Alle sei del pomeriggio

Quanti di voi seguono il mio blog da diverso tempo e si ricordano di "Non credere alla finzione", il mio primo romanzo pubblicato online con licenza Creative Commons 3.0, la stessa di tutto il blog?
Vi ricorderete che all'epoca ho scritto che 
i personaggi secondari nel racconto ufficiale hanno troppo poco spazio e mostrano solo il peggio di sé, e che avrei voluto scrivere — e avevo in cantiere — una serie di one shot su di essi nella speranza di reintegrarne in minima parte la reputazione e mostrare quello che in screen non si vede, ossia un briciolo di introspezione che li renda più gradevoli.
Perciò oggi ho deciso di pubblicarne una su… Nina!
Come al solito, qualsiasi commento su questa mia piccola opera è ben accetto, purché rispettiate il Regolamento, che vi invito a leggere.
Detto questo, mi ritiro in un angolino e vi faccio leggere. Buona lettura!


Le sei del pomeriggio
(Nina) 

  Alle sei del pomeriggio, Acquarara si svuotava.
  I pullman dei turisti ripartivano per Sorrento sollevando una nuvola di polvere, le madri richiamavano i ragazzini che giocavano a pallone in piazza, i negozianti chiudevano bottega. Si rintanavano tutti nell’ombra delle loro case dai muri bianchi, per preparasi a consumare la cena, guardare la televisione, risolvere cruciverba, sferruzzare. E poi scegliere se andare a dormire alle nove e mezza o ritrovarsi di nuovo in piazza a parlare, o meglio, spettegolare del più e del meno. 
  Come se la loro vita fosse già finita, pensò Nina Salti con disprezzo, mentre tirava giù la saracinesca della sua tabaccheria. Rimase per un attimo piegata in due, gli occhi serrati, la bocca contratta; aveva sentito un’altra fitta alla schiena. Ma durò poco, quella volta, fu a malapena un’onda. Sospirando, la donna si raddrizzò, si lasciò scivolare il mazzo di chiavi nella tasca della gonna e si avviò giù per la strada silenziosa, dove l’oscurità ti avviluppava alla stregua del cappuccio di un impiccato.  
  Certo, c’era stato un tempo in cui queste cose non le sembravano così intollerabili. Un tempo in cui percorreva quella strada senza badare al silenzio, perché era troppo impegnata ad ascoltare i discorsi di Qualcun Altro. Un tempo in cui quasi non vedeva l’ora di tornare a casa a cucinare, e qualunque cosa avesse fatto quella sera le sarebbe andata a genio. Quando era sposata con Luigi.
  La madre di Alessandro svoltò a destra, nel vicoletto semibuio che conduceva alla piazza. Alcuni piccioni becchettavano avanzi di salatini accanto al bidone della spazzatura. Li sorpassò, continuando a ricordare Luigi.
  Lei aveva sempre avuto una cotta per lui, da ragazzina. Non l’aveva confessato a nessuno, ma quando lui era partito per Roma, intenzionato a diventare un fuoriclasse nello sport, Nina si era sentita abbandonata come se fossero davvero fidanzati. Eppure non si era mai illusa; si diceva che erano troppo diversi. Lui così gioviale, aggressivo, scanzonato, il migliore in tutto… e lei così insignificante, taciturna, bruttina, brava solo nelle faccende pratiche e quotidiane. Moriva dall’invidia nel vedere le sue conoscenti comprare capi d’abbigliamento pregiati, e poi riversare gli occhi su di sé, sciatta e vestita di lana e cotone, perché sua madre aveva l’ossessione per il risparmio. Giovanna Raggia non avrebbe mai attratto un uomo, questa era stata la martellante certezza della sua gioventù; meno che mai il grande Luigi Salti.
  E invece… Dio le aveva concesso un miracolo, nel settembre del 1984.
  Luigi Salti era tornato dalla Capitale, riluttante ma con l’aria di essersela spassata quanto bastava, e aveva pensato di “ritirarsi a vita tranquilla, sistemarsi”, ora che aveva provato sulla sua pelle quanto fastidio gli suscitasse la corruzione degli arbitri e degli allenatori.
  Il fantasma di un sorriso increspò le labbra della Nina del presente. Che cosa avrà trovato in me?, si chiese per l’ennesima volta dopo anni, mentre sorpassava la macelleria di Don Gioacchino.
  Forse la cosa fondamentale era che Nina aveva saputo ascoltarlo. Appena lui le parlava era attenta, muta, seria come non era capace di essere con nessun altro; lasciava che le sue confidenze la riempissero laddove c’era un enorme vuoto interiore. Luigi era il suo tramite con il mondo di fuori, era un uomo vero che a poco a poco si era affezionato a lei. Nei momenti migliori del loro matrimonio, Nina lo aveva considerato un prodigio vivente.
  La donna rischiò di inciampare in una buca del selciato. Si sorresse alle sbarre di un cancelletto, sentendo una nuova fitta di dolore – Luigi non aveva mai avuto dolori alle giunture per il troppo poco movimento, no affatto – e tremò appena quando una raffica astiosa di vento la colpì in pieno petto.
  C’era vento anche il giorno in cui suo marito era uscito di casa per la solita corsa mattutina, e le era stato portato via all’improvviso, senza motivo, se non quello di un arresto cardiaco.
  Quanto si era sentita disperata e spenta e smorta allora, con due figli a carico, di cui uno che si era rivelato una delusione perenne?
  Alessandro.
  Nina rabbrividì di stizza, si staccò dal cancelletto e continuò a camminare con rinnovata energia. Alessandro, così amorfo, grasso, insignificante. Un alienato, un disastro negli sport, il peggiore in tutto. Ma quel pomeriggio lei gliele aveva suonate di santa ragione, oh sì. Un altro quattro in italiano – e dire che blaterava tanto di voler fare lo scrittore! – e un’altra delusione.
  Calciò via una lattina vuota che le si parava sulla strada.
  Non era solo Acquarara a svuotarsi alle sei del pomeriggio. Anche Nina Salti lo faceva, tirando le somme della sua semivita.  

Dottoressa House = più odiosa?

Come ormai tutti saprete, a meno che non siate incappati nel mio blog da poco, io sono un po’ tanto misantropa e non mi dispiace di leggere o vedere personaggi misantropi in fiction, sia che si tratti di psicopatici sia che si tratti di persone comuni molto diffidenti e con un passato oscuro alle spalle. I primi mi interessano anche se non mi identifico, nei secondi posso identificarmi oppure no a seconda di ciò che gli è successo e della gravità della cosa.

La misantropia affascina in generale per un sacco di ragioni: è il contrario di ciò che ci hanno insegnato fin da bambini, ha tratti in comune con l’eroe Byroniano, entro certi livelli è più diffusa di quel che si direbbe e significa spingersi oltre la linea di confine del comportamento considerato accettabile, o per lo meno forzare i limiti. Spesso è una peculiarità data ai cattivi, eppure può essere data anche a personaggi buoni o simpatetici, degli Anti-Heroes geniali e tormentati alla Dottor House. Però, quanti misantropi simpatetici vi vengono in mente che siano uomini, e quanti ve ne vengono in mente che siano donne?

Right. Quasi sempre, se un uomo è odioso/sarcastico/gelido/egoista/disprezza gli altri e si isola sdegnoso, può ancora essere un personaggio che piaccia al pubblico a patto che sia anche forte, intelligente, acuto e con un passato angstico. Cambiategli sesso e vedrete che non è così, perché le donne sono educate ad essere gentili, docili, sorridenti, disponibili, servizievoli, affettuose e carine con tutti. Se un personaggio femminile manca di queste qualità “imprescindibili”, a meno che non abbia una caratterizzazione che spacca (Smilla Jasperson! *O*), sarà odiato ed etichettato come una “zitella acida” e una “stronza” per le stesse cose che ad un uomo daranno le etichette di “stronzo” ma anche di “figo”, uno che “sa osare e dire le cose come stanno”.

Facciamo la prova del nove? Volentieri. Prendiamo alcune delle mie citazioni preferite della prima serie di Dr. House MD, dato che io lo considero l’apoteosi della misantropia simpatetica:

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Sui dialoghi

“Cazzo, cazzo, cazzo, cazzo, cazzo, cazzo, cazzo…”
“Cosa c’è adesso, Io?”
“Cosa vuoi che ci sia? Devo scrivere un post su una delle cose più controverse del mondo!”
“Il fascino di Belen Rodriguez o l’utilità del T9?”
“No: i dialoghi!”
“E dire ‘cazzo’ a manetta ti aiuterà a scriverlo? È una formula scaramantica di cui non sono al corrente?”
“Non lo so cosa sia, ma so che non posso reggere queste battute in stile Me quando ho da lavorare, chiaro?”
“Che cazzo…”
“Siediti qui e aiutami, ché l’unione fa la forza!”
“Oppure ti renderà impossibile lavorare causa opinioni contrastanti, ci hai mai pensato?”
“CAZZO!”


Ho già usato i personaggi di Io e Me quando ho dovuto presentarmi sul blog, e in quel caso spero che abbiate capito quanto basta della sottoscritta per continuare a seguirla. Stavolta li ho ripresi senza alcuna cornice narrativa, per dimostrarvi che i dialoghi sono efficacissimi per far emergere la personalità di qualcuno, a seconda delle circostanze anche più delle sue azioni.

Per riprendere l’esempio qui sopra, che idea vi fate di queste due parti di me?
Se ho giocato bene le mie carte, noterete che Io è ansiosa, con la brama di piacere ai lettori e di far andare tutti d’accordo, tenta di prendere in mano la situazione ma non ci riesce appieno e questo la agita ancora di più. A lei si addicono i Tropes Low Self-Esteem (che adesso è stato cancellato da TvTropes, uff), Lady Swears A Lot e I Just Want To Have Friends. Per contro, Me è solitaria, non si lascia turbare da nulla, è ironica e disincantata e non fa nessuno sforzo per andare incontro all’altra. A lei si applicano i Tropes Deadpan Snarker, A Darker Me e The Stoic. Probabilmente vi siete fatti un’idea perfino del loro linguaggio del corpo: Io ve la potreste immaginare che gesticola assai, headdeska in continuazione e va avanti e indietro accanto alla scrivania, mentre Me la osserva a distanza con un sorrisetto di scherno, la patpatta sulla testa e quando si siede alla scrivania (o sulla scrivania) non fa una piega.

Da dove iniziare per parlare dell'argomento dialoghi in generale? IMHO è sempre meglio partire dalle basi per correggere la tecnica scadente, perciò ecco qualcosa che quasi tutti credono di conoscere ma si rivelano ignoranti non appena mettono mano alla penna o alla tastiera:

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LMAO!

Spulciando dei miei vecchi appunti in uno dei miei tanti documenti Zibaldone ho ritrovato questo link; nonostante il resto del sito sia serio, questo test è a scopo prettamente umoristico, e illo tempore l'ho fatto anch'io. Ma l'ho sottoposto anche a dei miei personaggi, tra cui Angela e Alessandro, e ho pensato che avrebbe potuto essere divertente condividerlo con voi: 

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