Music Time! (Parte 9, Adrian von Ziegler)

"Quanto aveva ragione Giovanni Sartori, i giovani d'oggi sono proprio rincitrulliti davanti a uno schermo…"
"Il computer toglie all'essere umano la fantasia, il desiderio di compagnia e lo rende un essere abulico senza più sogni o desideri…"
"Cosa potranno mai imparare tutto il giorno davanti a uno schermo, senza nessuna interazione umana? E' mostruoso, è come essere in un universo parallelo dove tutto, anche le emozioni, è tecnologizzato!"
"Che schifo quando si creano le cose direttamente al computer, non avranno mai la stessa qualità dei prodotti fatti a mano, come si faceva una volta, con tanto impegno e tanto calore umano…"
"Grazie al cazzo che molti giovani fanno tutto al computer, ci vogliono due secondi, neppure si devono sforzare e hanno già i risultati pronti! Ma non è farina del loro sacco, è solo indice di una società senza valori dove l'essere umano vuole tutto e subito…"

"Non ne posso più di sentir parlare di YouTube, ma che avrà di tanto speciale? L'essere umano si mette in mostra come in una vetrina, e sul computer in generale non succede nulla di interessante, e qualsiasi cosa sia pubblicata lì non sarà mai Vera Arte!"

*Riavvolge il nastro*
Siete stufi di questi discorsi stereotipati che non conoscono le potenzialità del mezzo che tanto criticano, e che confondono un cattivo utilizzo del mezzo con il mezzo stesso? Anche a voi i computer hanno aiutato a connettervi con altri esseri umani in maniera più completa di come viene espresso dalle frasi di cui sopra, e vi hanno aiutato a diffondere e creare libri, cortometraggi, musica, disegni, recensioni, fotografie e tutto quello che si può definire ARTE? Siete curiosi di scoprire artisti nuovi, soprattutto se indipendenti e che potrebbero insegnarvi tante cose, sul web come altrove? Allora leggete qui sotto, perché vi parlerò di un compositore indipendente che al di fuori della nostra Italietta viene considerato un mostro sacro di YouTube, e che dà un calcio a tutti i discorsi sui "bamboccioni tecnologizzati e ignoranti" che sarebbero i giovani d'oggi.

 


ADRIAN VON ZIEGLER, I COMPOSITORI INDIPENDENTI E LA MUSICA ORIGINALE DI YOUTUBE

Un po' di storia…

Nel 1989 a Zurigo nasceva Adrian von Ziegler, un ragazzo come tanti altri con la passione per la lettura, la filologia, il fantasy e soprattutto la musica. Dopo una breve esperienza dai quindici ai sedici anni in una rock band dove era relegato al ruolo di batterista, ha avuto bisogno di cominciare a creare la sua musica senza altri intermediari, ed è stato così che ha potuto sviluppare il suo talento. Come tanti ragazzi, Adrian ha subito considerato l'opzione di farsi conoscere da un pubblico vasto tramite la rete, ed è stato così che nel 2008 ha cominciato a pubblicare i suoi brani musicali su MySpace con lo pseudonimo di Indigo. All'epoca gli strumenti si limitavano a una chitarra, una tastiera e un po' di arrangiamenti orchestrali, e presto, dal momento che le visualizzazioni su MySpace erano troppo poche per i suoi standard, si è stufato e senza perdersi d'animo ha deciso di provare a farsi conoscere per altre vie.

Nel 2009 ha cominciato a usare il programma Magix Music Maker, e dal momento che la sua abilità cresceva a dismisura è stato contattato da alcuni amici per chiedergli di fare da compositore della colonna sonora del loro film indipendente. Ed è stato così che la carriera musicale di Adrian ha avuto una svolta: nonostante il fatto che il 1° agosto 2009 si è aperto un canale YouTube (col suo vero nome) solo per caricare la musica che aveva composto per il film e mostrarla ai suoi amici, senza troppe pretese, è stato grazie a YouTube che ha potuto davvero farsi conoscere al mondo in tutto il suo talento. Al giorno d'oggi Adrian può vantare 430.599 iscritti sul suo canale (beh, per lo meno l'ultima occasione in cui ho guardato, quando pubblicherò il mio articolo ne potrete contare altri…), 146.143 "Mi piace" sulla sua pagina ufficiale di Facebook e un totale di quindici album pubblicati dal 2010 all'anno scorso.

Altri progetti

Oltre ad essere un compositore indipendente e un musicista solista, Adrian von Ziegler è anche uno scrittore e un filologo (ma solo per passione personale, senza nessun titolo da sbandierare per attestare la sua cultura). A diciassette anni ha avuto l'idea di pubblicare un suo romanzo fantasy presso una casa editrice tedesca, ma più tardi si è concentrato sulla musica, senza però abbandonare del tutto la scrittura; al giorno d'oggi è al lavoro su un nuovo libro per il quale nel frattempo sta facendo addirittura una colonna sonora, molto sullo stile de "Il Signore degli Anelli", e grazie alle sue conoscenze di filologia ed etimologia sta creando anche una lingua per esso. E' impegnato nella beneficienza e il 50% di quello che guadagna su YouTube lo dà a un'associazione di nome "Charity: Water", oltre a collaborare con altre associazioni caritatevoli attive in Svizzera.

Genere musicale: qual è, come viene realizzato, perché ve lo suggerisco?

Con Adrian von Ziegler sarebbe più corretto parlare di generi musicali, dal momento che si muove con facilità tra la musica celtica, rilassante, di meditazione, dark fantasy, fantasy, folk metal, symphonic metal, troll metal, la world music e le colonne sonore vere e proprie in base ai film per cui gli vengono commissionate (forse l'ha aiutato avere un interesse per lo score dei film in generale, Hans Zimmer, Bach, Nox Arcana, Howard Shore, Koji Kondo, Jeremy Soule e tanti altri). Personalmente ho sempre provato interesse verso questi generi, ma per svariate motivazioni non li ho mai esplorati come avrei voluto, e la musica di Adrian mi ha aperto una finestra su questo mondo, facendomi capire che il mio interesse era ottimamente riposto. :) E anche se tutti questi generi vi sembrassero restrittivi, fidatevi, all'interno di essi Adrian non è quasi mai noioso.

I suoi brani musicali possono mettervi in uno stato di grazia dove nessuna preoccupazione vi può toccare, ma anche essere cupi e spingervi a indagare sulla vostra tensione. Vi fanno entrare in contatto con qualcosa di molto profondo dentro di voi, ve lo fanno toccare e accarezzare, e ogni tanto potrebbe fare quasi paura, e allora potreste voler chiudere la finestra di YouTube e ritornare ad un'assenza di consapevolezza, ma è rarissimo che delle sensazioni del genere vi lascino indifferenti. Vi possono portare in un luogo magico, austero, misterioso, incantato, che richiama i boschi e le passeggiate nella natura, finché non saprete più se vi ricorda la natura all'esterno di voi stessi o la natura nel vostro mondo interiore. Sono eccellenti quando volete ricaricare le batterie ed eccellenti quando vi volete liberare di un umore troppo pesante… ma anche se non l'ho mai testato personalmente, perché tutte le occasioni in cui l'ho ascoltato ero in uno stato mentale specifico, penso che siano eccellenti anche quando volete provare di nuovo tante emozioni, e tornare alla vita in seguito a una fase di emozioni smorte.

Confesso che le mie scarse conoscenze di tecnica musicale non mi permettono di dare un giudizio consapevole su di essa, ma sono sicura che tra i tanti iscritti al suo canale qualcun* si sia già espress* al riguardo, e che tutti gli anni trascorsi ad affinare il suo talento abbiano portato Adrian von Ziegler anche ad intendersene sotto questo punto di vista. Quello che vi posso descrivere con precisione — e l'ho fatto — sono le emozioni e le sensazioni che i suoi album mi hanno portato a provare. Adesso, a proposito di album, confesso pure che non li ho ascoltati tutti per intero, perché capirete che quindici album in un colpo solo sono troppi, quindi per presentarvelo vi metto i link di una canzone a testa da ognuno dei suoi album.

Requiem (2010)

A Celtic Lore

Lifeclock (2010)

Arcane Wonder Worker

Across Acheron (2011):

Where I Belong

Wanderer (2011):

Morning Dew

Mirror of the Night (2011):

Awakening

Mortualia (2012):

Ad Mortem

Spellbound (2012):

Moorchild

Starchaser (2012):

Nidhöggr

The Celtic Collection (2012):

Gaelic Earth

Odyssey (2012):

Pearls of the Seas

Feather and Skull (2013):

Symphonic Metal

Vagabond (2013):

Spring Charm

Libertas (2014):

You're More Than You Know

Queen of Thorns (2014):

The Sealed Kingdom

E come extra: Daydream Melody e una playlist di tre ore di musica celtica.

E potete scaricare la discografia completa qui. Buone emozioni!

Link utili:

Il canale YouTube di Adrian von Ziegler
La pagina Facebook di Adrian von Ziegler
Adrian von Ziegler sulla Wikipedia inglese
La sua prima intervista su YouTube di quattro anni fa (parte 1)
La sua prima intervista su YouTube di quattro anni fa (parte 2)
– Adrian von Ziegler su Amazon

Recensione | Film | Water Lilies

Titolo originale: Naissance des Pieuvres
Titolo internazionale: Water Lilies (in Italia non è mai uscito)
Regista: Céline Sciamma
Interpreti: Pauline Acquart, Louise Blachère, Adèle Haenel, Warren Jacquin
Anno: 2007
Lingua originale: Francese
Genere: Drammatico, Coming of Age
Sceneggiatura: Céline Sciamma
Musiche: Para One
Fotografia: Crystel Fournier
Link che mi hanno aiutata a scrivere questa recensione: 12345

Trama in breve, mi serve perché mi dilungherò su altro:
Marie, un’adolescente introversa, assiste allo spettacolo di nuoto sincronizzato della sua estroversa amica Anne, e si innamora sia dello sport sia di Floriane, la bellissima capitana della squadra di un livello superiore ad Anne. Pur di starle vicina decide di iscriversi anche lei in piscina, e attraverso l’amicizia che instaura con Floriane (accantonando quella con Anne) ha l’occasione di scoprire la propria sessualità; di studiare la percezione che gli altri hanno di lei, di Floriane e di Anne; e di comprendere le differenze tra il suo amore e l’amore di Anne per François, il fidanzato di Floriane, e il sentimento confuso che Floriane sembra manifestare sia per il ragazzo sia per lei stessa.

Prima premessa: Nonostante quello che potreste sentire in giro, questo film non ha nulla a che vedere con “Fucking Åmål”, di cui ho parlato qualche giorno fa. Non ne è una scopiazzatura, non è liberamente ispirato, le somiglianze che si possono trovare sono veramente minime (la storia d’amore tra una bruna riservata e una bionda con una reputazione da troietta e magari il fatto che siano entrambi film indipendenti) e trovo riduttivo fare una recensione dell’uno paragonandolo all’altro.
Seconda premessa: A differenza di “Fucking Åmål”, che è una commedia apertamente adolescenziale e gay, “Water Lilies” può anche non essere considerato un film gay, perché, nel cinema di Céline Sciamma, molto dipende dall’interpretazione che si dà all’opera.

Di sicuro è un film sull’adolescenza, e uno di quelli che si vedono rarissimamente nella vita. Ha una bellezza eterea, silenziosa (i dialoghi sono pochissimi e la musica c’è giusto all’inizio e alla fine e nei momenti salienti), stilizzata (l’unico segno di modernità è un cellulare che compare in una scena in croce), di quella che sotto la pelle nasconde molto altro, e che lascia trasparire i tormenti interiori delle protagoniste dai loro sguardi, caldi e vivi.

In questo senso, “Water Lilies” è l’opposto di “La Solitudine dei Numeri Primi”, perché anche se dobbiamo metterci lì a dire la nostra sulle motivazioni intrinseche delle protagoniste, su quello che le fa agire e su cosa pensino e sul perché siano attratte dal rispettivo interesse amoroso, non c’è nessuna ipocrisia: la regista stessa ha ammesso di aver lasciato ambigui questi aspetti, e per una buona ragione. Ha deciso di girare un film che potesse essere accettato e discusso dalla maggioranza, che trascinasse quanta più gente possibile a vederlo, che facesse immedesimare ragazze eterosessuali, bisessuali, lesbiche, pansessuali, anche ragazzi di qualsiasi orientamento. Ha fatto questo invece di renderlo un film militante e di nicchia – anche se lei stessa considera comunque l’averlo girato “un atto politico”. C’è un bel commento su Rotten Tomatoes di cui ricordo il senso ma non le parole esatte, e dà senz’altro da pensare: “Water Lilies” è uno di quei rarissimi film sulla sessualità femminile che non è concepito per far arrapare gli uomini in sala ma per far identificare le donne che hanno provato determinati sentimenti nell’adolescenza.

Infatti al centro della vicenda ci sono tre quindicenni appassionate di nuoto sincronizzato, e le riprese nello spogliatoio, in acqua, le riprese dei loro corpi seminudi, in costume da bagno e in biancheria abbondano, ma tutto questo è mostrato SENZA UN BRICIOLO di voyeurismo. Tutto è visto come una cosa normale, naturale, personale – come se noi spettatori fossimo una di quelle ragazze e ci sentissimo legittimati a guardarle. Pur amando “Carrie, lo sguardo di Satana” di Brian De Palma, riconosco che ci sia un abisso tra la sua scena iniziale negli spogliatoi femminili (qui) e l’opening di “Water Lilies” negli spogliatoi femminili (qui). La prima è chiaramente girata per fantasticare, è sognante, estranea, guarda le ragazze con attrazione; la seconda è neutra, da persona che vede certe cose tutti i giorni allo specchio, che sa riconoscere la cruda realtà quando ce l’ha sotto gli occhi, invece di immaginare come potrebbe essere spiando dal buco della serratura.

Molto del film ruota attorno alla cruda realtà, anche nella rappresentazione delle tre protagoniste. Ho scritto che sono mostrate senza alcun voyeurismo, ed è vero; ma non è un film che le presenta come delle bambine asessuate/stucchevoli e c’è grande attenzione verso i loro desideri romantici e carnali, come è giusto che sia quando si vuole girare un film sincero sull’adolescenza, e non la versione edulcorata che consenta ai genitori di negare lo sviluppo delle figlie.

Al centro di tutti gli intrecci amorosi c’è Marie, una ragazza che, almeno a prima vista, sembra più immatura delle altre: sempre ombrosa e in disparte, con la sua coda di cavallo e le sue t-shirt anonime, il suo corpo minuto e sottosviluppato (a vederla le daresti dodici anni anziché quindici) del quale si vergogna (pensa di avere un braccio più lungo dell’altro, quando deve cambiarsi nello spogliatoio indugia e si slaccia il reggiseno sotto la maglietta). Andando a scavare si scopre che Marie è una repressa: ha un’energia interna che tenta di soffocare in continuazione finché non esplode da sola – vedi la scena in cui beve con calma un succo di frutta mentre sta aspettando Floriane e all’improvviso lo getta a terra e lo schiaccia con veemenza – e c’è chi lo attribuisce a un’omosessualità repressa della quale comincia a malapena a rendersi conto quando si innamora di Floriane.
Marie sa di essere repressa, di lasciarsi dominare troppo, di essere simile alla sua testuggine e di portare addosso una corazza per evitare di essere ferita (esemplificativa è anche la scena in cui di punto in bianco dà una spinta violenta alla testuggine nella sua vaschetta, la testuggine si ritira nel guscio e Marie lascia ricadere il braccio, rassegnata), quindi a volte se la prende con se stessa, e il suo conflitto interiore è tale che non di rado è crudele con la sua migliore amica Anne quando non ce ne sarebbe alcun bisogno – motivo per cui Marie è il personaggio che mi piace di meno – e quando Anne si caccia nei guai Marie si preoccupa troppo poco per lei. C’è chi direbbe che sia manipolata da Floriane e stia ancora tentando di decidere a chi deve la sua lealtà, e posso accettarlo; ma per me è solo un’attenuante perché non riesco ad identificarmi più di tanto in lei (forse non ho vissuto i suoi specifici problemi col corpo, forse non ho avuto i suoi specifici problemi di lealtà, forse non essendo omosessuale non ho provato il suo angst e il suo tipo di repressione). La cosa che però mi ci fa identificare, e si tratta di un’altra caratteristica peculiare del personaggio, è che Marie è un’osservatrice, una che si interroga su quello che le passa davanti agli occhi e che prima di agire ci pensa su venti volte. Oh, e on top of that, grazie alle sue capacità di osservazione e alla sua consapevolezza, una volta sviscerato il pg si scopre che è la più matura di tutte.

Con Floriane, invece, la Sciamma ha spiegato che intendeva esplorare “l’aspetto difficile dell’essere una bella ragazza.” Il film è molto realistico in questo senso perché dice una verità – confermata da Rosalind Wiseman nel libro “Queen Bees and Wannabes” – che un sacco di altre pellicole non mostrano: mentre di solito al cinema le ragazze bellissime e con una sensualità naturale sono circondate di amici di entrambi i generi, sono popolari e coinvolte e hanno il mondo ai loro piedi, in “Water Lilies” Floriane è una specie di emarginata. La sua bellezza le consente di ottenere l’attenzione di molti ragazzi, che tuttavia la considerano solo un oggetto sessuale da esibire e da impalmare, e come se non bastasse non ha neanche un’amica perché le ragazze sono troppo invidiose di lei e l’hanno etichettata come troia anche se è ancora vergine.
La sua bellezza le impedisce di scendere oltre un certo livello nella gerarchia sociale, ma non la rende né felice né amata anche perché Floriane non sa più chi è: confonde la vera se stessa (che neppure conosce a fondo) con le dicerie sulla sua presunta troiaggine, e le alimenta indossando una maschera da sfrontata e disinibita, maschera che rifiuta di abbandonare persino quando Marie si dimostra innamorata di lei come persona. Floriane è molto più vulnerabile e meno matura di quella che sembra a prima vista, e credo sia questo il motivo per cui ci sia più focus su di lei rispetto ad Anne tra molti fans del film – oltreché per il rapporto che ha con Marie. A proposito di questo, Floriane la manipola dall’inizio alla fine perché è abituata ad usare il suo corpo per ottenere quello che vuole, e tutto quello che vuole è un’amica, una che le pari le spalle quando i ragazzi ci vanno troppo pesanti con lei, una che si interessi alla sua sicurezza e una con cui possa passare dei momenti di intimità, complicità, leggerezza. È perfettamente cosciente dell’attrazione di Marie e le manda segnali contraddittori (il modo in cui la tocca, la incoraggia, le fa complimenti, le si avvicina alla bocca, dice di non voler andare a letto con François contrapposto al suo costante interesse verso i ragazzi) senza intuire quanto facciano male, e che Marie non prenda l’iniziativa (almeno fino alla fine) perché è confusa da lei e teme di essere rifiutata. E infatti alla fine Marie sceglierà di essere amica dell’unica persona non abusiva che conosca.

Prima di presentare Anne, devo fare una precisazione su uno dei tanti pregi di “Water Lilies”: ha preso degli archetipi/stereotipi (l’estroversa cicciottella, la timidona smilza, la bellissima troietta) esclusivamente per farne delle deconstructions, per smontarli e mostrare cosa ci sia dietro. Quello che è successo per Marie e Floriane vale anche per Anne: al di là della migliore amica che ti spinge a fare le cose, che ti trascina qua e là, che porta avanti la conversazione, si cela una persona terribilmente sola, anche timida, e di certo molto insicura. Anne, come molte ragazze grasse che si sono sviluppate presto (ha un seno prosperoso, è piena di curve, ha lineamenti molto femminili), si sente invisibile, impermeabile agli occhi dei ragazzi malgrado la sua sessualità, prorompente come quella di Floriane ma meno attraente per parecchi. Perciò è plausibile che tenti di mostrare solo il lato migliore di sé, il buon carattere solare che le permetta di farsi vedere per un po’.
A tratti si rende conto del potere che deriva dal suo corpo, a tratti no, e di certo non sa gestirlo. Esempi della sua consapevolezza sono le gonne che indossa spessissimo, le magliette dai tagli femminili – su di lei abbondano il rosso, il nero, contrasti forti – e il fatto che a differenza di Marie la vediamo truccata qualche volta. Esempi della sua ingenuità sono invece il suo atteggiamento giocoso, le decorazioni con stelline e cuoricini che ha sulle magliette, la scena in cui dopo essersi spruzzata il deodorante lo assaggia spruzzandoselo in bocca e tossisce dandosi della stupida, il modo in cui si siede a gambe aperte nonostante abbia la gonna.
E sulla sua insicurezza, be’, come non citare l’opening che la vede come una gigantessa fuori posto in mezzo a tante ragazzine minute, non sviluppate e carine? O quando aspetta di restare sola nello spogliatoio prima di cambiarsi, tenendo addosso l’asciugamano e giustificandosi con “ho il costume che deve ancora asciugarsi”, perché si vergogna di farsi vedere nuda dalle altre, viste come “più belle” e “migliori”? Naturalmente anche Anne è una preda facile dei ragazzi incalzati dagli stereotipi del duro e dell’uomo “virile”, che devono considerarla davvero disperata, una che farebbe qualsiasi cosa pur di ottenere la loro attenzione e che possono rigirarsi come vogliono. Questo è proprio quello che succede con François, che siccome non riesce a rimediare una scopata con Floriane la usa per un po’ di sesso, dal momento che Anne passa i tre quarti del film a corteggiarlo. La vittoria Anne ce l’ha quando lo rifiuta – in maniera davvero molto eloquente, devo dire – alla fine, dopo essersi infusa nuovo coraggio grazie all’amicizia di Marie, con la quale ha scambiato anche un bacio perché “nella sua lista di cose da fare per arrivare alla maturità non aveva ancora spuntato il primo bacio”. Sono cose che succedono tra amiche e che spesso e volentieri non implicano attrazione sessuale, solo desiderio di sperimentare, giocare e vicinanza emotiva.

Speaking of François, qui arriviamo a una grande pecca del film: il modo in cui vengono rappresentati gli uomini. Sembra che siano solo esseri neutri che a malapena parlano e che servono a farsi traghettare verso la maturità, a parte François sono sullo sfondo, molestatori e allenatori violenti senza una battuta che sia una e con un atteggiamento di superiorità/dominanza, e a giudicare da come viene mostrata la relazione tra Floriane e François non c’è alcuna complicità tra di loro, stanno solo lì a pomiciare e a sorridersi e nel frattempo si cornificano. Non parliamo poi del modo in cui François illude Anne, by God, cerca di sedurla con sguardi da cucciolo bagnato ma durante il sesso con lei è brutale, non la bacia neppure e non pensa minimamente a darle piacere, sembra che si stia fottendo una realdoll – infatti alla fine Anne si arrende e sta sotto a subire, insomma, quasi come uno stupro. Proprio il contrario della scena di sesso tra Floriane e Marie (Floriane le chiede di sverginarla per prepararsi a François, dato che “se scopre che non sono davvero una troia è finita”), in cui Marie la guarda spesso, è impacciata, è preoccupata del suo benessere e dimostra tanta sensibilità quanta ne manca al maskioH della situazione.
Ora, anche se la regista dice che in questo film non c’è alcuna visione degli uomini, io non sono d’accordo, e per quel poco che si vedono fanno davvero schifo. È una rappresentazione che mi dà fastidio, la trovo superficiale e antifemminista – sì, avete letto bene: antifemminista. Ridurre i ragazzi a bestie assassine sempre vogliose, senza sensibilità, debolezze, ferite, conoscenze, progetti, sentimenti e pensieri è schiaffarli in una categoria con una brutta nomea, è stereotiparli e fare esattamente ciò che i maschilisti fanno con le donne. I ragazzi non devono per forza essere interessi amorosi, ma possono essere compagni di vita in altri modi, come amici, fratelli, conoscenti, colleghi, padri, nonni, cognati e così via, e siccome il mondo appartiene alle donne quanto appartiene agli uomini, il rispetto va mostrato anche nei loro confronti.

Parlando invece degli altri pregi di questo film, c’è il simbolismo del nuoto sincronizzato. Céline Sciamma ha spiegato che da ragazza ne era appassionata, e che ragionandoci ha capito che esprima molto della condizione delle ragazze nella società. È l’unico sport al mondo solo femminile, ed è l’unico sport al mondo dove devi fingere di non star facendo uno sport. In superficie le ragazze sembrano tutte uguali, fanno tutte gli stessi movimenti, sorridono e sono truccate come bambole; ma sott’acqua, dove devono scalciare e bilanciare per mantenersi a galla, stanno facendo un lavoraccio infame, il prezzo da pagare per essere considerate attraenti. La trovo una metafora originale della condizione femminile e che si sposa bene con il resto del film, che dice cose che di rado ho sentito dire finora, e di sicuro non al cinema.

TL;DR: “Water Lilies” mi è piaciuto sebbene abbia i suoi difetti. Mi è piaciuto per la sua originalità, per la sua audacia, per le verità che mostra, per le metafore, perché passa il Bechdel Test più di dieci volte, e per la meravigliosa scena finale con la musica “acquatica” e delicata di Para One.

Mie scene preferite:
Marie nella vasca da bagno – in costume e con la testuggine – che cerca di muoversi come le ragazze che ha visto allo spettacolo nell’opening e ha praticamente già deciso di iscriversi; Anne e Marie che si schizzano con la bottiglia d’acqua e ridono; Floriane e Marie che parlano di molestie a tratti con leggerezza a tratti con gravità; la scena in discoteca in cui si vede che Marie è bloccata e Floriane sta tentando di raggiungere i suoi scopi; le due scene di sesso speculari; la scena finale.

Link utili: 

Water Lilies su Wikipedia
Water Lilies COMPLETO su YouTube in francese con sottotitoli in portoghese (se conoscete una di queste lingue, guardatelo)

Music Time! (Parte 8, Let It Go)

Qui e altrove ho già espresso il mio amore per il personaggio di Elsa di Arendelle, regina delle nevi del film Disney "Frozen — Il Regno di Ghiaccio", ispirato alla celebre fiaba di Andersen. Penso anche che "Let It Go" sia una delle canzoni migliori del film, e che abbia meritatamente vinto un Oscar.

Ma siccome mi sono accorta che spesso a quella canzone viene tolto un grado di spessore, di profondità, di sottigliezza e di complessità che rivela anche moltissime cose del personaggio di Elsa, del suo Character Development, del suo ruolo all'interno del film e di una morale coi controcazzi quando si pensa che sia solo una canzone positiva sulla libertà, mi è balzato in testa di rimediare pubblicando un'analisi che abbiamo tradotto io e Beevean illo tempore — e che forse nessun* conoscerà perché nessun* si va a spulciare le pagine di questo blog.

Lo faccio in suo onore e in onore del mio concetto di emancipazione, libertà, personaggio positivo e crescita personale… e chissà che non possa scrivere anche un'analisi del perché, malgrado le apparenze, Anna è un personaggio più femminista di Elsa. 😉

Adesso come adesso godetevi (Io: Come sei presuntuosa, che ne sai che se la godranno? Me: E' una frase retorica, non ci vuole una laurea in sociologia per saper leggere tra le righe e capire che non c'è presunzione… Io: Te lo credi tu, cazzo! Noi dobbiamo sempre accettare le critiche! Me: E le accettiamo, semplicemente non diamo per scontato che sia un pessimo lavoro) la nostra traduzione — fino a "rifiutandole nel climax" è di Beevean, da "Gli esempi aggiuntivi abbondano" è mia.

Note in calce:

1) L'analisi è stata fatta sul testo in lingua originale della canzone perché sia io sia Beevean siamo convinte che "Let It Go" abbia perso un sacco quando è stata tradotta in italiano -.-''' E speriamo che la nostra traduzione possa contribuire a far conoscere altre sfaccettature del personaggio e della storia anche per chi non mastica l'inglese.

2) Abbiamo messo un sacco di asterischi perché anche se ci siamo spulciate il blog di chi ha scritto l'analisi non abbiamo capito quale fosse il suo genere. O.O Comunque sia il contenuto è valido.


L'ultimo film Disney, "Frozen", sta ricevendo recensioni a tutto spiano, e la canzone "Let It Go" è uno dei punti forti del film. Non credetemi sulla parola –Wikipedia, come sempre, è grande per questi semplici trivia di sottofondo. Al momento sono indecis* se pensare che Elsa sia il mio personaggio Disney preferito, e che "Let It Go" sia la mia canzone Disney preferita – il tempo lo dirà, ma tendo verso il sì per entrame le domande. Nella mia cronologia delle ricerche di Google, ci sono risultati come "let it go è fantastica" e "frozen let it go analisi", ma non avendo trovato niente di soddisfacente ho deciso invece di scrivere questo post.

Si è scritto molto su "Let It Go", e un'opinione diffusa sulla canzone è che sia "liberatoria" o "da emancipazione", che riguardi Elsa che trova la sua vera identità, e che sia una trionfale celebrazione di libertà per quelli che sono vissuti nella paura o in gabbia. Ma per quanto tutto questo sia vero fino a un certo punto, interrompere l'analisi qui vuol dire non notare la grande profondità e sottigliezza della canzone. Sì, è sull'emancipazione, ma ci sono in misura maggiore anche tragedia, rabbia, amarezza e illusione. Non segna l'affermazione di Elsa della sua identità o la sua apoteosi – al contrario, alla fine della canzone, rischia moltissimo di perdere se stessa. La canzone la risolleva, ma solo per porla al di sopra di un grande precipizio, con pendii scivolosi che cadono in un Despair Event Horizon [la “linea” oltre la quale il personaggio perde ogni speranza] da una parte e in un Moral Event Horizon[la “linea” oltre la quale un personaggio è irrimediabilmente cattivo e non più perdonabile] dall'altra. La potenza della canzone deriva non da quanto edificante e positiva sia, ma da quando si incastri perfettamente nella narrazione, e quanto faccia per rendere Elsa un personaggio convincente e simpatetico.

(A questo punto vorrei linkare il video e il testo della canzone – mi riferirò a loro spesso da ora in poi)

Prima di tutto, considerate il posto che ha la canzone nel film. Elsa è appena corsa via dalla propria incoronazione, e ha portato un inverno perenne su Arendelle. La canzone in sé segna solamente la fine del primo atto. La storia è appena iniziata, quindi questa non può essere la fine del Character Development di Elsa – è in realtà solo la fine dell'inizio, e la funzione principale della canzone è di presentare i conflitti che Elsa deve superare – i demoni che deve affrontare – prima che la storia finisca. Infatti il resto della storia si impegnerà per rovesciare molte tra le più trionfanti frasi della sua canzone. Prendete in considerazione questo:

Elsa canta più volte "Let the storm rage on" [“Che la tempesta infuri”, NDT], riferendosi alla sua mente e cuore in tempesta (il tempo è in realtà piuttosto calmo per la maggior parte della canzone). Canta anche che ora è libera. Sta tentando di convincere se stessa che può vivere con il suo tormento. Ma nella sua scena seguente (For The First Time In Forever (Reprise)), è messa di fronte a quello che ha fatto ad Arendelle e canta "Oh, I'm such a fool, I can't be free / No escape from this storm inside of me" [“Oh, sono così sciocca, non posso essere libera / Nessuna fuga da questa tempesta dentro di me”, NDT], gettandola nella disperazione più nera. Quindi ritira quello che aveva detto proprio nella scena seguente; non è ancora libera e sta male con la tempesta che infuria dentro di sé.

In "Let It Go", la frase "Let the storm rage on" è seguita da "The cold never bothered me anyway" [“Il freddo non mi ha mai disturbata comunque”, NDT] – una frase che molte persone ricordano, dato che è cantata due volte in due modi diversi ed è l'ultima frase della canzone. Ovviamente come Regina delle Nevi a Elsa non disturbano le basse temperature, in senso letterale… ma nelle altre sfumature della parola "freddo", lei ne ha ancora paura. La mancanza di controllo dei suoi poteri rimane ancora il problema principale nella storia, e dopo aver costruito il suo palazzo di ghiaccio non sarà più felice di usare i suoi poteri fino alla fine del film.

La cosa più importante è che il "freddo" nel senso di isolamento dalle altre persone la disturba nel profondo. Pensate a quello che fa dopo aver finito la canzone, subito dopo aver cantato "the cold never bothered me anyway": si gira e sbatte le porte del suo nuovo castello, come aveva fatto ad Arendelle. Il suo modo di affrontare il suo problema non è cambiato dall'incoronazione: pensa che soltanto mandando via le persone – e se questo non funzionasse, soltanto rimanendo sola e lontana da tutti – andrà tutto bene. Ma questo è diametralmente opposto al messaggio del film: anziché non essere disturbata dal gelo dell'isolamento, ha bisogno di essere abbracciata dal calore dell'amore. Il film non può finire fino a quando non rinnega questa frase sottile e astuta, e lo fa solo nel climax. Fino ad allora, Elsa sta mentendo a se stessa.

Un'altra frase illusoria nella canzone è "You'll never see me cry" [“Non mi vedrai mai piangere”, NDT]. Sia questa che "the cold never bothered me anyway" sono quel tipo di cose che le persone si dicono per convincere se stesse; non vengono pronunciate di solito da persone che non ne hanno bisogno. Ovviamente vediamo Elsa piangere per Anna alla fine, una testimonianza dell'amore che Elsa prova per lei. Ancora, negando questa frase nella canzone e versando lacrime diventa finalmente la persona che vuole essere. Elsa trova la sua vera identità e finalmente si trasforma nel suo personaggio, e non abbracciando il messaggio di queste frasi in "Let It Go", ma rifiutandole nel climax.

Gli esempi aggiuntivi abbondano. Elsa canta “Here I stand, and here I’ll stay” [“Sono qui e ci resterò”, NDT] e “I’m never going back” [“Non tornerò più indietro”, NDT]. Ma naturalmente, lei ci torna davvero, ad Arendelle. Finisce con l’abbandonare il palazzo di ghiaccio (anche se mantiene il nuovo vestito e la nuova pettinatura). Canta “That perfect girl is gone” [“Quella ragazza perfetta se ne è andata”, NDT], ma al termine della storia diventa a tutti gli effetti la ragazza perfetta che avrebbe sempre voluto essere, in pieno controllo dei suoi poteri, e per di più amata da sua sorella e dal suo popolo. Lei canta “The past is in the past” [“Il passato è passato”, NDT], ma la sua salvezza finale viene dal rapporto con sua sorella, che scaturisce dal passato più profondo di Elsa. 

Infine, riguardo alle lyrics, considerate il titolo della canzone stessa, “Let It Go” [“Lascialo andare”, “Liberalo”, “Rilascialo”, NDT], che è ripetuto più volte. Cos’è che Elsa sta lasciando andare? Prima di tutto, come fattore che salta più all’occhio, si riferisce ad Elsa che si libera dalla repressione dei suoi poteri, per “vedere cosa può fare, testare i limiti e superarli” [“to see what (she) can do/to test the limits and break through”, altra citazione dalla canzone, NDT]. Questo è l’elemento positivo della canzone, e ciò che purtroppo la maggior parte degli ascoltatori afferra escludendo gli altri elementi. L’emancipazione personale è senza dubbio una gran cosa. Se studiate con attenzione l’espressione facciale di Elsa mentre canta, le prime decine di secondi in cui pronuncia questa frase rappresentano l’unico momento in cui è genuinamente felice. Ma l’emancipazione personale, per quanto positiva, è carica di pericolo, come suggerisce la riga successiva: “No right, no wrong, no rules for me” [“Né bene, né male, né regole per me”, NDT].

Sul serio, quanti personaggi riescono a dire una cosa del genere senza diventare malvagi? Queste con ogni probabilità sono le frasi più lampanti per recepire il significato narrativo della canzone. Ed ecco la seconda cosa che lei sta lasciando andare: il suo senso di bene e male, delle regole e delle restrizioni che l’essere una “brava ragazza” le aveva imposto anziché farle rilasciare i suoi poteri. Ora, ovviamente alcune delle regole che prima la incatenavano erano restrittive e controproducenti, ma c’erano anche regole per la sicurezza degli altri. Di quante di esse si sta liberando? Solo alcune regole specifiche? Tutte quante? L’intero concetto del bene? Non lo sappiamo, e tuttavia il suo cantare “No right, no wrong, no rules for me” avrebbe dovuto far scattare un campanello d’allarme nella testa degli spettatori. In origine, “Let It Go” è stata concepita come una Villain Song [la canzone del cattivo di parecchi film Disney, NDT], e la Disney voleva che la possibilità che Elsa fosse una cattiva rimanesse vivida nella mente degli spettatori. Noi dovremmo preoccuparci per l’anima di Elsa, a questo punto, e il resto del suo Character Development riguarda il modo in cui viene salvata dalla sua posizione precaria. 

Elsa si sta liberando anche di ogni speranza o desiderio della compagnia di altre persone. Questo è il terzo significato di “lascialo andare”. Se il secondo significato di “Let It Go” indicava l’erodersi della bontà di Elsa, il terzo indica l’erodersi della sua speranza. Il secondo significato spinge Elsa verso il male, mentre il terzo la spinge verso la disperazione. Il secondo significato può condurre alla cattiveria, ma il terzo può condurre alla tragedia. Lei ha deciso di stare lontana da tutti i suoi cari, e cerca di convincersi che la cosa le stia bene. 

Controllate di nuovo le espressioni che assume Elsa nel cantare “Let It Go”, specie durante le frasi che ho menzionato sopra. Aprite il video, mettetelo in alta definizione, e rallentate la velocità fino a 0.25 nei momenti chiave. Oppure andate a vedere il mio studio delle espressioni facciali di Elsa in “Let It Go”. Guardate le emozioni che il suo volto manifesta frame dopo frame. Passa rapida dalla rassegnazione all’amarezza, dalla leggerezza e felicità ai sorrisi genuini, dal dolore che le appesantisce l'espressione alla rabbia, alla risolutezza, e molte mescolanze di queste emozioni. Alcune delle emozioni più negative sono dipinte sul volto di Elsa nelle linee più trionfali. Gli animatori, chi ha scritto la canzone e la cantante hanno fatto un lavoro mirabile concentrando tutto in questa canzone di abile bellezza, intricata e complicata, ed è un peccato che molta gente la veda soltanto come una canzone positiva di emancipazione. 

“Let It Go” mostra al pubblico il male e la disperazione in cui Elsa ha il potenziale di precipitare, e nel farlo riesce a mantenerla un personaggio assolutamente simpatetico. La sua emancipazione, malgrado sia una buona cosa, sobilla anche il pericolo nel quale può cadere in un modo o nell’altro. Rende l’audience capace di relazionarsi a lei e allo stesso tempo capace di stare in guardia davanti a lei e preoccuparsi per lei. Chi non ha sentito di poter diventare più potente se solo si liberasse delle altre persone, della loro restrizione e della loro moralità? Chi non ha sentito di non poter fare nulla in certe situazioni senza speranza, impotente a dispetto delle proprie capacità? E chi non ha sentito che la propria anima fosse in pericolo per questi sentimenti? Per ognuna di queste ragioni, sebbene Elsa sia l’unica umana dotata di superpoteri, è il personaggio più reale e più relatable di “Frozen”. 

Dopo aver costruito questo mirabile pg in “Let It Go”, il resto del film riguarda la maniera in cui Elsa tiene a bada con successo questi potenziali rischi per diventare una persona del tutto buona, meritevole del titolo di eroina in uno dei migliori film Disney. Alcune volte cade – diviene quasi cattiva quando rifiuta i suoi visitatori e invasori nel castello. Si è disperata quando ha creduto che Anna fosse morta. Ma attraverso l’amore profondo di Anna e l’aiuto degli altri, Elsa guadagna il suo lieto fine. 

Penso che se prendete “Let It Go” solamente come una edificante canzone sull’indipendenza, portate via ad Elsa gran parte della sua intricata caratterizzazione. La riducete a un pg bidimensionale. Se la canzone fosse interamente positiva, se la sua anima non fosse in pericolo di distruzione quando la canzone ha avuto termine, allora Elsa perderebbe il suo obiettivo per quanto concerne lo sviluppo del suo personaggio. Diventerebbe solo una carina e piena di potere che reagisce a ciò che accade nel suo ambiente. Fondamentalmente, alla fine non sarebbe poi tanto diversa da com’era nel mezzo. Per essere un personaggio a tutto tondo, l’emancipazione di Elsa deve anche metterla a rischio. 

Dev’essere così perché è così nella vita reale. Sappiamo che da un grande potere derivano grandi responsabilità. Sappiamo che quasi tutti gli uomini sanno affrontare le avversità, ma se vuoi conoscere la natura di un uomo devi dargli potere. Sappiamo che il potere corrompe. Purtroppo, questo non è un sentimento che odo spesso tra molti gruppi che di recente hanno acquisito emancipazione. Si parla un sacco di quanto buona, positiva e progressista sia l’emancipazione personale. Eppure non molti dicono a questa gente che il potere non è un diritto o un privilegio, bensì un impegno sacro che dev’essere usato per fare del bene e diventare buoni. 

Grazie al cielo abbiamo in Elsa un personaggio meraviglioso e convincente che combina alla perfezione ognuna di queste cose. E grazie alla Disney per averci dato una bellissima canzone, un personaggio superbo e un film eccellente.

 


E se ne volete ancora, citando me stessa:

vi lascio con qualche bel link sempre sulla scia di Frozen: 

Let It Go in francese 
Idina Menzel che registra Let It Go e Kristen Bell che registra For The First Time In Forever (Reprise)
Let It Go Videos del Nostalgia Critic — superbo come sempre e con le palle piene dell'ossessione per questa canzone che c'è online xD 

Music Time! (Parte 7, Cover)

Sicuramente quando ho pubblicato un articolo su Smooth McGroove l'argomento "cover" è stato toccato, ma non ho espresso la mia opinione completa sull'argomento in sé, ergo lo faccio ora. 

Personalmente penso che le cover siano un ottimo esercizio per la voce, sia per chi lo fa come hobby sia per chi è un* aspirante musicista che ancora non ha fantasia/esperienza sufficiente per comporre qualcosa di originale — almeno finché non si mette in mezzo il "lavoro", perché sono un po' contraria alle tribute bands. Inoltre, se chi registra una cover è abbastanza "sensibile" e non si limita a ripetere in maniera carina e pappagallesca le lyrics, possono diventare un ottimo mezzo per recitare. Ad esempio, immaginate cosa sarebbe successo se Quincy Jones non avesse insistito con Michael Jackson perché *implorasse* nel cantare "The Lady In My Life", come racconta Michael in "Moonwalk": il pezzo avrebbe lo stesso sentimento, avrebbe toccato milioni di fans allo stesso modo? E, in ogni caso, quanti di quelli che l'hanno coverata hanno saputo trasmettere emozioni altrettanto potenti?

Insomma, non basta avere una bella voce per fare una cover meritevole. Bisogna dare un'anima, un'unicità assoluta alla canzone scelta, e questo è tanto più valido quando più si ha l'intenzione di distaccarsi dall'interpretazione originale. 

Quindi, dopo aver spulciato la rete a caccia di cover da presentarvi che considero meritevoli, ho preparato una Top 4 qui 😉 

1. "Mad World"di Araas Lee

Link all'originale per un confronto: qui
Link alla cover di Gary Jules, che ha avuto talmente tanto successo che spesso viene confusa con l'originale (e alla quale la maggior parte della gente si ispira quando si tratta di trarne una cover): qui

Questa l'ho già condivisa su Facebook la prima volta che l'ho sentita, ma lo rifaccio sul blog, perché è a parer mio meravigliosa. Ha una quieta disperazione, qualcosa che non l'appesantisce ma che ha l'effetto di trascinare chi l'ascolta — e non era affatto facile produrre una cover che non sminuisse l'originale: stiamo parlando di "Mad World", canzone che ci è stata proposta in tutte le salse, canzone che sarebbe stato facilissimo rendere lagnosa per un eccesso di pathos come è già successo una miriade di volte, e che forse a causa della sua fama pazzesca ormai rischia di essere una cover banale a dispetto della bravura di chi la interpreta. 

Ma io qui sento dell'originalità. Sento una persona talentuosa che se ne intende di come "dosare" la propria voce, che capisce quello che sta cantando e non tenta di mettersi in mostra con virtuosismi esagerati, ma allo stesso tempo riesce a produrre un dolore, una rassegnazione pacata che sembra autentica. Ottimo anche il finale in cui la voce non sfuma nel nulla ma rimane sospesa, vibrando. Se non l'avessi linkata sul mio blog avrei contribuito senz'altro a rendere più pazzo il mondo in cui viviamo. =)

2. "Hellfire" di Sweet Poffin 

Link all'originale per un confronto: qui

Ammetto di essere una fan di Sweet Poffin (qui il suo canale YouTube) senza saperne molto di lei, e quasi esclusivamente per la sua voce. E' così fonda per essere quella di una ventunenne, e tuttavia riverbera sempre di una certa morbidezza, dolcezza. Se non ha frequentato corsi di canto per svilupparla, è un miracolo vivente. =o Come se non bastasse, Sweet Poffin è pure britannica, ergo ha il tipo di accento che preferisco quando canta, e quello a cui sono più "used to". 

Per quanto riguarda questa cover in particolare, ho sempre amato "Il Gobbo di Notre Dame" e considero "Hellfire" la miglior canzone di un cattivo della Disney. Mi sono chiesta qualche volta come sarebbe venuta al femminile, e Sweet Poffin mi ha fornito una risposta memorabile! =) 

Se solo dovessi trovarle un difetto dovrei dire che… Sweet Poffin non è abbastanza espressiva. Lo so, sembra assurdo dopo che ho elogiato tanto la sua voce, ma quello che intendo è che non mette particolare convinzione nelle lyrics che pronuncia. Sembra che il suo scopo sia principalmente quello di cantare e ammaliare, senza calarsi nei panni di un personaggio, senza interpretare, e le poche volte che interpreta ("It's not my fault", "now, gypsy, it's your turn") calca troppo la mano, mette troppa sorpresa o troppa rabbia, e si vede che stia recitando. E' la sua voce a traboccare di un'anima, ma non la trasmette appieno al pezzo. Perciò ammetto di aver linkato la sua cover principalmente perché quando la sento cantare mi sembra di stare ascoltando la versione musicale della seta: qualcosa di elegante, prezioso, fluido. 

3. Papaoutai di Marina D'Amico

Link all'originale per un confronto: qui

Cosa succede quando si prende una canzone diventata un tormentone da discoteca e la si fa al pianoforte? Un macello? Non capita di solito il contrario, ossia che canzoni da pianoforte siano remixate e rese adatte a una discoteca? 

La risposta la dà Marina D'Amico, concorrente di "The Voice" edizione francese, che ha già ricevuto molte lodi per questa "trasformazione radicale". Io non posso fare altro che aggregarmi al coro: l'originale mi piace un mondo, ma lei è riuscita a fare qualcosa di innovativo, sfruttando peraltro una voce ancora una volta bellissima. Forse ha aiutato il fatto che il tema alla base fosse molto serio, quindi non c'è stato bisogno di un intervento divino per adattarla al pianoforte, ma la grazia con cui questo passaggio è avvenuto la dobbiamo solo a lei.

La sua interpretazione lascia invece un po' a desiderare quando si tratta del ritmo: è fin troppo rapida, come le persone imbarazzate che corrono e finiscono per incespicare, al punto che talvolta il pathos che ci mette suona palesemente finto e rovina l'effetto d'insieme — anche a volerle concedere l'attenuante che neppure Stromae sia andato piano nella sua versione, e che forse lei abbia voluto "rispettare" il suo ritmo andando a scapito della propria interpretazione. Peccato per questo scivolone; ciò non toglie che il resto sia molto valido. =) 

4. Wonderwall di Megan O'Donohoe 

Link all'originale per un confronto: qui

Da quando conosco le opere degli Oasis so che non sono mai (anzi: non sono mai stati, dal momento che adesso si sono sciolti) particolarmente gioviali. Perciò trovare una ragazza che sapesse interpretare una delle loro hit più famose senza snaturarla ma dandole una carica di allegria tutta nuova è stato un piacevolissimo salto nella novità più assoluta! =)

La maggior parte delle persone che coverano gli Oasis tendono ad essere cupe, brusche e un po' aggressive, anche quando ci mettono uno strato di dolcezza adagiato in fondo, sullo stile dei fratelli Gallagher. Megan O'Donohoe non è tra questi: rende "Wonderwall" più allegra di prima, più aperta alla speranza, più da "adesso spicchiamo il volo", se capite cosa intendo, e tuttavia non la rende completamente diversa. Non la alleggerisce dalla sua carica di pathos ma non la appesantisce nemmeno, e certamente non manca di rispetto alle lyrics: decide soltanto di aumentare la carica delle emozioni positive che possono essere espresse attraverso quelle parole. 

Il difetto maggiore di questa cover gioiosa e frizzante è il modo repentino con cui si conclude (ma il finale finale non le andava di farlo? Troppa fatica? Non le andava di chiudere in bellezza con qualche "svolazzo" che mostrasse appieno il suo talento? Bah… O.O) e il fatto che sul finire del primo ritornello ("and after all you're my wonderwall") Megan O'Donohoe faccia un accento stranissimo, che mi ha lasciato il dubbio sul se fosse madrelingua o no. 

Non riesco a giudicare la sua bravura con la chitarra perché non l'ho mai suonata e riconosco che non sia il mio campo, ma non ho mai provato fastidio durante la cover e anzi, mi sembrava che si amalgamasse bene con la voce. 

Ricapitolando… 

La voce più "da professionista", quella alla quale ho attribuito più credibilità e che si è calata di più nella canzone che interpretava? Araas Lee. 

La voce più raffinata, non necessariamente per via di un allenamento ma come doti intrinseche? Sweet Poffin. 

La voce più dolce, più "in erba" e che mi ha trasmesso più tenerezza? Marina D'Amico. 

La voce più frizzante, allegra e che mi ha fatto provare più carica? Megan O'Donohoe. 

La voce più bella? Non si può essere così schematici da sceglierla. 

La voce che mi ha fatto innamorare? TUTTE. 

Link utili: 

Moonwalk di Michael Jackson
Le tribute bands (per chi non ne avesse mai sentito parlare) 

The Lady In My Life di Michael Jackson