Music Time! (Parte 9, Adrian von Ziegler)

"Quanto aveva ragione Giovanni Sartori, i giovani d'oggi sono proprio rincitrulliti davanti a uno schermo…"
"Il computer toglie all'essere umano la fantasia, il desiderio di compagnia e lo rende un essere abulico senza più sogni o desideri…"
"Cosa potranno mai imparare tutto il giorno davanti a uno schermo, senza nessuna interazione umana? E' mostruoso, è come essere in un universo parallelo dove tutto, anche le emozioni, è tecnologizzato!"
"Che schifo quando si creano le cose direttamente al computer, non avranno mai la stessa qualità dei prodotti fatti a mano, come si faceva una volta, con tanto impegno e tanto calore umano…"
"Grazie al cazzo che molti giovani fanno tutto al computer, ci vogliono due secondi, neppure si devono sforzare e hanno già i risultati pronti! Ma non è farina del loro sacco, è solo indice di una società senza valori dove l'essere umano vuole tutto e subito…"

"Non ne posso più di sentir parlare di YouTube, ma che avrà di tanto speciale? L'essere umano si mette in mostra come in una vetrina, e sul computer in generale non succede nulla di interessante, e qualsiasi cosa sia pubblicata lì non sarà mai Vera Arte!"

*Riavvolge il nastro*
Siete stufi di questi discorsi stereotipati che non conoscono le potenzialità del mezzo che tanto criticano, e che confondono un cattivo utilizzo del mezzo con il mezzo stesso? Anche a voi i computer hanno aiutato a connettervi con altri esseri umani in maniera più completa di come viene espresso dalle frasi di cui sopra, e vi hanno aiutato a diffondere e creare libri, cortometraggi, musica, disegni, recensioni, fotografie e tutto quello che si può definire ARTE? Siete curiosi di scoprire artisti nuovi, soprattutto se indipendenti e che potrebbero insegnarvi tante cose, sul web come altrove? Allora leggete qui sotto, perché vi parlerò di un compositore indipendente che al di fuori della nostra Italietta viene considerato un mostro sacro di YouTube, e che dà un calcio a tutti i discorsi sui "bamboccioni tecnologizzati e ignoranti" che sarebbero i giovani d'oggi.

 


ADRIAN VON ZIEGLER, I COMPOSITORI INDIPENDENTI E LA MUSICA ORIGINALE DI YOUTUBE

Un po' di storia…

Nel 1989 a Zurigo nasceva Adrian von Ziegler, un ragazzo come tanti altri con la passione per la lettura, la filologia, il fantasy e soprattutto la musica. Dopo una breve esperienza dai quindici ai sedici anni in una rock band dove era relegato al ruolo di batterista, ha avuto bisogno di cominciare a creare la sua musica senza altri intermediari, ed è stato così che ha potuto sviluppare il suo talento. Come tanti ragazzi, Adrian ha subito considerato l'opzione di farsi conoscere da un pubblico vasto tramite la rete, ed è stato così che nel 2008 ha cominciato a pubblicare i suoi brani musicali su MySpace con lo pseudonimo di Indigo. All'epoca gli strumenti si limitavano a una chitarra, una tastiera e un po' di arrangiamenti orchestrali, e presto, dal momento che le visualizzazioni su MySpace erano troppo poche per i suoi standard, si è stufato e senza perdersi d'animo ha deciso di provare a farsi conoscere per altre vie.

Nel 2009 ha cominciato a usare il programma Magix Music Maker, e dal momento che la sua abilità cresceva a dismisura è stato contattato da alcuni amici per chiedergli di fare da compositore della colonna sonora del loro film indipendente. Ed è stato così che la carriera musicale di Adrian ha avuto una svolta: nonostante il fatto che il 1° agosto 2009 si è aperto un canale YouTube (col suo vero nome) solo per caricare la musica che aveva composto per il film e mostrarla ai suoi amici, senza troppe pretese, è stato grazie a YouTube che ha potuto davvero farsi conoscere al mondo in tutto il suo talento. Al giorno d'oggi Adrian può vantare 430.599 iscritti sul suo canale (beh, per lo meno l'ultima occasione in cui ho guardato, quando pubblicherò il mio articolo ne potrete contare altri…), 146.143 "Mi piace" sulla sua pagina ufficiale di Facebook e un totale di quindici album pubblicati dal 2010 all'anno scorso.

Altri progetti

Oltre ad essere un compositore indipendente e un musicista solista, Adrian von Ziegler è anche uno scrittore e un filologo (ma solo per passione personale, senza nessun titolo da sbandierare per attestare la sua cultura). A diciassette anni ha avuto l'idea di pubblicare un suo romanzo fantasy presso una casa editrice tedesca, ma più tardi si è concentrato sulla musica, senza però abbandonare del tutto la scrittura; al giorno d'oggi è al lavoro su un nuovo libro per il quale nel frattempo sta facendo addirittura una colonna sonora, molto sullo stile de "Il Signore degli Anelli", e grazie alle sue conoscenze di filologia ed etimologia sta creando anche una lingua per esso. E' impegnato nella beneficienza e il 50% di quello che guadagna su YouTube lo dà a un'associazione di nome "Charity: Water", oltre a collaborare con altre associazioni caritatevoli attive in Svizzera.

Genere musicale: qual è, come viene realizzato, perché ve lo suggerisco?

Con Adrian von Ziegler sarebbe più corretto parlare di generi musicali, dal momento che si muove con facilità tra la musica celtica, rilassante, di meditazione, dark fantasy, fantasy, folk metal, symphonic metal, troll metal, la world music e le colonne sonore vere e proprie in base ai film per cui gli vengono commissionate (forse l'ha aiutato avere un interesse per lo score dei film in generale, Hans Zimmer, Bach, Nox Arcana, Howard Shore, Koji Kondo, Jeremy Soule e tanti altri). Personalmente ho sempre provato interesse verso questi generi, ma per svariate motivazioni non li ho mai esplorati come avrei voluto, e la musica di Adrian mi ha aperto una finestra su questo mondo, facendomi capire che il mio interesse era ottimamente riposto. :) E anche se tutti questi generi vi sembrassero restrittivi, fidatevi, all'interno di essi Adrian non è quasi mai noioso.

I suoi brani musicali possono mettervi in uno stato di grazia dove nessuna preoccupazione vi può toccare, ma anche essere cupi e spingervi a indagare sulla vostra tensione. Vi fanno entrare in contatto con qualcosa di molto profondo dentro di voi, ve lo fanno toccare e accarezzare, e ogni tanto potrebbe fare quasi paura, e allora potreste voler chiudere la finestra di YouTube e ritornare ad un'assenza di consapevolezza, ma è rarissimo che delle sensazioni del genere vi lascino indifferenti. Vi possono portare in un luogo magico, austero, misterioso, incantato, che richiama i boschi e le passeggiate nella natura, finché non saprete più se vi ricorda la natura all'esterno di voi stessi o la natura nel vostro mondo interiore. Sono eccellenti quando volete ricaricare le batterie ed eccellenti quando vi volete liberare di un umore troppo pesante… ma anche se non l'ho mai testato personalmente, perché tutte le occasioni in cui l'ho ascoltato ero in uno stato mentale specifico, penso che siano eccellenti anche quando volete provare di nuovo tante emozioni, e tornare alla vita in seguito a una fase di emozioni smorte.

Confesso che le mie scarse conoscenze di tecnica musicale non mi permettono di dare un giudizio consapevole su di essa, ma sono sicura che tra i tanti iscritti al suo canale qualcun* si sia già espress* al riguardo, e che tutti gli anni trascorsi ad affinare il suo talento abbiano portato Adrian von Ziegler anche ad intendersene sotto questo punto di vista. Quello che vi posso descrivere con precisione — e l'ho fatto — sono le emozioni e le sensazioni che i suoi album mi hanno portato a provare. Adesso, a proposito di album, confesso pure che non li ho ascoltati tutti per intero, perché capirete che quindici album in un colpo solo sono troppi, quindi per presentarvelo vi metto i link di una canzone a testa da ognuno dei suoi album.

Requiem (2010)

A Celtic Lore

Lifeclock (2010)

Arcane Wonder Worker

Across Acheron (2011):

Where I Belong

Wanderer (2011):

Morning Dew

Mirror of the Night (2011):

Awakening

Mortualia (2012):

Ad Mortem

Spellbound (2012):

Moorchild

Starchaser (2012):

Nidhöggr

The Celtic Collection (2012):

Gaelic Earth

Odyssey (2012):

Pearls of the Seas

Feather and Skull (2013):

Symphonic Metal

Vagabond (2013):

Spring Charm

Libertas (2014):

You're More Than You Know

Queen of Thorns (2014):

The Sealed Kingdom

E come extra: Daydream Melody e una playlist di tre ore di musica celtica.

E potete scaricare la discografia completa qui. Buone emozioni!

Link utili:

Il canale YouTube di Adrian von Ziegler
La pagina Facebook di Adrian von Ziegler
Adrian von Ziegler sulla Wikipedia inglese
La sua prima intervista su YouTube di quattro anni fa (parte 1)
La sua prima intervista su YouTube di quattro anni fa (parte 2)
– Adrian von Ziegler su Amazon

Recensione | Film | Water Lilies

Titolo originale: Naissance des Pieuvres
Titolo internazionale: Water Lilies (in Italia non è mai uscito)
Regista: Céline Sciamma
Interpreti: Pauline Acquart, Louise Blachère, Adèle Haenel, Warren Jacquin
Anno: 2007
Lingua originale: Francese
Genere: Drammatico, Coming of Age
Sceneggiatura: Céline Sciamma
Musiche: Para One
Fotografia: Crystel Fournier
Link che mi hanno aiutata a scrivere questa recensione: 12345

Trama in breve, mi serve perché mi dilungherò su altro:
Marie, un’adolescente introversa, assiste allo spettacolo di nuoto sincronizzato della sua estroversa amica Anne, e si innamora sia dello sport sia di Floriane, la bellissima capitana della squadra di un livello superiore ad Anne. Pur di starle vicina decide di iscriversi anche lei in piscina, e attraverso l’amicizia che instaura con Floriane (accantonando quella con Anne) ha l’occasione di scoprire la propria sessualità; di studiare la percezione che gli altri hanno di lei, di Floriane e di Anne; e di comprendere le differenze tra il suo amore e l’amore di Anne per François, il fidanzato di Floriane, e il sentimento confuso che Floriane sembra manifestare sia per il ragazzo sia per lei stessa.

Prima premessa: Nonostante quello che potreste sentire in giro, questo film non ha nulla a che vedere con “Fucking Åmål”, di cui ho parlato qualche giorno fa. Non ne è una scopiazzatura, non è liberamente ispirato, le somiglianze che si possono trovare sono veramente minime (la storia d’amore tra una bruna riservata e una bionda con una reputazione da troietta e magari il fatto che siano entrambi film indipendenti) e trovo riduttivo fare una recensione dell’uno paragonandolo all’altro.
Seconda premessa: A differenza di “Fucking Åmål”, che è una commedia apertamente adolescenziale e gay, “Water Lilies” può anche non essere considerato un film gay, perché, nel cinema di Céline Sciamma, molto dipende dall’interpretazione che si dà all’opera.

Di sicuro è un film sull’adolescenza, e uno di quelli che si vedono rarissimamente nella vita. Ha una bellezza eterea, silenziosa (i dialoghi sono pochissimi e la musica c’è giusto all’inizio e alla fine e nei momenti salienti), stilizzata (l’unico segno di modernità è un cellulare che compare in una scena in croce), di quella che sotto la pelle nasconde molto altro, e che lascia trasparire i tormenti interiori delle protagoniste dai loro sguardi, caldi e vivi.

In questo senso, “Water Lilies” è l’opposto di “La Solitudine dei Numeri Primi”, perché anche se dobbiamo metterci lì a dire la nostra sulle motivazioni intrinseche delle protagoniste, su quello che le fa agire e su cosa pensino e sul perché siano attratte dal rispettivo interesse amoroso, non c’è nessuna ipocrisia: la regista stessa ha ammesso di aver lasciato ambigui questi aspetti, e per una buona ragione. Ha deciso di girare un film che potesse essere accettato e discusso dalla maggioranza, che trascinasse quanta più gente possibile a vederlo, che facesse immedesimare ragazze eterosessuali, bisessuali, lesbiche, pansessuali, anche ragazzi di qualsiasi orientamento. Ha fatto questo invece di renderlo un film militante e di nicchia – anche se lei stessa considera comunque l’averlo girato “un atto politico”. C’è un bel commento su Rotten Tomatoes di cui ricordo il senso ma non le parole esatte, e dà senz’altro da pensare: “Water Lilies” è uno di quei rarissimi film sulla sessualità femminile che non è concepito per far arrapare gli uomini in sala ma per far identificare le donne che hanno provato determinati sentimenti nell’adolescenza.

Infatti al centro della vicenda ci sono tre quindicenni appassionate di nuoto sincronizzato, e le riprese nello spogliatoio, in acqua, le riprese dei loro corpi seminudi, in costume da bagno e in biancheria abbondano, ma tutto questo è mostrato SENZA UN BRICIOLO di voyeurismo. Tutto è visto come una cosa normale, naturale, personale – come se noi spettatori fossimo una di quelle ragazze e ci sentissimo legittimati a guardarle. Pur amando “Carrie, lo sguardo di Satana” di Brian De Palma, riconosco che ci sia un abisso tra la sua scena iniziale negli spogliatoi femminili (qui) e l’opening di “Water Lilies” negli spogliatoi femminili (qui). La prima è chiaramente girata per fantasticare, è sognante, estranea, guarda le ragazze con attrazione; la seconda è neutra, da persona che vede certe cose tutti i giorni allo specchio, che sa riconoscere la cruda realtà quando ce l’ha sotto gli occhi, invece di immaginare come potrebbe essere spiando dal buco della serratura.

Molto del film ruota attorno alla cruda realtà, anche nella rappresentazione delle tre protagoniste. Ho scritto che sono mostrate senza alcun voyeurismo, ed è vero; ma non è un film che le presenta come delle bambine asessuate/stucchevoli e c’è grande attenzione verso i loro desideri romantici e carnali, come è giusto che sia quando si vuole girare un film sincero sull’adolescenza, e non la versione edulcorata che consenta ai genitori di negare lo sviluppo delle figlie.

Al centro di tutti gli intrecci amorosi c’è Marie, una ragazza che, almeno a prima vista, sembra più immatura delle altre: sempre ombrosa e in disparte, con la sua coda di cavallo e le sue t-shirt anonime, il suo corpo minuto e sottosviluppato (a vederla le daresti dodici anni anziché quindici) del quale si vergogna (pensa di avere un braccio più lungo dell’altro, quando deve cambiarsi nello spogliatoio indugia e si slaccia il reggiseno sotto la maglietta). Andando a scavare si scopre che Marie è una repressa: ha un’energia interna che tenta di soffocare in continuazione finché non esplode da sola – vedi la scena in cui beve con calma un succo di frutta mentre sta aspettando Floriane e all’improvviso lo getta a terra e lo schiaccia con veemenza – e c’è chi lo attribuisce a un’omosessualità repressa della quale comincia a malapena a rendersi conto quando si innamora di Floriane.
Marie sa di essere repressa, di lasciarsi dominare troppo, di essere simile alla sua testuggine e di portare addosso una corazza per evitare di essere ferita (esemplificativa è anche la scena in cui di punto in bianco dà una spinta violenta alla testuggine nella sua vaschetta, la testuggine si ritira nel guscio e Marie lascia ricadere il braccio, rassegnata), quindi a volte se la prende con se stessa, e il suo conflitto interiore è tale che non di rado è crudele con la sua migliore amica Anne quando non ce ne sarebbe alcun bisogno – motivo per cui Marie è il personaggio che mi piace di meno – e quando Anne si caccia nei guai Marie si preoccupa troppo poco per lei. C’è chi direbbe che sia manipolata da Floriane e stia ancora tentando di decidere a chi deve la sua lealtà, e posso accettarlo; ma per me è solo un’attenuante perché non riesco ad identificarmi più di tanto in lei (forse non ho vissuto i suoi specifici problemi col corpo, forse non ho avuto i suoi specifici problemi di lealtà, forse non essendo omosessuale non ho provato il suo angst e il suo tipo di repressione). La cosa che però mi ci fa identificare, e si tratta di un’altra caratteristica peculiare del personaggio, è che Marie è un’osservatrice, una che si interroga su quello che le passa davanti agli occhi e che prima di agire ci pensa su venti volte. Oh, e on top of that, grazie alle sue capacità di osservazione e alla sua consapevolezza, una volta sviscerato il pg si scopre che è la più matura di tutte.

Con Floriane, invece, la Sciamma ha spiegato che intendeva esplorare “l’aspetto difficile dell’essere una bella ragazza.” Il film è molto realistico in questo senso perché dice una verità – confermata da Rosalind Wiseman nel libro “Queen Bees and Wannabes” – che un sacco di altre pellicole non mostrano: mentre di solito al cinema le ragazze bellissime e con una sensualità naturale sono circondate di amici di entrambi i generi, sono popolari e coinvolte e hanno il mondo ai loro piedi, in “Water Lilies” Floriane è una specie di emarginata. La sua bellezza le consente di ottenere l’attenzione di molti ragazzi, che tuttavia la considerano solo un oggetto sessuale da esibire e da impalmare, e come se non bastasse non ha neanche un’amica perché le ragazze sono troppo invidiose di lei e l’hanno etichettata come troia anche se è ancora vergine.
La sua bellezza le impedisce di scendere oltre un certo livello nella gerarchia sociale, ma non la rende né felice né amata anche perché Floriane non sa più chi è: confonde la vera se stessa (che neppure conosce a fondo) con le dicerie sulla sua presunta troiaggine, e le alimenta indossando una maschera da sfrontata e disinibita, maschera che rifiuta di abbandonare persino quando Marie si dimostra innamorata di lei come persona. Floriane è molto più vulnerabile e meno matura di quella che sembra a prima vista, e credo sia questo il motivo per cui ci sia più focus su di lei rispetto ad Anne tra molti fans del film – oltreché per il rapporto che ha con Marie. A proposito di questo, Floriane la manipola dall’inizio alla fine perché è abituata ad usare il suo corpo per ottenere quello che vuole, e tutto quello che vuole è un’amica, una che le pari le spalle quando i ragazzi ci vanno troppo pesanti con lei, una che si interessi alla sua sicurezza e una con cui possa passare dei momenti di intimità, complicità, leggerezza. È perfettamente cosciente dell’attrazione di Marie e le manda segnali contraddittori (il modo in cui la tocca, la incoraggia, le fa complimenti, le si avvicina alla bocca, dice di non voler andare a letto con François contrapposto al suo costante interesse verso i ragazzi) senza intuire quanto facciano male, e che Marie non prenda l’iniziativa (almeno fino alla fine) perché è confusa da lei e teme di essere rifiutata. E infatti alla fine Marie sceglierà di essere amica dell’unica persona non abusiva che conosca.

Prima di presentare Anne, devo fare una precisazione su uno dei tanti pregi di “Water Lilies”: ha preso degli archetipi/stereotipi (l’estroversa cicciottella, la timidona smilza, la bellissima troietta) esclusivamente per farne delle deconstructions, per smontarli e mostrare cosa ci sia dietro. Quello che è successo per Marie e Floriane vale anche per Anne: al di là della migliore amica che ti spinge a fare le cose, che ti trascina qua e là, che porta avanti la conversazione, si cela una persona terribilmente sola, anche timida, e di certo molto insicura. Anne, come molte ragazze grasse che si sono sviluppate presto (ha un seno prosperoso, è piena di curve, ha lineamenti molto femminili), si sente invisibile, impermeabile agli occhi dei ragazzi malgrado la sua sessualità, prorompente come quella di Floriane ma meno attraente per parecchi. Perciò è plausibile che tenti di mostrare solo il lato migliore di sé, il buon carattere solare che le permetta di farsi vedere per un po’.
A tratti si rende conto del potere che deriva dal suo corpo, a tratti no, e di certo non sa gestirlo. Esempi della sua consapevolezza sono le gonne che indossa spessissimo, le magliette dai tagli femminili – su di lei abbondano il rosso, il nero, contrasti forti – e il fatto che a differenza di Marie la vediamo truccata qualche volta. Esempi della sua ingenuità sono invece il suo atteggiamento giocoso, le decorazioni con stelline e cuoricini che ha sulle magliette, la scena in cui dopo essersi spruzzata il deodorante lo assaggia spruzzandoselo in bocca e tossisce dandosi della stupida, il modo in cui si siede a gambe aperte nonostante abbia la gonna.
E sulla sua insicurezza, be’, come non citare l’opening che la vede come una gigantessa fuori posto in mezzo a tante ragazzine minute, non sviluppate e carine? O quando aspetta di restare sola nello spogliatoio prima di cambiarsi, tenendo addosso l’asciugamano e giustificandosi con “ho il costume che deve ancora asciugarsi”, perché si vergogna di farsi vedere nuda dalle altre, viste come “più belle” e “migliori”? Naturalmente anche Anne è una preda facile dei ragazzi incalzati dagli stereotipi del duro e dell’uomo “virile”, che devono considerarla davvero disperata, una che farebbe qualsiasi cosa pur di ottenere la loro attenzione e che possono rigirarsi come vogliono. Questo è proprio quello che succede con François, che siccome non riesce a rimediare una scopata con Floriane la usa per un po’ di sesso, dal momento che Anne passa i tre quarti del film a corteggiarlo. La vittoria Anne ce l’ha quando lo rifiuta – in maniera davvero molto eloquente, devo dire – alla fine, dopo essersi infusa nuovo coraggio grazie all’amicizia di Marie, con la quale ha scambiato anche un bacio perché “nella sua lista di cose da fare per arrivare alla maturità non aveva ancora spuntato il primo bacio”. Sono cose che succedono tra amiche e che spesso e volentieri non implicano attrazione sessuale, solo desiderio di sperimentare, giocare e vicinanza emotiva.

Speaking of François, qui arriviamo a una grande pecca del film: il modo in cui vengono rappresentati gli uomini. Sembra che siano solo esseri neutri che a malapena parlano e che servono a farsi traghettare verso la maturità, a parte François sono sullo sfondo, molestatori e allenatori violenti senza una battuta che sia una e con un atteggiamento di superiorità/dominanza, e a giudicare da come viene mostrata la relazione tra Floriane e François non c’è alcuna complicità tra di loro, stanno solo lì a pomiciare e a sorridersi e nel frattempo si cornificano. Non parliamo poi del modo in cui François illude Anne, by God, cerca di sedurla con sguardi da cucciolo bagnato ma durante il sesso con lei è brutale, non la bacia neppure e non pensa minimamente a darle piacere, sembra che si stia fottendo una realdoll – infatti alla fine Anne si arrende e sta sotto a subire, insomma, quasi come uno stupro. Proprio il contrario della scena di sesso tra Floriane e Marie (Floriane le chiede di sverginarla per prepararsi a François, dato che “se scopre che non sono davvero una troia è finita”), in cui Marie la guarda spesso, è impacciata, è preoccupata del suo benessere e dimostra tanta sensibilità quanta ne manca al maskioH della situazione.
Ora, anche se la regista dice che in questo film non c’è alcuna visione degli uomini, io non sono d’accordo, e per quel poco che si vedono fanno davvero schifo. È una rappresentazione che mi dà fastidio, la trovo superficiale e antifemminista – sì, avete letto bene: antifemminista. Ridurre i ragazzi a bestie assassine sempre vogliose, senza sensibilità, debolezze, ferite, conoscenze, progetti, sentimenti e pensieri è schiaffarli in una categoria con una brutta nomea, è stereotiparli e fare esattamente ciò che i maschilisti fanno con le donne. I ragazzi non devono per forza essere interessi amorosi, ma possono essere compagni di vita in altri modi, come amici, fratelli, conoscenti, colleghi, padri, nonni, cognati e così via, e siccome il mondo appartiene alle donne quanto appartiene agli uomini, il rispetto va mostrato anche nei loro confronti.

Parlando invece degli altri pregi di questo film, c’è il simbolismo del nuoto sincronizzato. Céline Sciamma ha spiegato che da ragazza ne era appassionata, e che ragionandoci ha capito che esprima molto della condizione delle ragazze nella società. È l’unico sport al mondo solo femminile, ed è l’unico sport al mondo dove devi fingere di non star facendo uno sport. In superficie le ragazze sembrano tutte uguali, fanno tutte gli stessi movimenti, sorridono e sono truccate come bambole; ma sott’acqua, dove devono scalciare e bilanciare per mantenersi a galla, stanno facendo un lavoraccio infame, il prezzo da pagare per essere considerate attraenti. La trovo una metafora originale della condizione femminile e che si sposa bene con il resto del film, che dice cose che di rado ho sentito dire finora, e di sicuro non al cinema.

TL;DR: “Water Lilies” mi è piaciuto sebbene abbia i suoi difetti. Mi è piaciuto per la sua originalità, per la sua audacia, per le verità che mostra, per le metafore, perché passa il Bechdel Test più di dieci volte, e per la meravigliosa scena finale con la musica “acquatica” e delicata di Para One.

Mie scene preferite:
Marie nella vasca da bagno – in costume e con la testuggine – che cerca di muoversi come le ragazze che ha visto allo spettacolo nell’opening e ha praticamente già deciso di iscriversi; Anne e Marie che si schizzano con la bottiglia d’acqua e ridono; Floriane e Marie che parlano di molestie a tratti con leggerezza a tratti con gravità; la scena in discoteca in cui si vede che Marie è bloccata e Floriane sta tentando di raggiungere i suoi scopi; le due scene di sesso speculari; la scena finale.

Link utili: 

Water Lilies su Wikipedia
Water Lilies COMPLETO su YouTube in francese con sottotitoli in portoghese (se conoscete una di queste lingue, guardatelo)

Recensione | Film | Boys Don’t Cry

Titolo originale: Boys Don’t Cry 
Titolo italiano:  Boys Don’t Cry
Regista: Kimberly Peirce  
Interpreti: Hilary Swank, Chloë Sevigny, Peter Sasgaard, Brendan Sexton II, Jeannetta Arnette, Alicia Goranston
Anno: 1999
Lingua originale: Inglese 
Genere: Drammatico, Coming of Age, Biopic
Sceneggiatura: Kimberly Peirce, Andy Bienen
Musiche: Nathan Larson 
Casa di produzione: Fox Searchlight Pictures  
Link che mi hanno aiutata a scrivere questa recensione: 1

Nel 1993 fece scalpore un particolare omicidio di tre ventenni, a Falls City nel Nebraska. Una era Lisa Lambert, l’altro il fidanzato di sua sorella, Philip Devine, e il terzo era Brandon Teena. Erano tutti stati uccisi da John Lotter e Marvin Thomas Nissen, che a parole avrebbero dovuto essere loro amici, e che si erano accaniti più volte contro Brandon Teena, violentandolo addirittura in precedenza e sfigurandone il cadavere poi. Il motivo per cui fece scalpore e non venne liquidato all’istante come “violenza giovanile” fu che Brandon Teena era nato donna, e il suo nome anagrafico era Teena Ray Brandon.

“Boys Don’t Cry” è un biopic su questa vicenda, nato dall’interesse che la giovane regista Kimberly Peirce nutrì per il caso. È la storia di un ragazzo dall’immaginazione straordinaria, che grazie ad essa riusciva ad arricchire ogni fibra della sua esistenza in attesa di evolvere. È una storia di libertà, ricerca di sé stessi, conformismo e mascolinità in crisi. È una storia d’amore, di tenerezza e di violenza. È la storia dell’alienazione e della solitudine del Midwest americano. È, in definitiva, la prova lampante che con un ottimo cast di attori semisconosciuti, una regista in gamba e una buona idea da mettere su carta puoi fare un lungometraggio memorabile anche avendo a disposizione un budget di due milioni di dollari.

Dei personaggi principali, non ce n’è uno che mi sia sembrato vuoto. Cominciamo da Brandon, il protagonista indiscusso (interpretato da una Hilary Swank convincentissima e premiata con l’Oscar per il ruolo). Nonostante gli altri attorno a lui lo considerino “anormale”, è il ragazzo più equilibrato e normale tra tutti gli alcolizzati, depressi e angosciosi personaggi che lo circondano. È uno che non si arrende mai, uno spirito libero audace e temerario, pronto a sperimentare l’estasi dell’avventura (romantica e non) ma anche a sistemarsi con le persone che davvero contano per lui. La Peirce è sempre rimasta colpita dal fatto che Brandon si è costruito un’identità maschile senza avere dei modelli di riferimento stabili, e lo ha considerato un indice di grande elasticità e forza interiore. Tuttavia, anche lui ha i suoi difetti, e gli costeranno cari: è fin troppo ingenuo e non calcola bene i rischi prima di tentare un’impresa, col risultato di finire spesso e volentieri nei guai; vede sempre il meglio nelle persone, persino quando non lo meriterebbero; e il suo disperato bisogno di costruirsi un’immagine forte, attraente, piacevole, affidabile lo porta a mentire in maniera spudorata su cose banalissime, dunque a perdere l’appoggio di gente che avrebbe potuto salvarlo.

Lana, la sua ragazza, è il suo opposto in quasi tutto: vede sempre il peggio nelle persone, è irascibile e nervosa, sboccata e cocciuta, ma anche a lei la sua vita va stretta e quando conosce Brandon dopo un’iniziale ritrosia non può non lasciarsi andare. Si sente sola e spaesata e vede in lui, oltreché una persona che la capisce e la accetta, il suo lasciapassare per il grande mondo. Lana è forse il mio personaggio preferito, dato che mi rispecchio abbastanza nella sua diffidenza e nel suo essere al tempo stesso aspra e vulnerabile. La Lana del film, rispetto a quella reale, continua la sua relazione con Brandon anche dopo la scoperta del suo sesso di nascita, è una dei pochi a stargli vicina e a fare tutto ciò che è in suo potere perché la tragedia non si avveri. Lana lotta, si ribella, soffre e ama, mostra appieno cosa c’è sotto la scorza dura e cinica a mano a mano che la narrazione procede. Per me la Sevigny è stata una piacevolissima novità, e mi auguro di rivederla in azione presto o tardi.

John è uno degli assassini e dei violentatori meno odiosi e stereotipati in cui mi sia mai imbattuta. Si vede che cerca di fare la cosa giusta per ottenere il rispetto, l’amore e l’ammirazione degli altri, che (almeno all’inizio) si affeziona a Brandon considerandolo un ragazzino da prendere sotto la sua ala, che ha amato sul serio Lana nonostante le sue tendenze da stalker siano inquietanti, che sente le cose scivolargli a poco a poco tra le dita… ma la sua risposta è scatenare tutta la sua ottusità, la sua mancanza di empatia e la sua natura brutale da “uomo che non deve chiedere mai”.

Tom… sì, lui è il personaggio principale meno approfondito, ma Brendan Sexton II riesce a renderlo quasi umano in un paio di scene. Malgrado le apparenze di spalla ironica e scanzonata è più aggressivo di John, più attratto dal lato oscuro (si veda la scena del falò con Brandon…) ed è quello con meno scrupoli di coscienza – almeno nel film, nella realtà ha denunciato il vero John Lotter per alleggerirsi la sentenza.

Candace (che in realtà si chiamava Lisa) è più marginale, ma Alicia Goranston sa come renderla gradevole. È una ragazza timida, rotonda e dolce che viene attratta all’istante da Brandon ma è messa da parte perché la sua amica Lana glielo porta via – e anche perché Lana per forza di cose può avere un rapporto più profondo con lui, lo capisce meglio e non lo considera solo un possibile padre di suo figlio e un ragazzo irresistibilmente carino. Eppure Candace è capace di astio e rancore, è la prima ad informare gli stupratori della verità ma si redimerà essendo l’unica ad accogliere Brandon in casa per proteggerlo dalla loro furia. La sua lealtà e la sua generosità purtroppo la condurranno alla morte.

Parlando delle musiche, quelle non sono eccezionali e non sono neppure il mio genere, però mi sono piaciute, specie la versione di Nina Persson di “The Bluest Eyes In Texas” e “Codine Blues” dei Charlatans. Sono assolutamente fitting e a volte persino “fluttuanti” – i montaggi di suoni di Nathan Larson alla stregua del sogno di Brandon la seconda notte a Falls City.

Qualche parola finale sulle controversie che questo film ha scatenato.

Molti odiano “Boys Don’t Cry”, ne sono consapevole. E non parlo solo della famiglia di Brandon Teena, JoAnn Brandon in testa, che lo definiscono offensivo e menzognero perché “mia figlia si travestiva da uomo come strategia difensiva, visto che era stata molestata da piccola”; non parlo solo degli abitanti di Falls City, che dicono di essere molto diversi da come la sceneggiatura li dipinge; non parlo solo della vera Lana Tisdale, che si arrabbiò per invasione della privacy e per l’interpretazione della Sevigny; parlo anche di persone all’interno della comunità LGBT, che lo considerano transfobico perché a dispetto della tagline (“Una storia vera sulla speranza, la paura e il coraggio che ci vogliono per essere sé stessi”) mostrerebbe nel finale che l’unico modo per essere sé stessi è la morte.

Io ho un’opinione su ognuno dei punti di cui sopra, ma siccome si tratta di persone realmente esistite e che non conosco so di non avere la verità in tasca e si aprirebbero parentesi su parentesi che mi farebbero sfociare nell’OT; quindi mi concentrerò solo sull’ultimo punto. Sono d’accordo, la tagline non è affatto coerente col messaggio del film (perché è striminzita e confusionaria)… ma da qui a dire che sia un film transfobico ce ne passa. “Boys Don’t Cry” è stato un atto di denuncia contro la transfobia, uno dei pochissimi film di Hollywood che hanno affrontato l’argomento, per impedire che altri ragazzi finissero come il protagonista. Non dimenticherei inoltre che è basato su una storia vera, dunque mi chiedo a che pro metterci un lieto fine inventato solo per non scontentare nessuno – che poi, il finale con la lettera piena di ottimismo di Brandon in sottofondo e Lana che riesce ad andarsene sull’autostrada da sola, fiduciosa di sé e cresciuta interiormente, non mi sembra un finale tragico al 100%. Io la speranza ce l’ho vista, in quel finale. La paura pure, durante il film. E il coraggio di Brandon è indimenticabile (vogliamo parlare anche del fatto che l'ultima volta che fa sesso con Lana le racconta tutta la verità su di sé e lei lo accetta comunque? Che si mostra per la prima volta nudo in tutti i sensi? Questo non è essere sé stessi?). Li considero tutti ingredienti imprescindibili di un film che attraverso la storia di un ragazzo assassinato auspica che a nessuno debba essere negata la possibilità di essere sé stesso.

Ultima nota: Se sono riuscita ad interessarvi, vi prego con tutta me stessa di NON GUARDARLO DOPPIATO IN ITALIANO. Qui non si tratta di un brutto doppiaggio, si tratta di un doppiaggio REPELLENTE, una cacca di piccione ammuffita su una perla di film, forse l’adattamento peggiore che abbia mai visto. I motivi per cui lo odio sono molteplici (dialoghi troppo formali per dei ventenni del 1993 nel Midwest, doppiatori bravissimi sprecati a fare le comparse e doppiatori che non c’entravano un tubo con i personaggi nei ruoli principali, frasi stravolte come “Forza, Kate, fa’ qualcosa” e “Non ti intrometteresti se non fossi così ovviamente innamorata di Brandon” VS “Forza, Candace, fa’ qualcosa” e “Non mi intrometterei se non fossi così ovviamente innamorata di Brandon”), però il primo li batte tutti: il fatto che nelle scene cruciali Brandon parli di sé stesso al femminile (“Sono andata”, “Sono sicura”), avvalorando il concetto che “ZOMG, è una donna!” e stravolgendo il senso intero della storia. Hanno addirittura inserito dei “Teena” (il nome anagrafico femminile) a caso nei dialoghi, quando nella versione originale non c’erano. Seriamente, guardatelo in inglese con sottotitoli, e potrebbe valerne la pena.

Mie scene preferite:
L’opening onirico con Brandon in macchina e il montaggio di suoni in sottofondo; Brandon che lascia l’anello in camera di Lana invece di darglielo di persona; Brandon che quando si cambia deve nascondere ogni traccia sospetta; Brandon e Lana che si rincorrono fuori casa di lei; la corsa in auto; la canzone in sottofondo all’estasi di Lana; Lana che non riesce a guardarlo mentre John e Tom vorrebbero obbligarla e urla “Lasciatelo stare!”; Lana che dice a Brandon “Sei così bello” verso la fine; il finale con Lana sull’autostrada.

Link utili:

Boys Don't Cry su TvTropes
The True Story Of Brandon Teena su YouTube, se volete approfondire la vera storia
Il trailer originale su YouTube

Hilary Swank vince un Oscar per Boys Don't Cry su YouTube
Dietro le quinte con gli attori che parlano del significato del film
Hilary Swank parla di quanti passi avanti abbia fatto il suo Paese per le persone LGBT, da attivista e attrice, in un'intervista per HuffPostLive

Recensione | Film | Fucking Åmål

Titolo originale: Fucking Åmål
Titolo italiano:  Fucking Åmål – il coraggio di amare
Regista: Lukas Modysson 
Interpreti: Alexandra Dahlström, Rebecka Liljeberg, Mathias Rust, Erica Carlson, Stefan Hörberg, Josefine Nyberg, Axel Widegren, Ralph Carlsson, Jill Ung, Maria Hedborg
Anno: 1998
Lingua originale: Svedese 
Genere: Drammedia, Coming of Age
Sceneggiatura: Lukas Modysson, Alexandra Dahlström  
Musiche: Tomaso Albinoni, Håkan Hellström, Per Gessle
Fotografia: Ulf Brantås 
Scenografia: Heidi Saikkonen, Lina Strand
Effetti speciali: Gunnar Ahlgren 
Casa di produzione: Menfis Film 
Link che mi hanno aiutata a scrivere questa recensione: 1

Decisamente il film a tematica lesbica migliore che abbia mai visto sinora, rovinato esclusivamente dal doppiaggio italiano, che ha banalizzato i dialoghi inserendoci parolacce a caso e infantilendo le riflessioni dei personaggi in una maniera mostruosa.

La storia è presto detta, è vero (e ci sono molti punti di contatto con Get Real – un ottimo film a tematica gay): in una cittadina svedese dove per gli adolescenti non ci sono svaghi o attrazioni, la “fottuta Åmål”, vivono Elin e Agnes, due ragazze diversissime per carattere, posizione sociale, background e (all’apparenza) orientamento sessuale, ma entrambe intrappolate in una vita che non sentono come loro.

In occasione della festa di compleanno di Agnes, dove Elin è capitata per puro caso, si conoscono, si parlano e scoprono di essere più simili di quel che credevano. Vola un bacio e la promessa di telefonarsi il giorno dopo, ma le due non risolveranno la situazione e non potranno essere libere di amarsi fino alla cruciale, penultima scena nei bagni della scuola.

Pur ricalcando le convenzioni dei film adolescenziali, l’occhio di Modysson è nuovo e a mio avviso originale: lui ha uno stile di regia molto simile a quello di un documentario, fa emergere l’animo dei personaggi dai gesti più che dalle parole, e anche quando parlano di cose a prima vista banali vale la pena starli ad ascoltare. Lo stile si traduce anche in una serie di zoomate, macchine da presa che passano in modo fulmineo da un attore all’altro nella stessa inquadratura, o anche inquadrature che si susseguono incalzanti (come la scena della mensa a inizio film), e quest’ultima è forse la cosa più “convenzionale” che faccia. Eppure, malgrado lo stile tagliente, sa essere molto delicato quando si tratta di sentimenti. Sarà il suo essere stato un poeta, forse (hobby che peraltro ha trasferito ad Agnes), o sarà una profonda conoscenza dell’animo umano. Conoscenza che emerge anche dal modo in cui ha creato i suoi personaggi. So che in principio possono sembrare stereotipati e insulsi, però davvero, persino io che detesto i cliché li ho apprezzati, perché rivelano delle sorprese e le attrici principali in particolare hanno talento da vendere.

Elin è una quattordicenne popolare e capricciosa (e bionda, manco a dirlo…), eppure non è la solita Alpha Bitch perennemente vestita di rosa che non vede l’ora di ferire e umiliare la co-protagonista (una Brainy Brunette): al contrario, lei vorrebbe evolvere come persona e ha sogni di gloria (anche se a volte ha degli impulsi autodistruttivi come volersi drogare o ubriacare per evadere), scappare da una provincia che non può offrirle nulla, e il suo peggiore incubo è essere una perfetta donnina di casa. E l’evoluzione l’avrà, alla fine della storia, ricambiando la ragazza che l’ha sempre amata a distanza e lottando contro le convenzioni per affermarsi. Di conseguenza, abbandona pure senza rimpianti la popolarità che le malelingue credevano esserle indispensabile.

Agnes è più grande (ha sedici anni) e più matura, almeno dal punto di vista psicologico, preferisce esprimersi attraverso lo scritto e non ha amici –anzi, è persino vittima di bullismo. Eppure neanche lei è lo stereotipo della sfigatella buona e gentile e umile e innamorata persa tanto da farsi mettere i piedi in testa, perché non ha problemi a farsi valere se necessario (è lei che convince Elin ad uscire dal bagno nel finale) e sa essere addirittura crudele (con Viktoria) e vendicativa (con Elin quando non mantiene la promessa di chiamarla). Io ammetto di aver WTFato sia quando se la prende con Viktoria sia quando dà uno schiaffo ad Elin davanti a tutte, un po’ perché non condividevo il comportamento, un po’ perché trovarsi di fronte ad una ragazza tranquilla e solitaria che abbia delle reazioni così esplosive è una rarità nei teen movie.

Gli altri sono poco approfonditi, ma fra i giovani spiccano Jessica e Johan. Lei, la sorella maggiore di Elin, è la vera ragazza attaccatissima alle convenzioni, che cerca il Principe Azzurro dolce e sensibile ma di fatto sta con il capobranco arrogante e manesco di turno, Markus. Eppure ha anche lei i suoi conflitti interiori, dato che è sempre messa in ombra dalla sorellina quando si tratta di amicizie e ragazzi (e questa è una novità se ci pensate, di solito in fiction è la sorella minore a voler rubare la scena alla maggiore! xD) e perfino manipolata psicologicamente da Elin per ottenere ciò che Elin desidera. Lui, Johan, è l’ennesimo spasimante di Elin, che sarebbe il bravo ragazzo che si sforza di fare la cosa giusta anche se è succube del suo migliore amico. Eppure si capisce che Modysson non lo dipinge come un personaggio troppo simpatetico, visto che è uno stupido che non si accorge di quello che gli succede intorno e Elin lo affronterà di petto verso la fine, dimostrandogli che lui è debole e vigliacco.

Oh, e tra gli adulti… meh, loro non è che abbiano grande spazio sullo schermo. Ci sono Karin, la madre di Agnes, che la controlla troppo, e Brigitta, la madre di Elin e Jessica, che le controlla troppo poco (imponendo peraltro regole di cui si dimentica). E poi c’è Olof, il padre di Agnes, che si rispecchia nella figlia e in cui la figlia può rispecchiarsi. Loro, bisogna dirlo, hanno un bel rapporto, fatto di silenzi e discrezione e affetto, eppure ci sarà un momento in cui Agnes lo terrà fuori dalla sua vita, a causa del suo essere un’adolescente confusa e arrabbiata e a causa della sua omosessualità repressa, che non sa come confessargli.

Forse l’unica vera, grande pecca di “Fucking Åmål” per cui mi risulta impossibile chiudere un occhio è (SPOILERONE IN VISTA) il tentato suicidio/autolesionismo di Agnes, che sembra starsene lì solamente per aggiungere pathos e non ha alcuna ripercussione dopo.

Eppure c’è anche una grande qualità di questo film che voglio evidenziare: passa il Bechdel Test due volte (quando Elin e Jessica parlano del sogno di Elin e il dialogo tra Karin e Agnes dopo che Karin ha scoperto al computer di Agnes della sua omosessualità).

… Mi sono appena accorta di aver ripetuto “eppure” a iosa. Beh, è così che questo film ti lascia, tirando le somme: con un “eppure”. Le premesse della trama sono semplici, i personaggi nascono da stereotipi, la musica non è che si faccia notare più di tanto, le protagoniste fanno cose non condivisibili a volte, la tecnica di regia può non piacere a tutti… eppure i temi affrontati (emarginazione, crescita interiore ed esteriore, ribellione verso una vita e una sessualità imposte, conformismo VS individualismo) sono universali e non cessano di interessarmi, la recitazione è grandiosa e i personaggi non si fermano allo stereotipo, Modysson è di una delicatezza unica nella sostanza e in definitiva questo film merita una possibilità.

Mie scene preferite:
L’opening, con Agnes che scrive al computer; il secondo bacio; il dialogo sugli spalti tra Elin e Jessica; Elin che sputa dal cavalcavia; il coming out; Elin che prepara il latte al cioccolato per sé e per Agnes.

Link utili:
Fucking 
Åmål su Wikipedia
Il secondo bacio delle protagoniste in italiano
Il coming out in italiano