Recensione | Film | Due ragazze innamorate

Titolo originale: The Incredibly True Adventure Of Two Girls In Love  
Titolo italiano:  Due ragazze innamorate 
Regista: Maria Maggenti   
Interpreti: Laurel Holloman, Nicole Parker, Kate Stratford, Nelson Rodriguez, Maggie Moore
Anno: 1995
Lingua originale: Inglese 
Genere: Drammedia, Coming of Age
Sceneggiatura: Maria Maggenti 

Casa di produzione: New Line Cinema, Smash Picture
Musiche: Terry Dame

Adorabile. C’è una sola parola per esprimere al meglio questo film: adorabile. È il classico film che decidi di guardare una sera in cui non hai nulla da fare, appena compaiono i titoli di testa sullo schermo/senti la colonna sonora/assisti a certi shot lo trovi alquanto amatoriale, a mano a mano che la narrazione procede lo consideri "carino" e "fresco"… e ciononostante ti lasci sedurre da storia e personaggi, dalla sua aria da pièce teatrale e al contempo commedia romantica un po' fuori dagli schemi, ti ci affezioni, e completi la visione con un sorriso sincero stampato in volto. Era proprio quello di cui avevi bisogno, ti ha regalato allegria, emozioni e speranza, è stata un'esperienza sicura ma euforizzante. Un po' come il primo amore per alcune persone

Perché di questo si tratta qui: primo amore, nella fattispecie un primo amore gay, ma che viene vissuto dalle protagoniste come una qualsiasi storia romantica (illuminante è Evie che dopo aver fatto coming out con le amiche specifica "Non vi ho detto di essere gay, vi ho detto che mi sono innamorata"), anche se inframmezzata da angosce per il futuro, problemi familiari agli antipodi, scuola che sembra un penitenziario e relazioni umane in bilico. E per quanto il finale del film sia abbastanza aperto, come spettatrice puoi sperare il meglio per le ragazze persino abbandonandoti all'ideologia del "sarà quel che sarà". 

Protagonista assoluta della vicenda è Randy Dean, una diciassettenne cresciuta dalla zia Rebecca quando la madre fanatica religiosa l'ha abbandonata per portare avanti la sua causa antiabortista nel mondo. Sia Randy sia Rebecca sono lesbiche (a casa di Rebecca peraltro vive anche la sua compagna), e questo fa di Randy un'emarginata, sfottuta persino dai professori che la accusano di essere una perditempo con la testa tra le nuvole, allontanata dai compagni che la giudicano una poco di buono e una che "ostenta la sua sessualità" solo per avere un look tomboyish, e con un unico amico a tenerle compagnia durante le ore passate alla "prigione di Wallace".

Di primo acchito Randy dà l'impressione di un'adolescente che pensa con la sua testa e non si lascia piegare da nessuno, inafferrabile ed energica come una delle canzoni di Billie Holiday (la sua cantante preferita), e talmente sicura di sé da non aver problemi a sedurre una donna sposata né a sopportare il bullismo giornaliero… ma andando a scavare scopriamo un personaggio stanco della sua vita, semidepresso, che non riesce a concentrarsi sui doveri scolastici e cerca nei suoi flirt con Wendy, nelle ore passate a lavorare alla pompa di benzina della sua amica Regina, nei suoi ciclici esercizi con la chitarra, una via di fuga. Non credo di fare un volo pindarico nell'affermare che Randy vorrebbe essere una delle supereroine che disegna di continuo, anche sui quaderni che dovrebbe riempire di cose più concrete, che vorrebbe avere la situazione in pugno ogni volta (esemplificativa è la scena nel motel con Evie in cui iniziano a litigare: si sta intestardendo a trovare una soluzione perché vuole dimostrarsi all'altezza, e per lo stesso motivo si sta focalizzando solo sui suoi rovelli personali dimenticando quelli dell'altra). Eppure ho gradito un sacco l'interpretazione di Laurel Holloman: è stata capace di non renderla eccessivamente "tosta" e astiosa, bensì buffa, ironica, disincantata e, manco a dirlo, adorabile. 

Altrettanto adorabile è la coprotagonista, Evie Roy, che malgrado abbia la stessa età di Randy e frequenti la stessa scuola non potrebbe essere più diversa: tranquilla, posata, riservata, sorridente e con una paura matta di fallire, restia a lanciarsi in qualunque impresa e allo stesso tempo piena di voglia di vivere, di esplorare, di cercare. Ma siamo sicur* che Evie e Randy siano così diverse? E se Evie indossasse soltanto una maschera da Uptown Girl dal carattere di una Girl Next Door, maschera di cui si accorge pure Randy ("Quello che mi attira di lei è che non è ciò che sembra") e che la loro relazione contribuisce a far cadere? 

Evie non sarà depressa, ma ha sicuramente molti problemi in vita sua, primo fra tutti un'ansia spropositata (da qui il terrore di fallire) che le ha generato in parte la madre in parte il suo paranoico primo ragazzo, Hayjay. Evie sente la pressione in una maniera dalla quale Randy è messa al riparo, "protetta" dal suo status ai margini della gerarchia sociale. Evie ha la sensazione di dover sempre dimostrare qualcosa a qualcuno, e se non riesce a fronteggiare la situazione, come le capita la maggior parte delle volte, tira fuori un senso dell'umorismo autolesionista misto a cortesia eccessiva ("Oh, grazie, grazie infinite di avermi aiutata, io sono così imbranata", "Sono troppo ansiosa, tu sei molto più in gamba di me"); la tipica paura di non piacere che nasce quando non ci piacciamo noi stessi

Tuttavia, Evie non è solo la tipa che ti abboffa di chiacchiere nervose; è incline all'ascolto e alla memoria, tenta di giudicare il meno possibile e ha una mentalità decisamente più aperta della gente che la circonda. Evie è prontissima a lasciarsi andare con Randy e ad amarla, e non ha proprio voglia di comprimere dentro di sé la sua felicità, al punto da raccontare alle sue amiche di stare con una ragazza e affrontare i loro rifiuti. Col cuore spezzato, certo, ma a testa alta, perché è convinta di non aver fatto nulla di male. Si sente la stessa persona di prima, solo più felice. E, heck, anche Randy si sente più felice con lei, visto che supera la sua depressione e alla fine della storia si promettono di rimanere insieme e di risolvere qualsiasi problema si pari loro davanti. 

Se dovessi scegliere il mio pg preferito tra le due direi che Randy batte Evie di poco, mostly per l'interesse che mi genera; Evie è più una in cui mi identifico, Randy è più una che mi attira

Per quanto riguarda il rapporto tra le due protagoniste… definirlo adorabile ne impoverisce il valore effettivo e gli sottrae parecchia profondità. Di rado una relazione mi ha toccata in questo modo al cinema, non importa se omo o etero, e più giù, quando mi metto ad elencare le mie scene preferite di questo film, confesso di aver fatto una selezione bestiale, perché per quanto mi riguarda quasi ogni singola interazione tra Randy e Evie è qualificabile come la mia scena preferita.

L'intero rapporto di Evie e Randy è improntato sulla conoscenza reciproca: a dispetto delle affermazioni delle amiche cretine di Evie ("Comunque non credo proprio che sia il tuo tipo, secondo me non sa neanche leggere!"), Randy è sensibile all'arte e legge con interesse e diletto il libro di poesie che l'altra le ha prestato ("Foglie d'erba" di Walt Whitman, che Evie le ha prestato dopo aver saputo da Randy che Randy ama starsene sdraiata sull'erba fresca e respirarne l'odore), tanto che alla fine del film diventa la loro "Bibbia", il fondamento del loro amore; malgrado alle due piacciano generi musicali diversi — il rock n' roll e la musica classica — attraverso la musica raggiungono entrambe un posto tranquillo in cui si liberano di ogni emozione negativa (e quando si scambiano le cuffie per ascoltare l'una i CD dell'altra è di sicuro un'esperienza di crescita); parlando, si accorgono di avere le stesse convinzioni sulla vita di coppia ("La gente dovrebbe agire per amore, non per obbligo"), e al di là di quello, parlano di qualsiasi cosa — come pensano di essere a trent'anni, il fatto che sperano di stare ancora insieme una volta arrivateci, le materie che preferiscono a scuola e il modo in cui libri interessanti vengono censurati e stravolti privando gli studenti delle parti più succulente… 

E quando non parlano ma agiscono e basta? La maniera in cui si toccano è sempre delicata, paziente, spensierata e sbarazzina. Può essere un bacio sul naso o una piroetta, un appoggiare la testa in grembo all'altra o uno scompigliare i capelli, una danza assieme o una bevuta di vino incrociando le braccia che reggono il rispettivo bicchiere, un semplice tenersi per mano e un bacio che comincia leggero e arriva ad un coinvolgimento totale. 

Infine, "Due ragazze innamorate" ha il pregio di mostrare una relazione così bella in cui non mancano occasioni di lite (chi ha letto "Non credere alla finzione" e conosce le mie opinioni in merito sa che rimpiango un sacco di non aver fatto litigare in screen Angela e Alessandro…). This said, neppure nei momenti in cui si dimostrano insensibili l'una verso l'altra, ognuna concentrata sui propri problemi, la faccenda dura granché; la loro unione è forte e stabile, e le affinità sono di gran lunga maggiori delle differenze. 

Stringi-stringi sugli ultimi quattro paragrafi: Ho visto molti film in cui c'è una storia d'amore in primo piano e nonostante tutto lo screentime dedicato ad essa mi sono ritrovata a domandarmi se i personaggi si amassero sul serio — invece qui non ho il minimo dubbio, e trovo l'amore che le lega meraviglioso e invidiabile, nonché tenerissimo. 

Anyhow, mi rendo conto di essermi dilungata troppo sul legame delle protagoniste, essendo l'aspetto del film che ho adorato, perciò mi fermo qui e passo agli altri personaggi. ^^' 

Partendo dal parentado, abbiamo la zia Rebecca, una donna mascolina, dal piglio deciso e (ma questa è un'interpretazione mia) molto preoccupata e in ansia per la nipote. Credo che Rebecca sia molto legata a Randy, e che la sua severità sia solo un riflesso del terrore che gliela portino via, dal momento che la situazione familiare è agli occhi del mondo esterno molto confusa. Ciò non significa che non sia capace di pacatezza, come quando tenta di calmare la madre di Evie dopo che le due ragazze hanno passato la notte insieme riducendo la casa di Evie in condizioni pietose. A stemperare ulteriormente la sua seriosità c'è la sua compagna attuale, Vicky, una donna ironica e un po' svampita che, proprio come Randy, aveva bisogno di un posto dove stare e di un cuore generoso che glielo concedesse. Anche se quando arriva Lena, l'ex gentile e sorridente ed esperta di boxe di Rebecca, Vicky ne è gelosa e passano i tre quarti del film a litigare sullo sfondo, con piccole punzecchiature che non arrivano mai a uno scontro tremendo — anche se ho apprezzato particolarmente il fatto che, non appena si scopre che Randy non abbia i voti necessari per diplomarsi, entrambe si trovino d'accordo per la prima volta e tentino di placare Rebecca. xD Passando alla famiglia Roy, abbiamo una figura molto più controversala signora Roy, per certi versi simile a Erica Sayers del Cigno Nero. Da un lato è genuinamente affettuosa e premurosa verso Evie — anche troppo, la spupazza in una maniera quantomai inappropriata per una diciottenne, e benché Evie ricambi il suo amore, più volte le chiede perché trovi così difficoltoso pensare che voglia emanciparsi –, ma dall'altro è repressiva, le ha impedito di crescere del tutto, si irrita da morire all'idea che la figlia possa avere una vita privata/nasconderle qualcosa e se Evie si "ribella" un po' troppo per i suoi standard passa alle minacce velate e non. Nel complesso non sembra una mamma da arrestare, assolutamente u________u Si avverte che tiene tantissimo ad Evie, che tenta di bilanciare il tempo con lei al suo prestigioso lavoro che la costringe a conferenze anche il giorno del diciottesimo compleanno della figlia, presentandosi in anticipo di nuovo a casa per farle una sorpresa; è solo che non sa quale sia davvero il bene di Evie. 

Altro personaggio abbastanza importante nell'economia della storia è Frank, adolescente gay occhialuto e dall'aria sfigatella che fa da contraltare alla sua migliore amica, Randy (Masculine Girl, Feminine Boy, anyone?). Purtroppo non mi è piaciuto il lavoro che abbia fatto Maria Maggenti con lui: nonostante venga rimarcato che passa un sacco di tempo a casa Dean non lo vediamo manco una volta lì (Show, don't tell gettato alle ortiche…), il suo unico proposito nella storia è di aiutare Randy a raggiungere i suoi scopi romantici e non e nel frattempo fare da spalla comica, e l'unico brandello di vita autonoma che abbia è di avere tutte avventure da una botta e via con ragazzi (Randy dice che Frank "parla solo di culi"), perché si sa che gli uomini pensano solo al sesso e non sono capaci di avere una storia dolce e tenera e adorabile. On top of that, nel climax tradisce pure Randy rivelando alla zia e alla madre di Evie infuriate che le due si sono nascoste nel motel Tal dei Tali in attesa di capire come fare a risolvere la situazione — la casa di Evie a soqquadro, la signora Roy che le ha scoperte a letto insieme e ha urlato di tutto, i voti troppo bassi di Randy che non le consentono di diplomarsi, le amiche di Evie che la evitano come la peste adesso che ha una ragazza, ogni loro bugia svelata. C'è chi direbbe che Frank abbia fatto quello che era più giusto per calmare le ansie genitoriali delle donne, e mi sta bene; quello che non mi sta bene è che nel processo ci faccia la figura del vigliacco cedendo all'istante. Certo, mentirei se scrivessi che Frank non mi piaccia come pg: è divertente a modo suo, con quella sua aria da secchione e da outsider, un po' paterna un po' arrogantella un po' bonaria. Avrei semplicemente gradito che fosse sviluppato di più, nell'indole, nel suo ruolo nella vicenda e nella sua sfera affettiva indipendente da Randy. 

"Due ragazze innamorate" ha inoltre un pg che all'inizio sembra pessimo ma si rivela migliore nel finale: Wendy, una donna di quasi trent'anni capricciosa, frivola e con manie di protagonismo che ha rappresentato il primo flirt di Randy. Le piace tenere gli altri sulla corda e farli ballare come vuole, non appena Randy smette di starsene "sotto il suo schiaffo" lei si vendica spifferando della loro tresca con Alì (suo marito, che non mi risulta difficile immaginare abbia sposato solo per i soldi…) e dopo si precipita alla pompa di benzina tentando di calarsi nei panni dell'adulta angosciata e calorosa verso il suo tesoruccio bistrattato. Quando vede che le gira male perché Randy è felice con Evie scompare dalla storia per un po'… ma nel momento in cui le due sono nei guai e non sanno come pagarsi la stanza di motel accorre subito in loro aiuto; suppongo che l'abbia fatto per sentirsi di nuovo protagonista ed eroina, per solidarietà umana/cameratismo femminile, per un affetto residuo verso Randy, perché trovava divertente la situazione di due fuggiasche e ci riconosceva qualcosa di sé e della sua libertinaggine… anyhow, ho apprezzato e me l'ha fatta risalire nelle quotazioni. =) 

Speaking of the great finale… quello ha qualcosa di farsesco ed è il momento in cui si sente di più il tocco teatrale di questo film. Si sono radunati tutti i conoscenti di Randy e Evie fuori dal motel che le esortano a venire fuori, l'ansia è alle stelle, la tensione si taglia a fette, ognuno di loro ha i suoi battibecchi all'esterno, Randy e Evie hanno litigato e rifatto l'amore e adesso devono decidere con che faccia uscire e affrontarli uno per uno… e noi come spettatori non possiamo fare altro che pensare che le persone realmente "ridicole" e "nei guai" siano quelle che le aspettano fuori. Ho adorato come le protagoniste escano dalla porta tappandosi le orecchie per ridimensionare il baccano, si guardino negli occhi e recitino una poesia di Walt Whitman, perché non l'ho vista come un blando, sdolcinato "per me esisti solo tu"; l'ho vista come un "grazie a te sento delle cose in più, voglio continuare a sentirle, dammi la forza e resta con me". Naturalmente anche l'atto di uscire fuori, affine all'inglese "coming out of the closet" e comune ad altri film gay, è stato qualcosa di adorabile. È uno di quei simbolismi che a parer mio non perdono mai originalità, in un mondo ancora omofobico dove uscire dall'armadio (o dalla stanza di un motel) è una prova di grande coraggio. 

Mie scene preferite: 

Randy che infila un messaggio per Evie nel suo armadietto; Evie che le presta "Foglie d'erba" e finiscono a parlare di poesia e musica; Randy e Evie che ascoltano il "Dies Irae" di Mozart in macchina; la scena al bar in cui si prendono per mano; Randy che riflette su come chiedere a Evie di venire a cena a casa sua; la scena di costruzione del rapporto amoroso tra Evie e Randy; la scena di sesso; Alì che becca la macchina di Wendy nel parcheggio del motel e si mette a sbraitare. 

Recensione | Film | Water Lilies

Titolo originale: Naissance des Pieuvres
Titolo internazionale: Water Lilies (in Italia non è mai uscito)
Regista: Céline Sciamma
Interpreti: Pauline Acquart, Louise Blachère, Adèle Haenel, Warren Jacquin
Anno: 2007
Lingua originale: Francese
Genere: Drammatico, Coming of Age
Sceneggiatura: Céline Sciamma
Musiche: Para One
Fotografia: Crystel Fournier
Link che mi hanno aiutata a scrivere questa recensione: 12345

Trama in breve, mi serve perché mi dilungherò su altro:
Marie, un’adolescente introversa, assiste allo spettacolo di nuoto sincronizzato della sua estroversa amica Anne, e si innamora sia dello sport sia di Floriane, la bellissima capitana della squadra di un livello superiore ad Anne. Pur di starle vicina decide di iscriversi anche lei in piscina, e attraverso l’amicizia che instaura con Floriane (accantonando quella con Anne) ha l’occasione di scoprire la propria sessualità; di studiare la percezione che gli altri hanno di lei, di Floriane e di Anne; e di comprendere le differenze tra il suo amore e l’amore di Anne per François, il fidanzato di Floriane, e il sentimento confuso che Floriane sembra manifestare sia per il ragazzo sia per lei stessa.

Prima premessa: Nonostante quello che potreste sentire in giro, questo film non ha nulla a che vedere con “Fucking Åmål”, di cui ho parlato qualche giorno fa. Non ne è una scopiazzatura, non è liberamente ispirato, le somiglianze che si possono trovare sono veramente minime (la storia d’amore tra una bruna riservata e una bionda con una reputazione da troietta e magari il fatto che siano entrambi film indipendenti) e trovo riduttivo fare una recensione dell’uno paragonandolo all’altro.
Seconda premessa: A differenza di “Fucking Åmål”, che è una commedia apertamente adolescenziale e gay, “Water Lilies” può anche non essere considerato un film gay, perché, nel cinema di Céline Sciamma, molto dipende dall’interpretazione che si dà all’opera.

Di sicuro è un film sull’adolescenza, e uno di quelli che si vedono rarissimamente nella vita. Ha una bellezza eterea, silenziosa (i dialoghi sono pochissimi e la musica c’è giusto all’inizio e alla fine e nei momenti salienti), stilizzata (l’unico segno di modernità è un cellulare che compare in una scena in croce), di quella che sotto la pelle nasconde molto altro, e che lascia trasparire i tormenti interiori delle protagoniste dai loro sguardi, caldi e vivi.

In questo senso, “Water Lilies” è l’opposto di “La Solitudine dei Numeri Primi”, perché anche se dobbiamo metterci lì a dire la nostra sulle motivazioni intrinseche delle protagoniste, su quello che le fa agire e su cosa pensino e sul perché siano attratte dal rispettivo interesse amoroso, non c’è nessuna ipocrisia: la regista stessa ha ammesso di aver lasciato ambigui questi aspetti, e per una buona ragione. Ha deciso di girare un film che potesse essere accettato e discusso dalla maggioranza, che trascinasse quanta più gente possibile a vederlo, che facesse immedesimare ragazze eterosessuali, bisessuali, lesbiche, pansessuali, anche ragazzi di qualsiasi orientamento. Ha fatto questo invece di renderlo un film militante e di nicchia – anche se lei stessa considera comunque l’averlo girato “un atto politico”. C’è un bel commento su Rotten Tomatoes di cui ricordo il senso ma non le parole esatte, e dà senz’altro da pensare: “Water Lilies” è uno di quei rarissimi film sulla sessualità femminile che non è concepito per far arrapare gli uomini in sala ma per far identificare le donne che hanno provato determinati sentimenti nell’adolescenza.

Infatti al centro della vicenda ci sono tre quindicenni appassionate di nuoto sincronizzato, e le riprese nello spogliatoio, in acqua, le riprese dei loro corpi seminudi, in costume da bagno e in biancheria abbondano, ma tutto questo è mostrato SENZA UN BRICIOLO di voyeurismo. Tutto è visto come una cosa normale, naturale, personale – come se noi spettatori fossimo una di quelle ragazze e ci sentissimo legittimati a guardarle. Pur amando “Carrie, lo sguardo di Satana” di Brian De Palma, riconosco che ci sia un abisso tra la sua scena iniziale negli spogliatoi femminili (qui) e l’opening di “Water Lilies” negli spogliatoi femminili (qui). La prima è chiaramente girata per fantasticare, è sognante, estranea, guarda le ragazze con attrazione; la seconda è neutra, da persona che vede certe cose tutti i giorni allo specchio, che sa riconoscere la cruda realtà quando ce l’ha sotto gli occhi, invece di immaginare come potrebbe essere spiando dal buco della serratura.

Molto del film ruota attorno alla cruda realtà, anche nella rappresentazione delle tre protagoniste. Ho scritto che sono mostrate senza alcun voyeurismo, ed è vero; ma non è un film che le presenta come delle bambine asessuate/stucchevoli e c’è grande attenzione verso i loro desideri romantici e carnali, come è giusto che sia quando si vuole girare un film sincero sull’adolescenza, e non la versione edulcorata che consenta ai genitori di negare lo sviluppo delle figlie.

Al centro di tutti gli intrecci amorosi c’è Marie, una ragazza che, almeno a prima vista, sembra più immatura delle altre: sempre ombrosa e in disparte, con la sua coda di cavallo e le sue t-shirt anonime, il suo corpo minuto e sottosviluppato (a vederla le daresti dodici anni anziché quindici) del quale si vergogna (pensa di avere un braccio più lungo dell’altro, quando deve cambiarsi nello spogliatoio indugia e si slaccia il reggiseno sotto la maglietta). Andando a scavare si scopre che Marie è una repressa: ha un’energia interna che tenta di soffocare in continuazione finché non esplode da sola – vedi la scena in cui beve con calma un succo di frutta mentre sta aspettando Floriane e all’improvviso lo getta a terra e lo schiaccia con veemenza – e c’è chi lo attribuisce a un’omosessualità repressa della quale comincia a malapena a rendersi conto quando si innamora di Floriane.
Marie sa di essere repressa, di lasciarsi dominare troppo, di essere simile alla sua testuggine e di portare addosso una corazza per evitare di essere ferita (esemplificativa è anche la scena in cui di punto in bianco dà una spinta violenta alla testuggine nella sua vaschetta, la testuggine si ritira nel guscio e Marie lascia ricadere il braccio, rassegnata), quindi a volte se la prende con se stessa, e il suo conflitto interiore è tale che non di rado è crudele con la sua migliore amica Anne quando non ce ne sarebbe alcun bisogno – motivo per cui Marie è il personaggio che mi piace di meno – e quando Anne si caccia nei guai Marie si preoccupa troppo poco per lei. C’è chi direbbe che sia manipolata da Floriane e stia ancora tentando di decidere a chi deve la sua lealtà, e posso accettarlo; ma per me è solo un’attenuante perché non riesco ad identificarmi più di tanto in lei (forse non ho vissuto i suoi specifici problemi col corpo, forse non ho avuto i suoi specifici problemi di lealtà, forse non essendo omosessuale non ho provato il suo angst e il suo tipo di repressione). La cosa che però mi ci fa identificare, e si tratta di un’altra caratteristica peculiare del personaggio, è che Marie è un’osservatrice, una che si interroga su quello che le passa davanti agli occhi e che prima di agire ci pensa su venti volte. Oh, e on top of that, grazie alle sue capacità di osservazione e alla sua consapevolezza, una volta sviscerato il pg si scopre che è la più matura di tutte.

Con Floriane, invece, la Sciamma ha spiegato che intendeva esplorare “l’aspetto difficile dell’essere una bella ragazza.” Il film è molto realistico in questo senso perché dice una verità – confermata da Rosalind Wiseman nel libro “Queen Bees and Wannabes” – che un sacco di altre pellicole non mostrano: mentre di solito al cinema le ragazze bellissime e con una sensualità naturale sono circondate di amici di entrambi i generi, sono popolari e coinvolte e hanno il mondo ai loro piedi, in “Water Lilies” Floriane è una specie di emarginata. La sua bellezza le consente di ottenere l’attenzione di molti ragazzi, che tuttavia la considerano solo un oggetto sessuale da esibire e da impalmare, e come se non bastasse non ha neanche un’amica perché le ragazze sono troppo invidiose di lei e l’hanno etichettata come troia anche se è ancora vergine.
La sua bellezza le impedisce di scendere oltre un certo livello nella gerarchia sociale, ma non la rende né felice né amata anche perché Floriane non sa più chi è: confonde la vera se stessa (che neppure conosce a fondo) con le dicerie sulla sua presunta troiaggine, e le alimenta indossando una maschera da sfrontata e disinibita, maschera che rifiuta di abbandonare persino quando Marie si dimostra innamorata di lei come persona. Floriane è molto più vulnerabile e meno matura di quella che sembra a prima vista, e credo sia questo il motivo per cui ci sia più focus su di lei rispetto ad Anne tra molti fans del film – oltreché per il rapporto che ha con Marie. A proposito di questo, Floriane la manipola dall’inizio alla fine perché è abituata ad usare il suo corpo per ottenere quello che vuole, e tutto quello che vuole è un’amica, una che le pari le spalle quando i ragazzi ci vanno troppo pesanti con lei, una che si interessi alla sua sicurezza e una con cui possa passare dei momenti di intimità, complicità, leggerezza. È perfettamente cosciente dell’attrazione di Marie e le manda segnali contraddittori (il modo in cui la tocca, la incoraggia, le fa complimenti, le si avvicina alla bocca, dice di non voler andare a letto con François contrapposto al suo costante interesse verso i ragazzi) senza intuire quanto facciano male, e che Marie non prenda l’iniziativa (almeno fino alla fine) perché è confusa da lei e teme di essere rifiutata. E infatti alla fine Marie sceglierà di essere amica dell’unica persona non abusiva che conosca.

Prima di presentare Anne, devo fare una precisazione su uno dei tanti pregi di “Water Lilies”: ha preso degli archetipi/stereotipi (l’estroversa cicciottella, la timidona smilza, la bellissima troietta) esclusivamente per farne delle deconstructions, per smontarli e mostrare cosa ci sia dietro. Quello che è successo per Marie e Floriane vale anche per Anne: al di là della migliore amica che ti spinge a fare le cose, che ti trascina qua e là, che porta avanti la conversazione, si cela una persona terribilmente sola, anche timida, e di certo molto insicura. Anne, come molte ragazze grasse che si sono sviluppate presto (ha un seno prosperoso, è piena di curve, ha lineamenti molto femminili), si sente invisibile, impermeabile agli occhi dei ragazzi malgrado la sua sessualità, prorompente come quella di Floriane ma meno attraente per parecchi. Perciò è plausibile che tenti di mostrare solo il lato migliore di sé, il buon carattere solare che le permetta di farsi vedere per un po’.
A tratti si rende conto del potere che deriva dal suo corpo, a tratti no, e di certo non sa gestirlo. Esempi della sua consapevolezza sono le gonne che indossa spessissimo, le magliette dai tagli femminili – su di lei abbondano il rosso, il nero, contrasti forti – e il fatto che a differenza di Marie la vediamo truccata qualche volta. Esempi della sua ingenuità sono invece il suo atteggiamento giocoso, le decorazioni con stelline e cuoricini che ha sulle magliette, la scena in cui dopo essersi spruzzata il deodorante lo assaggia spruzzandoselo in bocca e tossisce dandosi della stupida, il modo in cui si siede a gambe aperte nonostante abbia la gonna.
E sulla sua insicurezza, be’, come non citare l’opening che la vede come una gigantessa fuori posto in mezzo a tante ragazzine minute, non sviluppate e carine? O quando aspetta di restare sola nello spogliatoio prima di cambiarsi, tenendo addosso l’asciugamano e giustificandosi con “ho il costume che deve ancora asciugarsi”, perché si vergogna di farsi vedere nuda dalle altre, viste come “più belle” e “migliori”? Naturalmente anche Anne è una preda facile dei ragazzi incalzati dagli stereotipi del duro e dell’uomo “virile”, che devono considerarla davvero disperata, una che farebbe qualsiasi cosa pur di ottenere la loro attenzione e che possono rigirarsi come vogliono. Questo è proprio quello che succede con François, che siccome non riesce a rimediare una scopata con Floriane la usa per un po’ di sesso, dal momento che Anne passa i tre quarti del film a corteggiarlo. La vittoria Anne ce l’ha quando lo rifiuta – in maniera davvero molto eloquente, devo dire – alla fine, dopo essersi infusa nuovo coraggio grazie all’amicizia di Marie, con la quale ha scambiato anche un bacio perché “nella sua lista di cose da fare per arrivare alla maturità non aveva ancora spuntato il primo bacio”. Sono cose che succedono tra amiche e che spesso e volentieri non implicano attrazione sessuale, solo desiderio di sperimentare, giocare e vicinanza emotiva.

Speaking of François, qui arriviamo a una grande pecca del film: il modo in cui vengono rappresentati gli uomini. Sembra che siano solo esseri neutri che a malapena parlano e che servono a farsi traghettare verso la maturità, a parte François sono sullo sfondo, molestatori e allenatori violenti senza una battuta che sia una e con un atteggiamento di superiorità/dominanza, e a giudicare da come viene mostrata la relazione tra Floriane e François non c’è alcuna complicità tra di loro, stanno solo lì a pomiciare e a sorridersi e nel frattempo si cornificano. Non parliamo poi del modo in cui François illude Anne, by God, cerca di sedurla con sguardi da cucciolo bagnato ma durante il sesso con lei è brutale, non la bacia neppure e non pensa minimamente a darle piacere, sembra che si stia fottendo una realdoll – infatti alla fine Anne si arrende e sta sotto a subire, insomma, quasi come uno stupro. Proprio il contrario della scena di sesso tra Floriane e Marie (Floriane le chiede di sverginarla per prepararsi a François, dato che “se scopre che non sono davvero una troia è finita”), in cui Marie la guarda spesso, è impacciata, è preoccupata del suo benessere e dimostra tanta sensibilità quanta ne manca al maskioH della situazione.
Ora, anche se la regista dice che in questo film non c’è alcuna visione degli uomini, io non sono d’accordo, e per quel poco che si vedono fanno davvero schifo. È una rappresentazione che mi dà fastidio, la trovo superficiale e antifemminista – sì, avete letto bene: antifemminista. Ridurre i ragazzi a bestie assassine sempre vogliose, senza sensibilità, debolezze, ferite, conoscenze, progetti, sentimenti e pensieri è schiaffarli in una categoria con una brutta nomea, è stereotiparli e fare esattamente ciò che i maschilisti fanno con le donne. I ragazzi non devono per forza essere interessi amorosi, ma possono essere compagni di vita in altri modi, come amici, fratelli, conoscenti, colleghi, padri, nonni, cognati e così via, e siccome il mondo appartiene alle donne quanto appartiene agli uomini, il rispetto va mostrato anche nei loro confronti.

Parlando invece degli altri pregi di questo film, c’è il simbolismo del nuoto sincronizzato. Céline Sciamma ha spiegato che da ragazza ne era appassionata, e che ragionandoci ha capito che esprima molto della condizione delle ragazze nella società. È l’unico sport al mondo solo femminile, ed è l’unico sport al mondo dove devi fingere di non star facendo uno sport. In superficie le ragazze sembrano tutte uguali, fanno tutte gli stessi movimenti, sorridono e sono truccate come bambole; ma sott’acqua, dove devono scalciare e bilanciare per mantenersi a galla, stanno facendo un lavoraccio infame, il prezzo da pagare per essere considerate attraenti. La trovo una metafora originale della condizione femminile e che si sposa bene con il resto del film, che dice cose che di rado ho sentito dire finora, e di sicuro non al cinema.

TL;DR: “Water Lilies” mi è piaciuto sebbene abbia i suoi difetti. Mi è piaciuto per la sua originalità, per la sua audacia, per le verità che mostra, per le metafore, perché passa il Bechdel Test più di dieci volte, e per la meravigliosa scena finale con la musica “acquatica” e delicata di Para One.

Mie scene preferite:
Marie nella vasca da bagno – in costume e con la testuggine – che cerca di muoversi come le ragazze che ha visto allo spettacolo nell’opening e ha praticamente già deciso di iscriversi; Anne e Marie che si schizzano con la bottiglia d’acqua e ridono; Floriane e Marie che parlano di molestie a tratti con leggerezza a tratti con gravità; la scena in discoteca in cui si vede che Marie è bloccata e Floriane sta tentando di raggiungere i suoi scopi; le due scene di sesso speculari; la scena finale.

Link utili: 

Water Lilies su Wikipedia
Water Lilies COMPLETO su YouTube in francese con sottotitoli in portoghese (se conoscete una di queste lingue, guardatelo)

Recensione | Film | Boys Don’t Cry

Titolo originale: Boys Don’t Cry 
Titolo italiano:  Boys Don’t Cry
Regista: Kimberly Peirce  
Interpreti: Hilary Swank, Chloë Sevigny, Peter Sasgaard, Brendan Sexton II, Jeannetta Arnette, Alicia Goranston
Anno: 1999
Lingua originale: Inglese 
Genere: Drammatico, Coming of Age, Biopic
Sceneggiatura: Kimberly Peirce, Andy Bienen
Musiche: Nathan Larson 
Casa di produzione: Fox Searchlight Pictures  
Link che mi hanno aiutata a scrivere questa recensione: 1

Nel 1993 fece scalpore un particolare omicidio di tre ventenni, a Falls City nel Nebraska. Una era Lisa Lambert, l’altro il fidanzato di sua sorella, Philip Devine, e il terzo era Brandon Teena. Erano tutti stati uccisi da John Lotter e Marvin Thomas Nissen, che a parole avrebbero dovuto essere loro amici, e che si erano accaniti più volte contro Brandon Teena, violentandolo addirittura in precedenza e sfigurandone il cadavere poi. Il motivo per cui fece scalpore e non venne liquidato all’istante come “violenza giovanile” fu che Brandon Teena era nato donna, e il suo nome anagrafico era Teena Ray Brandon.

“Boys Don’t Cry” è un biopic su questa vicenda, nato dall’interesse che la giovane regista Kimberly Peirce nutrì per il caso. È la storia di un ragazzo dall’immaginazione straordinaria, che grazie ad essa riusciva ad arricchire ogni fibra della sua esistenza in attesa di evolvere. È una storia di libertà, ricerca di sé stessi, conformismo e mascolinità in crisi. È una storia d’amore, di tenerezza e di violenza. È la storia dell’alienazione e della solitudine del Midwest americano. È, in definitiva, la prova lampante che con un ottimo cast di attori semisconosciuti, una regista in gamba e una buona idea da mettere su carta puoi fare un lungometraggio memorabile anche avendo a disposizione un budget di due milioni di dollari.

Dei personaggi principali, non ce n’è uno che mi sia sembrato vuoto. Cominciamo da Brandon, il protagonista indiscusso (interpretato da una Hilary Swank convincentissima e premiata con l’Oscar per il ruolo). Nonostante gli altri attorno a lui lo considerino “anormale”, è il ragazzo più equilibrato e normale tra tutti gli alcolizzati, depressi e angosciosi personaggi che lo circondano. È uno che non si arrende mai, uno spirito libero audace e temerario, pronto a sperimentare l’estasi dell’avventura (romantica e non) ma anche a sistemarsi con le persone che davvero contano per lui. La Peirce è sempre rimasta colpita dal fatto che Brandon si è costruito un’identità maschile senza avere dei modelli di riferimento stabili, e lo ha considerato un indice di grande elasticità e forza interiore. Tuttavia, anche lui ha i suoi difetti, e gli costeranno cari: è fin troppo ingenuo e non calcola bene i rischi prima di tentare un’impresa, col risultato di finire spesso e volentieri nei guai; vede sempre il meglio nelle persone, persino quando non lo meriterebbero; e il suo disperato bisogno di costruirsi un’immagine forte, attraente, piacevole, affidabile lo porta a mentire in maniera spudorata su cose banalissime, dunque a perdere l’appoggio di gente che avrebbe potuto salvarlo.

Lana, la sua ragazza, è il suo opposto in quasi tutto: vede sempre il peggio nelle persone, è irascibile e nervosa, sboccata e cocciuta, ma anche a lei la sua vita va stretta e quando conosce Brandon dopo un’iniziale ritrosia non può non lasciarsi andare. Si sente sola e spaesata e vede in lui, oltreché una persona che la capisce e la accetta, il suo lasciapassare per il grande mondo. Lana è forse il mio personaggio preferito, dato che mi rispecchio abbastanza nella sua diffidenza e nel suo essere al tempo stesso aspra e vulnerabile. La Lana del film, rispetto a quella reale, continua la sua relazione con Brandon anche dopo la scoperta del suo sesso di nascita, è una dei pochi a stargli vicina e a fare tutto ciò che è in suo potere perché la tragedia non si avveri. Lana lotta, si ribella, soffre e ama, mostra appieno cosa c’è sotto la scorza dura e cinica a mano a mano che la narrazione procede. Per me la Sevigny è stata una piacevolissima novità, e mi auguro di rivederla in azione presto o tardi.

John è uno degli assassini e dei violentatori meno odiosi e stereotipati in cui mi sia mai imbattuta. Si vede che cerca di fare la cosa giusta per ottenere il rispetto, l’amore e l’ammirazione degli altri, che (almeno all’inizio) si affeziona a Brandon considerandolo un ragazzino da prendere sotto la sua ala, che ha amato sul serio Lana nonostante le sue tendenze da stalker siano inquietanti, che sente le cose scivolargli a poco a poco tra le dita… ma la sua risposta è scatenare tutta la sua ottusità, la sua mancanza di empatia e la sua natura brutale da “uomo che non deve chiedere mai”.

Tom… sì, lui è il personaggio principale meno approfondito, ma Brendan Sexton II riesce a renderlo quasi umano in un paio di scene. Malgrado le apparenze di spalla ironica e scanzonata è più aggressivo di John, più attratto dal lato oscuro (si veda la scena del falò con Brandon…) ed è quello con meno scrupoli di coscienza – almeno nel film, nella realtà ha denunciato il vero John Lotter per alleggerirsi la sentenza.

Candace (che in realtà si chiamava Lisa) è più marginale, ma Alicia Goranston sa come renderla gradevole. È una ragazza timida, rotonda e dolce che viene attratta all’istante da Brandon ma è messa da parte perché la sua amica Lana glielo porta via – e anche perché Lana per forza di cose può avere un rapporto più profondo con lui, lo capisce meglio e non lo considera solo un possibile padre di suo figlio e un ragazzo irresistibilmente carino. Eppure Candace è capace di astio e rancore, è la prima ad informare gli stupratori della verità ma si redimerà essendo l’unica ad accogliere Brandon in casa per proteggerlo dalla loro furia. La sua lealtà e la sua generosità purtroppo la condurranno alla morte.

Parlando delle musiche, quelle non sono eccezionali e non sono neppure il mio genere, però mi sono piaciute, specie la versione di Nina Persson di “The Bluest Eyes In Texas” e “Codine Blues” dei Charlatans. Sono assolutamente fitting e a volte persino “fluttuanti” – i montaggi di suoni di Nathan Larson alla stregua del sogno di Brandon la seconda notte a Falls City.

Qualche parola finale sulle controversie che questo film ha scatenato.

Molti odiano “Boys Don’t Cry”, ne sono consapevole. E non parlo solo della famiglia di Brandon Teena, JoAnn Brandon in testa, che lo definiscono offensivo e menzognero perché “mia figlia si travestiva da uomo come strategia difensiva, visto che era stata molestata da piccola”; non parlo solo degli abitanti di Falls City, che dicono di essere molto diversi da come la sceneggiatura li dipinge; non parlo solo della vera Lana Tisdale, che si arrabbiò per invasione della privacy e per l’interpretazione della Sevigny; parlo anche di persone all’interno della comunità LGBT, che lo considerano transfobico perché a dispetto della tagline (“Una storia vera sulla speranza, la paura e il coraggio che ci vogliono per essere sé stessi”) mostrerebbe nel finale che l’unico modo per essere sé stessi è la morte.

Io ho un’opinione su ognuno dei punti di cui sopra, ma siccome si tratta di persone realmente esistite e che non conosco so di non avere la verità in tasca e si aprirebbero parentesi su parentesi che mi farebbero sfociare nell’OT; quindi mi concentrerò solo sull’ultimo punto. Sono d’accordo, la tagline non è affatto coerente col messaggio del film (perché è striminzita e confusionaria)… ma da qui a dire che sia un film transfobico ce ne passa. “Boys Don’t Cry” è stato un atto di denuncia contro la transfobia, uno dei pochissimi film di Hollywood che hanno affrontato l’argomento, per impedire che altri ragazzi finissero come il protagonista. Non dimenticherei inoltre che è basato su una storia vera, dunque mi chiedo a che pro metterci un lieto fine inventato solo per non scontentare nessuno – che poi, il finale con la lettera piena di ottimismo di Brandon in sottofondo e Lana che riesce ad andarsene sull’autostrada da sola, fiduciosa di sé e cresciuta interiormente, non mi sembra un finale tragico al 100%. Io la speranza ce l’ho vista, in quel finale. La paura pure, durante il film. E il coraggio di Brandon è indimenticabile (vogliamo parlare anche del fatto che l'ultima volta che fa sesso con Lana le racconta tutta la verità su di sé e lei lo accetta comunque? Che si mostra per la prima volta nudo in tutti i sensi? Questo non è essere sé stessi?). Li considero tutti ingredienti imprescindibili di un film che attraverso la storia di un ragazzo assassinato auspica che a nessuno debba essere negata la possibilità di essere sé stesso.

Ultima nota: Se sono riuscita ad interessarvi, vi prego con tutta me stessa di NON GUARDARLO DOPPIATO IN ITALIANO. Qui non si tratta di un brutto doppiaggio, si tratta di un doppiaggio REPELLENTE, una cacca di piccione ammuffita su una perla di film, forse l’adattamento peggiore che abbia mai visto. I motivi per cui lo odio sono molteplici (dialoghi troppo formali per dei ventenni del 1993 nel Midwest, doppiatori bravissimi sprecati a fare le comparse e doppiatori che non c’entravano un tubo con i personaggi nei ruoli principali, frasi stravolte come “Forza, Kate, fa’ qualcosa” e “Non ti intrometteresti se non fossi così ovviamente innamorata di Brandon” VS “Forza, Candace, fa’ qualcosa” e “Non mi intrometterei se non fossi così ovviamente innamorata di Brandon”), però il primo li batte tutti: il fatto che nelle scene cruciali Brandon parli di sé stesso al femminile (“Sono andata”, “Sono sicura”), avvalorando il concetto che “ZOMG, è una donna!” e stravolgendo il senso intero della storia. Hanno addirittura inserito dei “Teena” (il nome anagrafico femminile) a caso nei dialoghi, quando nella versione originale non c’erano. Seriamente, guardatelo in inglese con sottotitoli, e potrebbe valerne la pena.

Mie scene preferite:
L’opening onirico con Brandon in macchina e il montaggio di suoni in sottofondo; Brandon che lascia l’anello in camera di Lana invece di darglielo di persona; Brandon che quando si cambia deve nascondere ogni traccia sospetta; Brandon e Lana che si rincorrono fuori casa di lei; la corsa in auto; la canzone in sottofondo all’estasi di Lana; Lana che non riesce a guardarlo mentre John e Tom vorrebbero obbligarla e urla “Lasciatelo stare!”; Lana che dice a Brandon “Sei così bello” verso la fine; il finale con Lana sull’autostrada.

Link utili:

Boys Don't Cry su TvTropes
The True Story Of Brandon Teena su YouTube, se volete approfondire la vera storia
Il trailer originale su YouTube

Hilary Swank vince un Oscar per Boys Don't Cry su YouTube
Dietro le quinte con gli attori che parlano del significato del film
Hilary Swank parla di quanti passi avanti abbia fatto il suo Paese per le persone LGBT, da attivista e attrice, in un'intervista per HuffPostLive

Recensione | Film | Fucking Åmål

Titolo originale: Fucking Åmål
Titolo italiano:  Fucking Åmål – il coraggio di amare
Regista: Lukas Modysson 
Interpreti: Alexandra Dahlström, Rebecka Liljeberg, Mathias Rust, Erica Carlson, Stefan Hörberg, Josefine Nyberg, Axel Widegren, Ralph Carlsson, Jill Ung, Maria Hedborg
Anno: 1998
Lingua originale: Svedese 
Genere: Drammedia, Coming of Age
Sceneggiatura: Lukas Modysson, Alexandra Dahlström  
Musiche: Tomaso Albinoni, Håkan Hellström, Per Gessle
Fotografia: Ulf Brantås 
Scenografia: Heidi Saikkonen, Lina Strand
Effetti speciali: Gunnar Ahlgren 
Casa di produzione: Menfis Film 
Link che mi hanno aiutata a scrivere questa recensione: 1

Decisamente il film a tematica lesbica migliore che abbia mai visto sinora, rovinato esclusivamente dal doppiaggio italiano, che ha banalizzato i dialoghi inserendoci parolacce a caso e infantilendo le riflessioni dei personaggi in una maniera mostruosa.

La storia è presto detta, è vero (e ci sono molti punti di contatto con Get Real – un ottimo film a tematica gay): in una cittadina svedese dove per gli adolescenti non ci sono svaghi o attrazioni, la “fottuta Åmål”, vivono Elin e Agnes, due ragazze diversissime per carattere, posizione sociale, background e (all’apparenza) orientamento sessuale, ma entrambe intrappolate in una vita che non sentono come loro.

In occasione della festa di compleanno di Agnes, dove Elin è capitata per puro caso, si conoscono, si parlano e scoprono di essere più simili di quel che credevano. Vola un bacio e la promessa di telefonarsi il giorno dopo, ma le due non risolveranno la situazione e non potranno essere libere di amarsi fino alla cruciale, penultima scena nei bagni della scuola.

Pur ricalcando le convenzioni dei film adolescenziali, l’occhio di Modysson è nuovo e a mio avviso originale: lui ha uno stile di regia molto simile a quello di un documentario, fa emergere l’animo dei personaggi dai gesti più che dalle parole, e anche quando parlano di cose a prima vista banali vale la pena starli ad ascoltare. Lo stile si traduce anche in una serie di zoomate, macchine da presa che passano in modo fulmineo da un attore all’altro nella stessa inquadratura, o anche inquadrature che si susseguono incalzanti (come la scena della mensa a inizio film), e quest’ultima è forse la cosa più “convenzionale” che faccia. Eppure, malgrado lo stile tagliente, sa essere molto delicato quando si tratta di sentimenti. Sarà il suo essere stato un poeta, forse (hobby che peraltro ha trasferito ad Agnes), o sarà una profonda conoscenza dell’animo umano. Conoscenza che emerge anche dal modo in cui ha creato i suoi personaggi. So che in principio possono sembrare stereotipati e insulsi, però davvero, persino io che detesto i cliché li ho apprezzati, perché rivelano delle sorprese e le attrici principali in particolare hanno talento da vendere.

Elin è una quattordicenne popolare e capricciosa (e bionda, manco a dirlo…), eppure non è la solita Alpha Bitch perennemente vestita di rosa che non vede l’ora di ferire e umiliare la co-protagonista (una Brainy Brunette): al contrario, lei vorrebbe evolvere come persona e ha sogni di gloria (anche se a volte ha degli impulsi autodistruttivi come volersi drogare o ubriacare per evadere), scappare da una provincia che non può offrirle nulla, e il suo peggiore incubo è essere una perfetta donnina di casa. E l’evoluzione l’avrà, alla fine della storia, ricambiando la ragazza che l’ha sempre amata a distanza e lottando contro le convenzioni per affermarsi. Di conseguenza, abbandona pure senza rimpianti la popolarità che le malelingue credevano esserle indispensabile.

Agnes è più grande (ha sedici anni) e più matura, almeno dal punto di vista psicologico, preferisce esprimersi attraverso lo scritto e non ha amici –anzi, è persino vittima di bullismo. Eppure neanche lei è lo stereotipo della sfigatella buona e gentile e umile e innamorata persa tanto da farsi mettere i piedi in testa, perché non ha problemi a farsi valere se necessario (è lei che convince Elin ad uscire dal bagno nel finale) e sa essere addirittura crudele (con Viktoria) e vendicativa (con Elin quando non mantiene la promessa di chiamarla). Io ammetto di aver WTFato sia quando se la prende con Viktoria sia quando dà uno schiaffo ad Elin davanti a tutte, un po’ perché non condividevo il comportamento, un po’ perché trovarsi di fronte ad una ragazza tranquilla e solitaria che abbia delle reazioni così esplosive è una rarità nei teen movie.

Gli altri sono poco approfonditi, ma fra i giovani spiccano Jessica e Johan. Lei, la sorella maggiore di Elin, è la vera ragazza attaccatissima alle convenzioni, che cerca il Principe Azzurro dolce e sensibile ma di fatto sta con il capobranco arrogante e manesco di turno, Markus. Eppure ha anche lei i suoi conflitti interiori, dato che è sempre messa in ombra dalla sorellina quando si tratta di amicizie e ragazzi (e questa è una novità se ci pensate, di solito in fiction è la sorella minore a voler rubare la scena alla maggiore! xD) e perfino manipolata psicologicamente da Elin per ottenere ciò che Elin desidera. Lui, Johan, è l’ennesimo spasimante di Elin, che sarebbe il bravo ragazzo che si sforza di fare la cosa giusta anche se è succube del suo migliore amico. Eppure si capisce che Modysson non lo dipinge come un personaggio troppo simpatetico, visto che è uno stupido che non si accorge di quello che gli succede intorno e Elin lo affronterà di petto verso la fine, dimostrandogli che lui è debole e vigliacco.

Oh, e tra gli adulti… meh, loro non è che abbiano grande spazio sullo schermo. Ci sono Karin, la madre di Agnes, che la controlla troppo, e Brigitta, la madre di Elin e Jessica, che le controlla troppo poco (imponendo peraltro regole di cui si dimentica). E poi c’è Olof, il padre di Agnes, che si rispecchia nella figlia e in cui la figlia può rispecchiarsi. Loro, bisogna dirlo, hanno un bel rapporto, fatto di silenzi e discrezione e affetto, eppure ci sarà un momento in cui Agnes lo terrà fuori dalla sua vita, a causa del suo essere un’adolescente confusa e arrabbiata e a causa della sua omosessualità repressa, che non sa come confessargli.

Forse l’unica vera, grande pecca di “Fucking Åmål” per cui mi risulta impossibile chiudere un occhio è (SPOILERONE IN VISTA) il tentato suicidio/autolesionismo di Agnes, che sembra starsene lì solamente per aggiungere pathos e non ha alcuna ripercussione dopo.

Eppure c’è anche una grande qualità di questo film che voglio evidenziare: passa il Bechdel Test due volte (quando Elin e Jessica parlano del sogno di Elin e il dialogo tra Karin e Agnes dopo che Karin ha scoperto al computer di Agnes della sua omosessualità).

… Mi sono appena accorta di aver ripetuto “eppure” a iosa. Beh, è così che questo film ti lascia, tirando le somme: con un “eppure”. Le premesse della trama sono semplici, i personaggi nascono da stereotipi, la musica non è che si faccia notare più di tanto, le protagoniste fanno cose non condivisibili a volte, la tecnica di regia può non piacere a tutti… eppure i temi affrontati (emarginazione, crescita interiore ed esteriore, ribellione verso una vita e una sessualità imposte, conformismo VS individualismo) sono universali e non cessano di interessarmi, la recitazione è grandiosa e i personaggi non si fermano allo stereotipo, Modysson è di una delicatezza unica nella sostanza e in definitiva questo film merita una possibilità.

Mie scene preferite:
L’opening, con Agnes che scrive al computer; il secondo bacio; il dialogo sugli spalti tra Elin e Jessica; Elin che sputa dal cavalcavia; il coming out; Elin che prepara il latte al cioccolato per sé e per Agnes.

Link utili:
Fucking 
Åmål su Wikipedia
Il secondo bacio delle protagoniste in italiano
Il coming out in italiano