Pubblicità: Nikita Gill

Da alcuni mesi sono venuta a conoscenza di un'artista di valore di cui per mancanza di tempo non ho mai scritto, ma rimedio immediatamente e vi regalo una poesia a cavallo del 2015 e del 2016. 😉

Anzi, più di una, dal momento che sto per parlare di 

Nikita Gill,
o altrimenti detta: come il web ti scopre laddove il mondo reale ti rifiuta

La ragazza nell'immagine è proprio Nikita, una ventottenne britannica di origini indiane, che si è beccata ben 137 porte chiuse in faccia dalle case editrici tradizionali quando ha cercato di far pubblicare le sue poesie. Non si è persa d'animo e nel 2014 ha deciso di lanciare il suo blog, Meanwhile Poetry (che tradurrei come "E intanto poesia" o "Nel bel mezzo della poesia"), dove ha ricevuto tutto il caloroso entusiasmo del popolo del web, in particolare da parte di sue coetanee o ragazze più giovani, che si sono sentite toccate dall'immagine delle donne che nei suoi lavori proponeva. E già, perché Nikita Gill è anche e soprattutto una poetessa femminista, che, come ha dichiarato in un'intervista a Vocativ, "ama concentrarsi sull'emancipazione femminile attraverso la poesia". Ha avuto la fortuna di avere un padre progressista che le ha sempre detto che fosse una leonessa (termine che ricorre molto spesso negli articoli che parlano di lei e nelle sue poesie), e che nessuna persona avesse il diritto di farla sentire inferiore. E sono stati proprio questi sentimenti, assieme a un linguaggio semplice, disincantato e diretto, a far ritrovare così tante persone nel suo lavoro. Oltretutto, grazie alla sua esperienza di blogger, è un ottimo esempio di come la tradizione si possa fondere con le nuove tecnologie, e grazie alle sue origini indiane, le sue poesie assumono anche un significato politico e militante, denunciando la scarsità di poetesse indiane, africane e di colore.

Al momento ha raccolto le sue poesie in un manoscritto, "Your Soul Is a River" ("La Tua Anima E' un Fiume", NDT), e sotto un'etichetta propria ha anche pubblicato in formato ebook una serie di racconti brevi. E' inoltre un'artista concettuale che sceglie, crea e modifica da sé le foto che fanno da sfondo ai suoi versi, e di cui esistono tanti begli esempi nei link che vi metterò qui sotto. Condivide i suoi lavori quasi sempre su Instagram e Tumblr, ma è diventata così famosa, e le sue poesie sono diventate così virali, che hanno interessato anche siti come Buzzfeed e Vocativ, a cui ha concesso un'intervista (vi mando il link).

Di cosa scrive e come lo scrive?

Penso che le sue poesie siano belle perché sono mosse sempre da uno spirito di contestazione, di sfida e di rifiuto delle convenzioni (la convenzione che una donna debba essere inferiore a un uomo, che una donna debba sempre essere a sua disposizione, che una donna debba cercarlo e sentirsi a pezzi quando lui l'abbandona, che una donna non possa avere un mondo interiore ricco e bastare a se stessa, che per gli altri sia facile smantellarne l'identità e la voglia di dire, essere, prendere e fare, che una donna non possa assumersi le sue responsabilità, che non possa imparare dai suoi errori rialzandosi e contando sulle proprie forze), e perché, come ha ammesso lei stessa, vengono direttamente dal cuore.

Nikita Gill non scrive in un inglese perfetto, fluente o elegante, ma con un linguaggio molto spiccio e quotidiano (che nella mia ignoranza immagino sia stato causa dei suoi rifiuti quando ha provato con la pubblicazione tradizionale..) che, proprio per la sua immediatezza, sa di vita vissuta, di esperienza reale e assolutamente universale.

Chi mi conosce sa che i miei tentativi poetici sono sempre andati in quella direzione, perché se la poesia sta morendo al giorno d'oggi è anche e soprattutto per una mancanza di basi concrete e di un linguaggio "alla mano", che riflettesse come in uno specchio la vita di tutti i giorni e in cui le persone potessero indentificarsi, anziché vederla come un esercizio fine a se stesso, volatile e troppo svincolato da quello che è terreno. E anche se alcuni puristi non ammetterebbero mai queste contaminazioni, penso che la chiave del successo di Nikita stia tutta qui. Assieme a una grandissima attenzione a tematiche che al giorno d'oggi sono attualissime, sotto i riflettori (l'emancipazione femminile) ma che di fatto sono sempre state universali (le lotte interiori ed esteriori che ogni essere umano prima o poi si ritrova ad affrontare e come impedire al resto del mondo di provocarci troppe ferite).

Vi confesso che se cercassi di scrivere qualche riga sul suo stile non riuscirei ad analizzarlo, e non riuscirei a far capire come mai dei versi così brevi (talvolta sembrano quasi delle strofe di una poesia più grande), che prendono argomenti talvolta così scontati, mi siano risultati invece originali, evocativi, schietti e come mai mi abbiano colpito. Quindi faccio parlare lei dedicando a chi mi segue una delle sue poesie che io amo molto, e che spero vi piaccia per lo meno uno 0,1% di quanto è piaciuta alla sottoscritta.

Ci vediamo l'anno prossimo, continuate a seguirmi!

A thing does not have to be pure to be beautiful. Purity is a manmade ideal that creates boundaries and prisons. Beautiful things must only be wild and true to themselves – their freedom is their beauty

 

Link utili:

Meanwhile Poetry
Nikita Gill su Facebook
Nikita Gill su Vocativ

Music Time! (Parte 9, Adrian von Ziegler)

"Quanto aveva ragione Giovanni Sartori, i giovani d'oggi sono proprio rincitrulliti davanti a uno schermo…"
"Il computer toglie all'essere umano la fantasia, il desiderio di compagnia e lo rende un essere abulico senza più sogni o desideri…"
"Cosa potranno mai imparare tutto il giorno davanti a uno schermo, senza nessuna interazione umana? E' mostruoso, è come essere in un universo parallelo dove tutto, anche le emozioni, è tecnologizzato!"
"Che schifo quando si creano le cose direttamente al computer, non avranno mai la stessa qualità dei prodotti fatti a mano, come si faceva una volta, con tanto impegno e tanto calore umano…"
"Grazie al cazzo che molti giovani fanno tutto al computer, ci vogliono due secondi, neppure si devono sforzare e hanno già i risultati pronti! Ma non è farina del loro sacco, è solo indice di una società senza valori dove l'essere umano vuole tutto e subito…"

"Non ne posso più di sentir parlare di YouTube, ma che avrà di tanto speciale? L'essere umano si mette in mostra come in una vetrina, e sul computer in generale non succede nulla di interessante, e qualsiasi cosa sia pubblicata lì non sarà mai Vera Arte!"

*Riavvolge il nastro*
Siete stufi di questi discorsi stereotipati che non conoscono le potenzialità del mezzo che tanto criticano, e che confondono un cattivo utilizzo del mezzo con il mezzo stesso? Anche a voi i computer hanno aiutato a connettervi con altri esseri umani in maniera più completa di come viene espresso dalle frasi di cui sopra, e vi hanno aiutato a diffondere e creare libri, cortometraggi, musica, disegni, recensioni, fotografie e tutto quello che si può definire ARTE? Siete curiosi di scoprire artisti nuovi, soprattutto se indipendenti e che potrebbero insegnarvi tante cose, sul web come altrove? Allora leggete qui sotto, perché vi parlerò di un compositore indipendente che al di fuori della nostra Italietta viene considerato un mostro sacro di YouTube, e che dà un calcio a tutti i discorsi sui "bamboccioni tecnologizzati e ignoranti" che sarebbero i giovani d'oggi.

 


ADRIAN VON ZIEGLER, I COMPOSITORI INDIPENDENTI E LA MUSICA ORIGINALE DI YOUTUBE

Un po' di storia…

Nel 1989 a Zurigo nasceva Adrian von Ziegler, un ragazzo come tanti altri con la passione per la lettura, la filologia, il fantasy e soprattutto la musica. Dopo una breve esperienza dai quindici ai sedici anni in una rock band dove era relegato al ruolo di batterista, ha avuto bisogno di cominciare a creare la sua musica senza altri intermediari, ed è stato così che ha potuto sviluppare il suo talento. Come tanti ragazzi, Adrian ha subito considerato l'opzione di farsi conoscere da un pubblico vasto tramite la rete, ed è stato così che nel 2008 ha cominciato a pubblicare i suoi brani musicali su MySpace con lo pseudonimo di Indigo. All'epoca gli strumenti si limitavano a una chitarra, una tastiera e un po' di arrangiamenti orchestrali, e presto, dal momento che le visualizzazioni su MySpace erano troppo poche per i suoi standard, si è stufato e senza perdersi d'animo ha deciso di provare a farsi conoscere per altre vie.

Nel 2009 ha cominciato a usare il programma Magix Music Maker, e dal momento che la sua abilità cresceva a dismisura è stato contattato da alcuni amici per chiedergli di fare da compositore della colonna sonora del loro film indipendente. Ed è stato così che la carriera musicale di Adrian ha avuto una svolta: nonostante il fatto che il 1° agosto 2009 si è aperto un canale YouTube (col suo vero nome) solo per caricare la musica che aveva composto per il film e mostrarla ai suoi amici, senza troppe pretese, è stato grazie a YouTube che ha potuto davvero farsi conoscere al mondo in tutto il suo talento. Al giorno d'oggi Adrian può vantare 430.599 iscritti sul suo canale (beh, per lo meno l'ultima occasione in cui ho guardato, quando pubblicherò il mio articolo ne potrete contare altri…), 146.143 "Mi piace" sulla sua pagina ufficiale di Facebook e un totale di quindici album pubblicati dal 2010 all'anno scorso.

Altri progetti

Oltre ad essere un compositore indipendente e un musicista solista, Adrian von Ziegler è anche uno scrittore e un filologo (ma solo per passione personale, senza nessun titolo da sbandierare per attestare la sua cultura). A diciassette anni ha avuto l'idea di pubblicare un suo romanzo fantasy presso una casa editrice tedesca, ma più tardi si è concentrato sulla musica, senza però abbandonare del tutto la scrittura; al giorno d'oggi è al lavoro su un nuovo libro per il quale nel frattempo sta facendo addirittura una colonna sonora, molto sullo stile de "Il Signore degli Anelli", e grazie alle sue conoscenze di filologia ed etimologia sta creando anche una lingua per esso. E' impegnato nella beneficienza e il 50% di quello che guadagna su YouTube lo dà a un'associazione di nome "Charity: Water", oltre a collaborare con altre associazioni caritatevoli attive in Svizzera.

Genere musicale: qual è, come viene realizzato, perché ve lo suggerisco?

Con Adrian von Ziegler sarebbe più corretto parlare di generi musicali, dal momento che si muove con facilità tra la musica celtica, rilassante, di meditazione, dark fantasy, fantasy, folk metal, symphonic metal, troll metal, la world music e le colonne sonore vere e proprie in base ai film per cui gli vengono commissionate (forse l'ha aiutato avere un interesse per lo score dei film in generale, Hans Zimmer, Bach, Nox Arcana, Howard Shore, Koji Kondo, Jeremy Soule e tanti altri). Personalmente ho sempre provato interesse verso questi generi, ma per svariate motivazioni non li ho mai esplorati come avrei voluto, e la musica di Adrian mi ha aperto una finestra su questo mondo, facendomi capire che il mio interesse era ottimamente riposto. :) E anche se tutti questi generi vi sembrassero restrittivi, fidatevi, all'interno di essi Adrian non è quasi mai noioso.

I suoi brani musicali possono mettervi in uno stato di grazia dove nessuna preoccupazione vi può toccare, ma anche essere cupi e spingervi a indagare sulla vostra tensione. Vi fanno entrare in contatto con qualcosa di molto profondo dentro di voi, ve lo fanno toccare e accarezzare, e ogni tanto potrebbe fare quasi paura, e allora potreste voler chiudere la finestra di YouTube e ritornare ad un'assenza di consapevolezza, ma è rarissimo che delle sensazioni del genere vi lascino indifferenti. Vi possono portare in un luogo magico, austero, misterioso, incantato, che richiama i boschi e le passeggiate nella natura, finché non saprete più se vi ricorda la natura all'esterno di voi stessi o la natura nel vostro mondo interiore. Sono eccellenti quando volete ricaricare le batterie ed eccellenti quando vi volete liberare di un umore troppo pesante… ma anche se non l'ho mai testato personalmente, perché tutte le occasioni in cui l'ho ascoltato ero in uno stato mentale specifico, penso che siano eccellenti anche quando volete provare di nuovo tante emozioni, e tornare alla vita in seguito a una fase di emozioni smorte.

Confesso che le mie scarse conoscenze di tecnica musicale non mi permettono di dare un giudizio consapevole su di essa, ma sono sicura che tra i tanti iscritti al suo canale qualcun* si sia già espress* al riguardo, e che tutti gli anni trascorsi ad affinare il suo talento abbiano portato Adrian von Ziegler anche ad intendersene sotto questo punto di vista. Quello che vi posso descrivere con precisione — e l'ho fatto — sono le emozioni e le sensazioni che i suoi album mi hanno portato a provare. Adesso, a proposito di album, confesso pure che non li ho ascoltati tutti per intero, perché capirete che quindici album in un colpo solo sono troppi, quindi per presentarvelo vi metto i link di una canzone a testa da ognuno dei suoi album.

Requiem (2010)

A Celtic Lore

Lifeclock (2010)

Arcane Wonder Worker

Across Acheron (2011):

Where I Belong

Wanderer (2011):

Morning Dew

Mirror of the Night (2011):

Awakening

Mortualia (2012):

Ad Mortem

Spellbound (2012):

Moorchild

Starchaser (2012):

Nidhöggr

The Celtic Collection (2012):

Gaelic Earth

Odyssey (2012):

Pearls of the Seas

Feather and Skull (2013):

Symphonic Metal

Vagabond (2013):

Spring Charm

Libertas (2014):

You're More Than You Know

Queen of Thorns (2014):

The Sealed Kingdom

E come extra: Daydream Melody e una playlist di tre ore di musica celtica.

E potete scaricare la discografia completa qui. Buone emozioni!

Link utili:

Il canale YouTube di Adrian von Ziegler
La pagina Facebook di Adrian von Ziegler
Adrian von Ziegler sulla Wikipedia inglese
La sua prima intervista su YouTube di quattro anni fa (parte 1)
La sua prima intervista su YouTube di quattro anni fa (parte 2)
– Adrian von Ziegler su Amazon

Recensione | Film | Due ragazze innamorate

Titolo originale: The Incredibly True Adventure Of Two Girls In Love  
Titolo italiano:  Due ragazze innamorate 
Regista: Maria Maggenti   
Interpreti: Laurel Holloman, Nicole Parker, Kate Stratford, Nelson Rodriguez, Maggie Moore
Anno: 1995
Lingua originale: Inglese 
Genere: Drammedia, Coming of Age
Sceneggiatura: Maria Maggenti 

Casa di produzione: New Line Cinema, Smash Picture
Musiche: Terry Dame

Adorabile. C’è una sola parola per esprimere al meglio questo film: adorabile. È il classico film che decidi di guardare una sera in cui non hai nulla da fare, appena compaiono i titoli di testa sullo schermo/senti la colonna sonora/assisti a certi shot lo trovi alquanto amatoriale, a mano a mano che la narrazione procede lo consideri "carino" e "fresco"… e ciononostante ti lasci sedurre da storia e personaggi, dalla sua aria da pièce teatrale e al contempo commedia romantica un po' fuori dagli schemi, ti ci affezioni, e completi la visione con un sorriso sincero stampato in volto. Era proprio quello di cui avevi bisogno, ti ha regalato allegria, emozioni e speranza, è stata un'esperienza sicura ma euforizzante. Un po' come il primo amore per alcune persone

Perché di questo si tratta qui: primo amore, nella fattispecie un primo amore gay, ma che viene vissuto dalle protagoniste come una qualsiasi storia romantica (illuminante è Evie che dopo aver fatto coming out con le amiche specifica "Non vi ho detto di essere gay, vi ho detto che mi sono innamorata"), anche se inframmezzata da angosce per il futuro, problemi familiari agli antipodi, scuola che sembra un penitenziario e relazioni umane in bilico. E per quanto il finale del film sia abbastanza aperto, come spettatrice puoi sperare il meglio per le ragazze persino abbandonandoti all'ideologia del "sarà quel che sarà". 

Protagonista assoluta della vicenda è Randy Dean, una diciassettenne cresciuta dalla zia Rebecca quando la madre fanatica religiosa l'ha abbandonata per portare avanti la sua causa antiabortista nel mondo. Sia Randy sia Rebecca sono lesbiche (a casa di Rebecca peraltro vive anche la sua compagna), e questo fa di Randy un'emarginata, sfottuta persino dai professori che la accusano di essere una perditempo con la testa tra le nuvole, allontanata dai compagni che la giudicano una poco di buono e una che "ostenta la sua sessualità" solo per avere un look tomboyish, e con un unico amico a tenerle compagnia durante le ore passate alla "prigione di Wallace".

Di primo acchito Randy dà l'impressione di un'adolescente che pensa con la sua testa e non si lascia piegare da nessuno, inafferrabile ed energica come una delle canzoni di Billie Holiday (la sua cantante preferita), e talmente sicura di sé da non aver problemi a sedurre una donna sposata né a sopportare il bullismo giornaliero… ma andando a scavare scopriamo un personaggio stanco della sua vita, semidepresso, che non riesce a concentrarsi sui doveri scolastici e cerca nei suoi flirt con Wendy, nelle ore passate a lavorare alla pompa di benzina della sua amica Regina, nei suoi ciclici esercizi con la chitarra, una via di fuga. Non credo di fare un volo pindarico nell'affermare che Randy vorrebbe essere una delle supereroine che disegna di continuo, anche sui quaderni che dovrebbe riempire di cose più concrete, che vorrebbe avere la situazione in pugno ogni volta (esemplificativa è la scena nel motel con Evie in cui iniziano a litigare: si sta intestardendo a trovare una soluzione perché vuole dimostrarsi all'altezza, e per lo stesso motivo si sta focalizzando solo sui suoi rovelli personali dimenticando quelli dell'altra). Eppure ho gradito un sacco l'interpretazione di Laurel Holloman: è stata capace di non renderla eccessivamente "tosta" e astiosa, bensì buffa, ironica, disincantata e, manco a dirlo, adorabile. 

Altrettanto adorabile è la coprotagonista, Evie Roy, che malgrado abbia la stessa età di Randy e frequenti la stessa scuola non potrebbe essere più diversa: tranquilla, posata, riservata, sorridente e con una paura matta di fallire, restia a lanciarsi in qualunque impresa e allo stesso tempo piena di voglia di vivere, di esplorare, di cercare. Ma siamo sicur* che Evie e Randy siano così diverse? E se Evie indossasse soltanto una maschera da Uptown Girl dal carattere di una Girl Next Door, maschera di cui si accorge pure Randy ("Quello che mi attira di lei è che non è ciò che sembra") e che la loro relazione contribuisce a far cadere? 

Evie non sarà depressa, ma ha sicuramente molti problemi in vita sua, primo fra tutti un'ansia spropositata (da qui il terrore di fallire) che le ha generato in parte la madre in parte il suo paranoico primo ragazzo, Hayjay. Evie sente la pressione in una maniera dalla quale Randy è messa al riparo, "protetta" dal suo status ai margini della gerarchia sociale. Evie ha la sensazione di dover sempre dimostrare qualcosa a qualcuno, e se non riesce a fronteggiare la situazione, come le capita la maggior parte delle volte, tira fuori un senso dell'umorismo autolesionista misto a cortesia eccessiva ("Oh, grazie, grazie infinite di avermi aiutata, io sono così imbranata", "Sono troppo ansiosa, tu sei molto più in gamba di me"); la tipica paura di non piacere che nasce quando non ci piacciamo noi stessi

Tuttavia, Evie non è solo la tipa che ti abboffa di chiacchiere nervose; è incline all'ascolto e alla memoria, tenta di giudicare il meno possibile e ha una mentalità decisamente più aperta della gente che la circonda. Evie è prontissima a lasciarsi andare con Randy e ad amarla, e non ha proprio voglia di comprimere dentro di sé la sua felicità, al punto da raccontare alle sue amiche di stare con una ragazza e affrontare i loro rifiuti. Col cuore spezzato, certo, ma a testa alta, perché è convinta di non aver fatto nulla di male. Si sente la stessa persona di prima, solo più felice. E, heck, anche Randy si sente più felice con lei, visto che supera la sua depressione e alla fine della storia si promettono di rimanere insieme e di risolvere qualsiasi problema si pari loro davanti. 

Se dovessi scegliere il mio pg preferito tra le due direi che Randy batte Evie di poco, mostly per l'interesse che mi genera; Evie è più una in cui mi identifico, Randy è più una che mi attira

Per quanto riguarda il rapporto tra le due protagoniste… definirlo adorabile ne impoverisce il valore effettivo e gli sottrae parecchia profondità. Di rado una relazione mi ha toccata in questo modo al cinema, non importa se omo o etero, e più giù, quando mi metto ad elencare le mie scene preferite di questo film, confesso di aver fatto una selezione bestiale, perché per quanto mi riguarda quasi ogni singola interazione tra Randy e Evie è qualificabile come la mia scena preferita.

L'intero rapporto di Evie e Randy è improntato sulla conoscenza reciproca: a dispetto delle affermazioni delle amiche cretine di Evie ("Comunque non credo proprio che sia il tuo tipo, secondo me non sa neanche leggere!"), Randy è sensibile all'arte e legge con interesse e diletto il libro di poesie che l'altra le ha prestato ("Foglie d'erba" di Walt Whitman, che Evie le ha prestato dopo aver saputo da Randy che Randy ama starsene sdraiata sull'erba fresca e respirarne l'odore), tanto che alla fine del film diventa la loro "Bibbia", il fondamento del loro amore; malgrado alle due piacciano generi musicali diversi — il rock n' roll e la musica classica — attraverso la musica raggiungono entrambe un posto tranquillo in cui si liberano di ogni emozione negativa (e quando si scambiano le cuffie per ascoltare l'una i CD dell'altra è di sicuro un'esperienza di crescita); parlando, si accorgono di avere le stesse convinzioni sulla vita di coppia ("La gente dovrebbe agire per amore, non per obbligo"), e al di là di quello, parlano di qualsiasi cosa — come pensano di essere a trent'anni, il fatto che sperano di stare ancora insieme una volta arrivateci, le materie che preferiscono a scuola e il modo in cui libri interessanti vengono censurati e stravolti privando gli studenti delle parti più succulente… 

E quando non parlano ma agiscono e basta? La maniera in cui si toccano è sempre delicata, paziente, spensierata e sbarazzina. Può essere un bacio sul naso o una piroetta, un appoggiare la testa in grembo all'altra o uno scompigliare i capelli, una danza assieme o una bevuta di vino incrociando le braccia che reggono il rispettivo bicchiere, un semplice tenersi per mano e un bacio che comincia leggero e arriva ad un coinvolgimento totale. 

Infine, "Due ragazze innamorate" ha il pregio di mostrare una relazione così bella in cui non mancano occasioni di lite (chi ha letto "Non credere alla finzione" e conosce le mie opinioni in merito sa che rimpiango un sacco di non aver fatto litigare in screen Angela e Alessandro…). This said, neppure nei momenti in cui si dimostrano insensibili l'una verso l'altra, ognuna concentrata sui propri problemi, la faccenda dura granché; la loro unione è forte e stabile, e le affinità sono di gran lunga maggiori delle differenze. 

Stringi-stringi sugli ultimi quattro paragrafi: Ho visto molti film in cui c'è una storia d'amore in primo piano e nonostante tutto lo screentime dedicato ad essa mi sono ritrovata a domandarmi se i personaggi si amassero sul serio — invece qui non ho il minimo dubbio, e trovo l'amore che le lega meraviglioso e invidiabile, nonché tenerissimo. 

Anyhow, mi rendo conto di essermi dilungata troppo sul legame delle protagoniste, essendo l'aspetto del film che ho adorato, perciò mi fermo qui e passo agli altri personaggi. ^^' 

Partendo dal parentado, abbiamo la zia Rebecca, una donna mascolina, dal piglio deciso e (ma questa è un'interpretazione mia) molto preoccupata e in ansia per la nipote. Credo che Rebecca sia molto legata a Randy, e che la sua severità sia solo un riflesso del terrore che gliela portino via, dal momento che la situazione familiare è agli occhi del mondo esterno molto confusa. Ciò non significa che non sia capace di pacatezza, come quando tenta di calmare la madre di Evie dopo che le due ragazze hanno passato la notte insieme riducendo la casa di Evie in condizioni pietose. A stemperare ulteriormente la sua seriosità c'è la sua compagna attuale, Vicky, una donna ironica e un po' svampita che, proprio come Randy, aveva bisogno di un posto dove stare e di un cuore generoso che glielo concedesse. Anche se quando arriva Lena, l'ex gentile e sorridente ed esperta di boxe di Rebecca, Vicky ne è gelosa e passano i tre quarti del film a litigare sullo sfondo, con piccole punzecchiature che non arrivano mai a uno scontro tremendo — anche se ho apprezzato particolarmente il fatto che, non appena si scopre che Randy non abbia i voti necessari per diplomarsi, entrambe si trovino d'accordo per la prima volta e tentino di placare Rebecca. xD Passando alla famiglia Roy, abbiamo una figura molto più controversala signora Roy, per certi versi simile a Erica Sayers del Cigno Nero. Da un lato è genuinamente affettuosa e premurosa verso Evie — anche troppo, la spupazza in una maniera quantomai inappropriata per una diciottenne, e benché Evie ricambi il suo amore, più volte le chiede perché trovi così difficoltoso pensare che voglia emanciparsi –, ma dall'altro è repressiva, le ha impedito di crescere del tutto, si irrita da morire all'idea che la figlia possa avere una vita privata/nasconderle qualcosa e se Evie si "ribella" un po' troppo per i suoi standard passa alle minacce velate e non. Nel complesso non sembra una mamma da arrestare, assolutamente u________u Si avverte che tiene tantissimo ad Evie, che tenta di bilanciare il tempo con lei al suo prestigioso lavoro che la costringe a conferenze anche il giorno del diciottesimo compleanno della figlia, presentandosi in anticipo di nuovo a casa per farle una sorpresa; è solo che non sa quale sia davvero il bene di Evie. 

Altro personaggio abbastanza importante nell'economia della storia è Frank, adolescente gay occhialuto e dall'aria sfigatella che fa da contraltare alla sua migliore amica, Randy (Masculine Girl, Feminine Boy, anyone?). Purtroppo non mi è piaciuto il lavoro che abbia fatto Maria Maggenti con lui: nonostante venga rimarcato che passa un sacco di tempo a casa Dean non lo vediamo manco una volta lì (Show, don't tell gettato alle ortiche…), il suo unico proposito nella storia è di aiutare Randy a raggiungere i suoi scopi romantici e non e nel frattempo fare da spalla comica, e l'unico brandello di vita autonoma che abbia è di avere tutte avventure da una botta e via con ragazzi (Randy dice che Frank "parla solo di culi"), perché si sa che gli uomini pensano solo al sesso e non sono capaci di avere una storia dolce e tenera e adorabile. On top of that, nel climax tradisce pure Randy rivelando alla zia e alla madre di Evie infuriate che le due si sono nascoste nel motel Tal dei Tali in attesa di capire come fare a risolvere la situazione — la casa di Evie a soqquadro, la signora Roy che le ha scoperte a letto insieme e ha urlato di tutto, i voti troppo bassi di Randy che non le consentono di diplomarsi, le amiche di Evie che la evitano come la peste adesso che ha una ragazza, ogni loro bugia svelata. C'è chi direbbe che Frank abbia fatto quello che era più giusto per calmare le ansie genitoriali delle donne, e mi sta bene; quello che non mi sta bene è che nel processo ci faccia la figura del vigliacco cedendo all'istante. Certo, mentirei se scrivessi che Frank non mi piaccia come pg: è divertente a modo suo, con quella sua aria da secchione e da outsider, un po' paterna un po' arrogantella un po' bonaria. Avrei semplicemente gradito che fosse sviluppato di più, nell'indole, nel suo ruolo nella vicenda e nella sua sfera affettiva indipendente da Randy. 

"Due ragazze innamorate" ha inoltre un pg che all'inizio sembra pessimo ma si rivela migliore nel finale: Wendy, una donna di quasi trent'anni capricciosa, frivola e con manie di protagonismo che ha rappresentato il primo flirt di Randy. Le piace tenere gli altri sulla corda e farli ballare come vuole, non appena Randy smette di starsene "sotto il suo schiaffo" lei si vendica spifferando della loro tresca con Alì (suo marito, che non mi risulta difficile immaginare abbia sposato solo per i soldi…) e dopo si precipita alla pompa di benzina tentando di calarsi nei panni dell'adulta angosciata e calorosa verso il suo tesoruccio bistrattato. Quando vede che le gira male perché Randy è felice con Evie scompare dalla storia per un po'… ma nel momento in cui le due sono nei guai e non sanno come pagarsi la stanza di motel accorre subito in loro aiuto; suppongo che l'abbia fatto per sentirsi di nuovo protagonista ed eroina, per solidarietà umana/cameratismo femminile, per un affetto residuo verso Randy, perché trovava divertente la situazione di due fuggiasche e ci riconosceva qualcosa di sé e della sua libertinaggine… anyhow, ho apprezzato e me l'ha fatta risalire nelle quotazioni. =) 

Speaking of the great finale… quello ha qualcosa di farsesco ed è il momento in cui si sente di più il tocco teatrale di questo film. Si sono radunati tutti i conoscenti di Randy e Evie fuori dal motel che le esortano a venire fuori, l'ansia è alle stelle, la tensione si taglia a fette, ognuno di loro ha i suoi battibecchi all'esterno, Randy e Evie hanno litigato e rifatto l'amore e adesso devono decidere con che faccia uscire e affrontarli uno per uno… e noi come spettatori non possiamo fare altro che pensare che le persone realmente "ridicole" e "nei guai" siano quelle che le aspettano fuori. Ho adorato come le protagoniste escano dalla porta tappandosi le orecchie per ridimensionare il baccano, si guardino negli occhi e recitino una poesia di Walt Whitman, perché non l'ho vista come un blando, sdolcinato "per me esisti solo tu"; l'ho vista come un "grazie a te sento delle cose in più, voglio continuare a sentirle, dammi la forza e resta con me". Naturalmente anche l'atto di uscire fuori, affine all'inglese "coming out of the closet" e comune ad altri film gay, è stato qualcosa di adorabile. È uno di quei simbolismi che a parer mio non perdono mai originalità, in un mondo ancora omofobico dove uscire dall'armadio (o dalla stanza di un motel) è una prova di grande coraggio. 

Mie scene preferite: 

Randy che infila un messaggio per Evie nel suo armadietto; Evie che le presta "Foglie d'erba" e finiscono a parlare di poesia e musica; Randy e Evie che ascoltano il "Dies Irae" di Mozart in macchina; la scena al bar in cui si prendono per mano; Randy che riflette su come chiedere a Evie di venire a cena a casa sua; la scena di costruzione del rapporto amoroso tra Evie e Randy; la scena di sesso; Alì che becca la macchina di Wendy nel parcheggio del motel e si mette a sbraitare. 

Recensione | Film | Molto forte, incredibilmente vicino

Titolo originale: Extremely loud and incredibly close
Titolo italiano: Molto forte, incredibilmente vicino
Regista: Stephen Daldry
Interpreti: Thomas Horn, Tom Hanks, Sandra Bullock, Max von Sydow
Anno: 2011
Sceneggiatura: Eric Roth
Soggetto: Tratto dal romanzo omonimo di Jonathan Safran Foer
Lingua originale: Inglese
Genere: Drammatico, Coming of Age, storico
Musiche: Alexandre Desplat
Fotografia: 
Chris Menges
Casa di produzione: Warner & Bros., Paramount Pictures

Ho scritto questa recensione diversi mesi fa per Geekjake, e ho deciso di pubblicarla anche qui, soprattutto per domani…

Buongiorno!

Come promesso, eccoti le mie impressioni su “Molto forte, incredibilmente vicino” di Stephen Daldry. Ti avevo menzionato che il film mi era risultato neutrale, nonostante io abbia scoperto girando la rete per avere altre informazioni che la maggior parte della gente ha avuto reazioni forti, sia di disprezzo (“E’ un film che cerca a tutti i costi di strapparti una lacrima, se non ti piace Oskar non ti piacerà affatto mentre il libro dava spazio anche ad altri personaggi, Stephen Daldry si è venduto agli americani mentre con Billy Elliot aveva fatto un film di valore, è una favoletta post 11 settembre!”) sia di lode (“E’ fedelissimo al libro, è un ritratto realistico di un ragazzino con la sindrome di Asperger, e quando mai sarebbe una favoletta post 11 settembre? Il regista e gli attori hanno parlato con le famiglie delle vittime per rappresentare in maniera accurata il loro dolore, ed esattamente come in Billy Elliot il protagonista deve lavorare per avere il suo lieto fine!”). In effetti non è la prima volta che un film osannato o criticato aspramente mi risulta neutrale: mi è successo con dei veri e propri cult che erano particolarmente controversi in vita mia, e ogni tanto mi sono risultati addirittura semi indifferenti. Se la prendi nel verso buono, può darsi che con l’andare del tempo “Molto forte, incredibilmente vicino” diventerà un cult cinematografico Emoticon wink😉

Stando seri, il film non mi è risultato indifferente. Diciamo che la mia opinione nel complesso è che sia un film con delle premesse eccellenti:

– Parla di una delle vicende che hanno sconvolto di più l’umanità nel terzo millennio, e il fatto che sia accaduta più di dieci anni fa ti induce delle riflessioni sul tempo che passa, su quanti passi avanti (o indietro) abbiamo fatto da allora in materia di diritti umani, dignità e così via… e lo fa concentrandosi sul dopo, sulle vicende private delle famiglie di quelli che sono morti, invece di spettacolarizzare una tragedia come hanno fatto altri film, istigare all’islamofobia e celebrare l’America.

– E dal momento che si concentra su un microlivello di conflitto, sulla sfera privata, sulla vita di un singolo individuo e di quelli che lo circondano, il mio interesse non può che accendersi (io preferisco le storie dove il conflitto è più interiore che esteriore, e dove i personaggi sono complessi e sfaccettati, mentre molto spesso posso passare sopra ad una trama banale e sfilacciata). Non fa che ricordarmi che nel corso della storia accanto a eventi di portata macroscopica che studiamo nei libri ci sono state persone comuni che l’hanno vissuta sulla propria pelle, che c’erano dentro, e mi fa sentire molto più connessa al genere umano.

– Se poi ci aggiungiamo le tematiche che il film affronta, come il fatto che sia un Coming of Age, che esplori molto a fondo il mondo interiore di un personaggio, che il personaggio in questione viva un conflitto dilaniante, che sia molto improntato sulle relazioni umane, che faccia informazione su come vede il mondo un ragazzo con l’AS, che ci sia una ricerca da portare a termine per trovare se stessi o la persona che abbiamo perso o una persona che ci stava cercando per tutto il tempo, il mio interesse sale parecchio.

Quindi, quello che non me l’ha fatto apprezzare in maniera esponenziale non è di *cosa* parla, ma di *come* ne parla. Cominciamo dal principio.

Devo ammettere che se non avessi letto che il film era di Stephen Daldry non l’avrei riconosciuto. Non ho visto nessuna traccia della sua personalità, nessun guizzo di britannicità, come se il materiale narrato non gli appartenesse fino in fondo (cosa che in effetti è probabile). Sento che lui ha rispetto per la storia, ma che non la capisce completamente perché non l’ha sperimentata – o forse è stato lavorare con gli americani su qualcosa che ha colpito al cuore gli americani che lo ha un po’ frenato dall’aggiungere “quel qualcosa in più” che mi facesse capire che è lui che lo sta vivendo assieme a Oskar (ossia la colonna portante del film). Non che il suo stile di regia sia stato pessimo, chiariamoci: è semplicemente strano sapere che è un film diretto da lui. Lo stile di regia lo definirei “classico”, con molti primi piani (essenziali quando dobbiamo seguire lo sguardo e i pensieri di un personaggio in particolare), inquadrature dall’alto, alcuni flashback che non hanno nulla di intrusivo o di fuori luogo ma si inseriscono con cura nella pellicola, una certa eleganza nel montaggio, un ritmo né troppo veloce né troppo lento. È uno stile di regia che accosterei a Jonathan Demme o a Frank Darabont.

Anche la musica la definirei “classica”, negli strumenti come nel leitmotiv. Proprio per questo, tuttavia, posso dire che sia uno stile gradevole, che apprezzo, ma non che sia uno stile memorabile che ha lasciato il segno dentro di me. E anche la musica, è bella da sentire ed è molto appropriata al film, delicata e raffinata quanto basta, ma una volta finito di vedere “Molto forte, incredibilmente vicino” non mi ricordo una nota che sia una. Va bene, sto mentendo, il leitmotiv me lo ricordo, ma solo perché l’ho ascoltato poco fa Emoticon tongue :p

Quindi la mia opinione sullo stile è che sia quello classico da film occidentale, soprattutto dei Paesi anglosassoni. Ci possono venire su dei capolavori con quello stile, ma se non ci sei dentro e non ci sai fare al mille per mille verrà fuori uno stile bello e già conosciuto, amen.

Andando avanti, veniamo al fulcro del film: i personaggi.

Nessuna delle recensioni che ho letto, neppure quelle che hanno considerato il film una schifezza, ha avuto il coraggio di fiatare sulla bravura di Thomas Horn, e io mi aggrego al coro: è un attore molto espressivo, fotogenico, serio, introspettivo, che si inserisce bene in una scena e penso che sia arrivato al cuore del suo personaggio – chissà se per un’affinità con la sua indole o per talento recitativo. Insomma, credo che calzi a pennello per il personaggio di Oskar. Su Oskar invece… ti confesso che la prima volta che ho visto questo film la mia reazione è stata mista. Neppure io approvavo certi suoi scoppi di ira, ma intuivo la sua sofferenza e anche se non lo giustificavo tentavo di capirlo. Studiandomelo meglio le volte successive, alla luce di quel poco che so sulla sindrome di Asperger e cercando dei punti in comune con me stessa, ho cominciato a capirlo un pochino. Invece di vederlo come egoista e anaffettivo, l’ho visto come riservato, tormentato e pieno di amore verso i suoi genitori, anche se con problemi a dimostrarlo – ma non mancano i suoi momenti di tatto e dolcezza, come quando chiede a Abby che ha appena divorziato se può darle un bacio o se il marito di Abby che ricorda il padre morto abbia bisogno di un abbraccio. Mi sono accorta appieno della sua intelligenza, del suo modo straordinario di risolvere un problema, e del suo coraggio su cui ruota tutto il suo percorso di crescita individuale. È il coraggio di voler elaborare il lutto che lo spinge fuori di casa, anche se sempre accompagnato dal suo tamburello perché lo placa, che lo spinge a prendere i mezzi pubblici e la metropolitana, che lo spinge a guardare e ascoltare alcune persone. È il coraggio di sapere che non deve smettere di cercare che lo porta a provare l’esistenza del sesto distretto e a salire sulla stessa altalena su cui era salito il padre, fino a volare e a immaginare che il padre non sia mai caduto da un grattacielo ma sia tornato al suo posto (come nella bellissima scena finale, in cui davvero ogni cosa torna a posto). Dopo aver parlato con il marito di Abby, quando corre per strada e una volta a casa si mette a stracciare la sua mappa, ho provato molta solidarietà per lui e molta vicinanza. Nelle altre scene sostanzialmente è un personaggio che stimo a distanza, del quale condivido alcune paure e alcune difficoltà ma di cui non posso capire del tutto la mente, troppo rigida e matematica rispetto alla mia (emblematica è la scena in cui dopo aver calcolato quanti minuti avrebbe dovuto passare assieme ai vari Black specifica che non erano mai quanti si aspettava lui, e dice con un po’ di rancore che le persone non sono numeri, ma lettere; la mia reazione è stata “Grazie alla minchia, ti aspettavi davvero di poter prevedere tutto quanto, anche i minuti che avresti passato con ogni singol* Black? Meno male che le persone non sono così fredde e prive di vita”).

Riguardo agli altri personaggi, ogni tanto mi domando come mai alcuni registi prendono attori famosi abituati a interpretare i protagonisti quando tutto il film si deve reggere su un unico personaggio, e quegli attori finiscono ad essere personaggi minori o comparse. Può darsi che sia una crescita per loro, che per lo meno così agli spettatori e alle spettatrici sia garantito che avranno un cast eccellente, ma molto spesso li trovo sprecati.

Chi se la cava meglio qui è Tom Hanks, che ha il calore, l’affetto, la solidità e la protezione necessaria verso Oskar per farmelo amare e per farmi capire che ha perso una figura paterna eccezionale. Apprezzo il modo in cui si apra tanto con Oskar, come non lo tratti mai con un atteggiamento da “tu sei un bambino”, come allo stesso tempo vegli su di lui, come lo aiuti a interagire con le altre persone organizzando le spedizioni esplorative. Probabilmente è stato bravissimo a conciliare l’intelligenza di Oskar, la sua curiosità e vari tratti della sua personalità per farlo aprire verso il mondo esterno, e fargli pensare (per lo meno fino alla sua morte) che anche se deve superare degli ostacoli è tutto programmato, e che lui non lo perderà di vista un secondo. Ed è ammirevole che, dopo essere stato abbandonato dal padre, abbia deciso di diventare per Oskar il padre che lui non ha avuto.

Viceversa Kate Beckinsale non mi ha colpito; il suo personaggio si può riassumere principalmente come una donna distrutta dal dolore, e quella la interpreta bene. Negli altri momenti in cui avrebbe potuto dare più profondità al suo personaggio, come quando è una moglie devota o preoccupata o deve dimostrare a Oskar che veglia su di lui esattamente come faceva il padre, è anonima. La mia solidarietà verso di lei nasce dal fatto che trovo Oskar troppo duro nei suoi confronti nella scena in cui si mette a urlare perché vuole essere seppellito in un mausoleo e la rabbia e il dolore montano finché non le dice che avrebbe preferito che nel grattacielo ci fosse stata lei. Lì la prima volta mi è venuto da urlare “Ma cosa credi, di soffrire solo tu?”, la seconda mi sono accorta di più sfaccettature nella reazione di Oskar, di come le si avvicini verso la fine, di come anche se non apertamente soffra perché lei non lo sa prendere come suo marito. Anche se alla fine lei lo sorprende.

Max von Sydow ha dichiarato che alla sua età è stata una sfida recitare solo con gli occhi e con le mani, e Stephen Daldry si è dichiarato sicuro che, nonostante avessero tagliato tutta la parte della storia che riguardava Dresda nell’adattamento cinematografico, grazie al talento dell’attore il personaggio sarebbe stato ben reso. E invece, per quanto talentuoso sia l’attore, io non l’ho colto del tutto. Avrei voluto che fosse più approfondito, perché tutto quello che penso su di lui è che mi faccia una pena tremenda quando decide di prendere sotto la sua ala Oskar accompagnandolo nella sua spedizione esplorativa e si ritrova a convivere con un ragazzino intollerante e dittatoriale, che lo riempie di domande personali e che lo tortura facendogli sentire i messaggi del figlio morto. Capisco che anche il nonno abbia le sue colpe, e che stia cercando di riscattarsi prendendosi cura del nipote, ma Oskar si ritrova ad aver a che fare con un uomo ancora più traumatizzato e pieno di rimorsi di lui, e penso che si comporti con il nonno esattamente come non vorrebbe che gli altri si comportassero con lui, stuzzicando i suoi punti deboli e le sue ferite quando vorrebbe aiutare.

Ancora più anonima è la nonna di Oskar, sulla quale non trovo nulla da dire. Forse solo che sia molto solitaria. Anche Abby Black mi sembra anonima, esattamente come suo marito, anche se uno straccio di personalità potrei averlo intravisto, ossia quello di un uomo ben piazzato, sicuro di sé all’apparenza ma con scheletri nell’armadio e in cui non mancano momenti di fragilità, delicatezza e conflitto interiore.

Veniamo a una cosa del finale che mi ha fatto un po’ strabuzzare gli occhi: il fatto che mi sa troppo di vissero tutti felici e contenti. Voglio dire, Oskar ha finito la sua spedizione esplorativa e trova un messaggio di suo padre sull’altalena in cui si congratula con lui perché ha portato a termine con successo il suo compito ed è riuscito a provare l’esistenza del sesto distretto, anche se è passato oltre un anno da quando ce l’ha messo? Realismo, questo sconosciuto? Mi ha talmente sorpreso che sono andata a controllare a venticinque minuti, quando erano davanti all’altalena, se il padre avesse fatto un gesto in cui metteva una cosa sull’altalena non meglio specificata, ma non ho visto nulla. E anche se fossi stata distratta io e l’avessero mostrato in altri momenti del film, non riesco a non vederlo come semi impossibile. Penso che ci sarebbero stati altri modi di mostrare che Oskar non sarà mai solo e che nonostante il padre sia morto sarà sempre con lui.

Mi fa piacere che l’inquilino sia tornato grazie a Oskar, che forse abbia fatto pace con se stesso e abbia cominciato a superare lo shock, o che Abby e il marito siano di nuovo sposati, ma ho sempre l’impressione che questo particolare qui sia troppo da favoletta.

Una cosa che mi domando guardando Oskar, ma che esula da questo film e coinvolge la cinematografia di massa è una certa tendenza che ho notato quando si devono rappresentare personaggi con l’Asperger. Nel senso che, nella mia ignoranza, ho notato che al cinema c’è una certa fissità di ruoli per i personaggi così. Sembra che ad avere l’Asperger siano solo ragazzini maschi di età non superiore ai quindici anni, cissessuali, eterosessuali, magri, bianchi e con una certa propensione per l’esplorazione e il risolvere dei misteri, e l’unica variante che riesco a trovare è quella in cui il protagonista con l’Asperger è un adulto un po’ infantile, timido, impacciato e che suscita tenerezza per il suo candore. Va bene che secondo le statistiche ci sono più uomini che donne ad avere la sindrome di Asperger, ma non è che le donne e le ragazze non esistano, no? E le persone demisessuali o asessuali? Quelle che non sono WASP? E come se non bastasse, mai una volta che vedessi un personaggio così che sia nella comunità LGBT. Non voglio sminuire di una virgola il ritratto che Oskar dà dell’Asperger dato che tante persone che ce l’hanno realmente ci si sono identificate, né il suo essere un buon personaggio, e come se non bastasse so che Jonathan Safran Foer non aveva neppure pensato a renderlo autistico nel libro, ma quello che intendo io è che, per lo meno nel cinema di massa, i personaggi che ce l’hanno sono solo così. Come se non esistesse altro. E il mondo è pieno di persone con la sindrome di Asperger che sono individui unici e irripetibili, e che non possono essere ricondotte a nessun modello. Forse sono io che sono interessata a creare personaggi originali, ma mi sembra una carenza di originalità nel cinema che andrebbe colmata.

Tra gli altri pregi di questo film penso che abbia avuto il merito di connettere mentalmente tante persone diverse tra di loro. Esattamente come Oskar ha imparato a trovare una vicinanza con sua mamma, suo nonno, Abby, il marito di Abby e chiunque ha incontrato e a cui ha scritto.