimo dell'uno e poi degli altri. Ciò che ora ti fa soffrire è l'assenza di un incantesimo. Mi fa rabbrividire che tu me l'abbia fatto credere per un po', come se io fossi un essere diverso da ciò che sono.»
«Non importa», disse Armand, con gli occhi ancora fissi sul fuoco. «Tu pensi troppo in termini di decisione e di azione. Questo racconto non è una spiegazione. E io non sono un essere che richiede un riconoscimento rispettoso nei tuoi pensieri o nelle tue parole. E tutti sappiamo che la tua risposta è troppo immensa per essere espressa a voce, e tutti e tre sappiamo che è definitiva. Ma non so il perché. Quindi sono un essere molto diverso da te, e tu non puoi capirmi. Perché non posso venire con voi? Farò tutto ciò che vorrete, se mi condurrete con Voi, e sarò sotto il vostro incantesimo.»
Pensai a Marius e al suo pennello e ai barattoli di tempera al tuorlo d'uovo. 
«Come hai potuto credere a ciò che ti hanno detto dopo che avevano bruciato i quadri?» chiesi. «Come hai potuto votarti a loro?»
Agitazione, una collera crescente. 
Prudenza sul volto di Gabrielle, ma non paura. 
«E tu, quando sei salito sul palcoscenico e hai visto gli spettatori che urlavano e si affrettavano a fuggire, secondo le descrizioni dei miei seguaci, dal vampiro che terrorizzava la folla, la folla che si precipitava nel Boulevard du Temple… tu, che cosa credevi? Che non vi fosse posto per te fra i mortali, ecco. Sapevi che era così. Eppure non c'era una banda di diavoli incappucciati che te lo diceva. Lo sapevi. Così per Marius non c'era posto tra i mortali. E per me.»
«Ah, ma è diverso.»
«No, non lo è. Perciò disprezzi il Teatro dei Vampiri, che in questo momento recita i suoi piccoli drammi per incassare l'oro del pubblico. Tu non vuoi ingannare come ingannava Marius. Questo ti divide ancora di più dall'umanità. Vuoi fingere d'essere mortale, ma ingannare ti irrita e ti ispira a uccidere.»
«In quel momento sul palcoscenico» dissi, «ho rivelato me stesso, e questo è il contrario dell'inganno. In un certo senso, rendendo manifesta la mia mostruosità, volevo ricongiungermi con i miei simili umani. Meglio che fuggissero da me, piuttosto che non mi vedessero…»
«Ma non è stato meglio.»
«No. Era meglio ciò che faceva Marius. Lui non ingannava.»
«Al contrario. Ingannava tutti!»
«No. Aveva trovato il modo d'imitare la vita mortale, di essere come i mortali. Uccideva solo i malfattori e dipingeva come dipingono gli umani. Angeli e cieli azzurri, nuvole… sono le cose che tu mi hai mostrato con le tue parole. Creava cose belle e buone. E vedo in lui la saggezza e la mancanza di vanità. Non aveva bisogno di rivelarsi. Aveva vissuto mille anni e credeva nei panorami paradisiaci dipinti da lui più che in se stesso.
»
Confusione.
Ora non ha importanza… Diavoli che dipingono angeli. 

9) 

Sangue come luce, fuoco liquido. Il nostro sangue. 
E le mie braccia che trovavano una forza incalcolabile, gli cingevano le spalle, la mia faccia premuta contro la carne bianca e fresca, il sangue che mi discendeva nell'inguine e accendeva ogni vena. Quanti secoli avevano purificato quel sangue e distillato il suo potere? 
Mi sembrò che mi parlasse, nel rombo del flusso. Ripeté:

«Bevi, mio giovane sofferente.»
Sentii il suo cuore gonfiarsi, il suo corpo ondeggiare come se fossimo saldati l'uno all'altro. 
E sentii, credo, la mia voce che diceva: «Marius.»
E lui rispondeva: «Sì.
»

10) 

E in questo mondo il vampiro è soltanto un Dio Tenebroso. È un Figlio della Tenebra. Non può essere altro. E se ha un potere affascinante sulle menti degli uomini, è solo perché l'immaginazione umana è un luogo segreto di memorie primitive e desideri inconfessati. […]
Tuttavia gli uomini ci amano, quando ci conoscono. Ci amano anche ora. […]
Fremono al pensiero dell'immortalità, della possibilità che un essere grande e bellissimo possa essere completamente malvagio, possa sentire e conoscere tutte le cose e tuttavia scegliere di saziare il suo appetito tenebroso. Forse vorrebbero essere quella creatura splendidamente malefica. Sembra così semplice. Ed è questa semplicità, ciò che loro cercano. 
Ma se fai loro il Dono Tenebroso, soltanto uno su una moltitudine non sarà infelice come te. 
Che cosa posso dirti che non confermi le tue paure? Ho vissuto più di milleottocento anni e ti dico che la vita non ha bisogno di noi. Io non ho mai avuto un vero scopo. Non c'è un posto per noi. 

Prima di concludere vi copincollo un'analisi di Nicolas riportata anni fa sul forum Anti Twilight, e della quale purtroppo non conosco la fonte originale =( Se qualcuno me la può indicare la aggiungo subito. 

Permettetemi alcune piccole considerazioni. Chi è in realtà Nicolas De Lenfent? Un talento frustrato, scoperto troppo tardi, castrato nei suoi sogni e desideri più intimi. Un sognatore incattivito, un "non adatto", in sintesi. Il risultato di simili premesse è di norma il cinismo, spesso il fatalismo. E' questa la Tenebra di cui Nicolas parla. La mancanza di speranza, di fiducia nel futuro. Ma da questa atarassica sospensione dello spirito lo riscuote un giorno il fattore perturbante più pericoloso al mondo: l'amore. L'amore che abbatte inesorabilmente le difese, che disintegra le corazze, che spinge ad aprirsi e rivelarsi, che porta la luce laddove prima era solo il buio. L'amore per Nicolas ha il volto di Lestat De Lioncourt, così diverso da lui, forte, combattivo e ottimista. Due caratteri opposti, diversi tra loro come il giorno e la notte, eppure complementari. In perenne equilibrio come lo yin e lo yang, sempre. Un equilibrio che come tutti ben sanno venne spezzato per sempre da Magnus. Ma perchè Lestat non tornò da Nicolas? Perchè, come dice lui stesso, era diventato un mostro e non voleva fargli del male? Oppure perchè l'eccitante scoperta del Giardino Selvaggio lo coinvolgeva in un'altra dimensione che gli aveva fatto scordare tutto il resto?
Non esiste nessuno al mondo che soffra maggiormente dell'abbandono di chi, non essendosi mai fidato di nessuno, decide un giorno di donare il proprio cuore e concedere completa fiducia a qualcun altro. Da solo nella sua soffitta, Nicolas aspetta per giorni, settimane, il ritorno del suo amante, sul quale sente raccontare storie favolose. Dicono che abbia sposato una donna ricchissima, e che giri per Parigi avvolto in abiti sontuosi, su eleganti carrozze. Certo, Lestat si preoccupa del suo benessere e gli manda del denaro, tanto denaro. Gli compra anche un appartamento, in cui sistemarsi con tutti gli agi. Come una cocotte, come un mantenuto di lusso. Eppure Nicolas ancora non lo odia. Non lo odia neppure quella volta che, presentatosi in Teatro, respinge il suo abbraccio, temendo che possa scoprire cosa è diventato.
Quand'è allora che Nicolas sviluppa per Lestat un odio feroce? Quando, caduto vittima della congrega di Armand, scopre nel modo più traumatico che il suo amante, con cui ha condiviso tutto, ha tenuto per sé un segreto; quando si rende conto che non ha avuto abbastanza fiducia in lui da credere che avrebbe potuto sopportare il peso di una simile rivelazione. E se è vero che Lestat alla fine gli concede per amore il Dono Oscuro, è altrettanto vero che ne prova immediato disgusto e lo allontana da sè, lasciandolo tra le mani di Gabrielle. Respinto ancora una volta, Nicolas precipita di nuovo nel baratro. A nulla vale la scoperta di uno straordinario talento che lo porta a creare ossessivamente, compulsivamente. L'arte non è in questo caso catarsi, ma il riproporre all'infinito i propri spettri ed angosce. L'agnostico Nicolas, tormentato per tutta la vita da una solitudine interiore che nemmeno l'amore ha saputo riempire, si rende tragicamente conto, alla fine, che a quella solitudine sarà condannato per l'eternità, essendo immortale. E questa constatazione lo annienta. L'unico mezzo che ha per sfuggire al Destino che sembra volerlo beffare per l'ennesima volta è la morte. Mi duole ammetterlo, ma in questo Anne Rice aveva ragione. Nicolas De Lenfent, doveva morire. Anche lui un eroe inutile, come Lord Jim, o meglio un antieroe, cupo e sprezzante fino all'ultimo respiro. Ed alla fine, un gesto che mi ha sempre fatto rabbrividire: il violino mandato indietro a Lestat. Un tentativo postumo di riconciliazione, forse, o il simbolo di qualcosa che avrebbe potuto essere e che invece non fu. Forse un rimprovero muto. Forse, semplicemente, un poetico addio.

 

Link utili:

Anne Rice su Wikiquote (as usual, non sono un'amanuense, e a volte copiare pari pari dai miei tascabili stanca ^^')
Trailer originale di Intervista col Vampiro

Intervista col Vampiro su TvTropes
The Spectator su Wikipedia 
Il vampiro africano su Wikipedia 

 Chinese Vampire su TvTropes

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