Recensione | Film | Molto forte, incredibilmente vicino

Titolo originale: Extremely loud and incredibly close
Titolo italiano: Molto forte, incredibilmente vicino
Regista: Stephen Daldry
Interpreti: Thomas Horn, Tom Hanks, Sandra Bullock, Max von Sydow
Anno: 2011
Sceneggiatura: Eric Roth
Soggetto: Tratto dal romanzo omonimo di Jonathan Safran Foer
Lingua originale: Inglese
Genere: Drammatico, Coming of Age, storico
Musiche: Alexandre Desplat
Fotografia: 
Chris Menges
Casa di produzione: Warner & Bros., Paramount Pictures

Ho scritto questa recensione diversi mesi fa per Geekjake, e ho deciso di pubblicarla anche qui, soprattutto per domani…

Buongiorno!

Come promesso, eccoti le mie impressioni su “Molto forte, incredibilmente vicino” di Stephen Daldry. Ti avevo menzionato che il film mi era risultato neutrale, nonostante io abbia scoperto girando la rete per avere altre informazioni che la maggior parte della gente ha avuto reazioni forti, sia di disprezzo (“E’ un film che cerca a tutti i costi di strapparti una lacrima, se non ti piace Oskar non ti piacerà affatto mentre il libro dava spazio anche ad altri personaggi, Stephen Daldry si è venduto agli americani mentre con Billy Elliot aveva fatto un film di valore, è una favoletta post 11 settembre!”) sia di lode (“E’ fedelissimo al libro, è un ritratto realistico di un ragazzino con la sindrome di Asperger, e quando mai sarebbe una favoletta post 11 settembre? Il regista e gli attori hanno parlato con le famiglie delle vittime per rappresentare in maniera accurata il loro dolore, ed esattamente come in Billy Elliot il protagonista deve lavorare per avere il suo lieto fine!”). In effetti non è la prima volta che un film osannato o criticato aspramente mi risulta neutrale: mi è successo con dei veri e propri cult che erano particolarmente controversi in vita mia, e ogni tanto mi sono risultati addirittura semi indifferenti. Se la prendi nel verso buono, può darsi che con l’andare del tempo “Molto forte, incredibilmente vicino” diventerà un cult cinematografico Emoticon wink😉

Stando seri, il film non mi è risultato indifferente. Diciamo che la mia opinione nel complesso è che sia un film con delle premesse eccellenti:

– Parla di una delle vicende che hanno sconvolto di più l’umanità nel terzo millennio, e il fatto che sia accaduta più di dieci anni fa ti induce delle riflessioni sul tempo che passa, su quanti passi avanti (o indietro) abbiamo fatto da allora in materia di diritti umani, dignità e così via… e lo fa concentrandosi sul dopo, sulle vicende private delle famiglie di quelli che sono morti, invece di spettacolarizzare una tragedia come hanno fatto altri film, istigare all’islamofobia e celebrare l’America.

– E dal momento che si concentra su un microlivello di conflitto, sulla sfera privata, sulla vita di un singolo individuo e di quelli che lo circondano, il mio interesse non può che accendersi (io preferisco le storie dove il conflitto è più interiore che esteriore, e dove i personaggi sono complessi e sfaccettati, mentre molto spesso posso passare sopra ad una trama banale e sfilacciata). Non fa che ricordarmi che nel corso della storia accanto a eventi di portata macroscopica che studiamo nei libri ci sono state persone comuni che l’hanno vissuta sulla propria pelle, che c’erano dentro, e mi fa sentire molto più connessa al genere umano.

– Se poi ci aggiungiamo le tematiche che il film affronta, come il fatto che sia un Coming of Age, che esplori molto a fondo il mondo interiore di un personaggio, che il personaggio in questione viva un conflitto dilaniante, che sia molto improntato sulle relazioni umane, che faccia informazione su come vede il mondo un ragazzo con l’AS, che ci sia una ricerca da portare a termine per trovare se stessi o la persona che abbiamo perso o una persona che ci stava cercando per tutto il tempo, il mio interesse sale parecchio.

Quindi, quello che non me l’ha fatto apprezzare in maniera esponenziale non è di *cosa* parla, ma di *come* ne parla. Cominciamo dal principio.

Devo ammettere che se non avessi letto che il film era di Stephen Daldry non l’avrei riconosciuto. Non ho visto nessuna traccia della sua personalità, nessun guizzo di britannicità, come se il materiale narrato non gli appartenesse fino in fondo (cosa che in effetti è probabile). Sento che lui ha rispetto per la storia, ma che non la capisce completamente perché non l’ha sperimentata – o forse è stato lavorare con gli americani su qualcosa che ha colpito al cuore gli americani che lo ha un po’ frenato dall’aggiungere “quel qualcosa in più” che mi facesse capire che è lui che lo sta vivendo assieme a Oskar (ossia la colonna portante del film). Non che il suo stile di regia sia stato pessimo, chiariamoci: è semplicemente strano sapere che è un film diretto da lui. Lo stile di regia lo definirei “classico”, con molti primi piani (essenziali quando dobbiamo seguire lo sguardo e i pensieri di un personaggio in particolare), inquadrature dall’alto, alcuni flashback che non hanno nulla di intrusivo o di fuori luogo ma si inseriscono con cura nella pellicola, una certa eleganza nel montaggio, un ritmo né troppo veloce né troppo lento. È uno stile di regia che accosterei a Jonathan Demme o a Frank Darabont.

Anche la musica la definirei “classica”, negli strumenti come nel leitmotiv. Proprio per questo, tuttavia, posso dire che sia uno stile gradevole, che apprezzo, ma non che sia uno stile memorabile che ha lasciato il segno dentro di me. E anche la musica, è bella da sentire ed è molto appropriata al film, delicata e raffinata quanto basta, ma una volta finito di vedere “Molto forte, incredibilmente vicino” non mi ricordo una nota che sia una. Va bene, sto mentendo, il leitmotiv me lo ricordo, ma solo perché l’ho ascoltato poco fa Emoticon tongue :p

Quindi la mia opinione sullo stile è che sia quello classico da film occidentale, soprattutto dei Paesi anglosassoni. Ci possono venire su dei capolavori con quello stile, ma se non ci sei dentro e non ci sai fare al mille per mille verrà fuori uno stile bello e già conosciuto, amen.

Andando avanti, veniamo al fulcro del film: i personaggi.

Nessuna delle recensioni che ho letto, neppure quelle che hanno considerato il film una schifezza, ha avuto il coraggio di fiatare sulla bravura di Thomas Horn, e io mi aggrego al coro: è un attore molto espressivo, fotogenico, serio, introspettivo, che si inserisce bene in una scena e penso che sia arrivato al cuore del suo personaggio – chissà se per un’affinità con la sua indole o per talento recitativo. Insomma, credo che calzi a pennello per il personaggio di Oskar. Su Oskar invece… ti confesso che la prima volta che ho visto questo film la mia reazione è stata mista. Neppure io approvavo certi suoi scoppi di ira, ma intuivo la sua sofferenza e anche se non lo giustificavo tentavo di capirlo. Studiandomelo meglio le volte successive, alla luce di quel poco che so sulla sindrome di Asperger e cercando dei punti in comune con me stessa, ho cominciato a capirlo un pochino. Invece di vederlo come egoista e anaffettivo, l’ho visto come riservato, tormentato e pieno di amore verso i suoi genitori, anche se con problemi a dimostrarlo – ma non mancano i suoi momenti di tatto e dolcezza, come quando chiede a Abby che ha appena divorziato se può darle un bacio o se il marito di Abby che ricorda il padre morto abbia bisogno di un abbraccio. Mi sono accorta appieno della sua intelligenza, del suo modo straordinario di risolvere un problema, e del suo coraggio su cui ruota tutto il suo percorso di crescita individuale. È il coraggio di voler elaborare il lutto che lo spinge fuori di casa, anche se sempre accompagnato dal suo tamburello perché lo placa, che lo spinge a prendere i mezzi pubblici e la metropolitana, che lo spinge a guardare e ascoltare alcune persone. È il coraggio di sapere che non deve smettere di cercare che lo porta a provare l’esistenza del sesto distretto e a salire sulla stessa altalena su cui era salito il padre, fino a volare e a immaginare che il padre non sia mai caduto da un grattacielo ma sia tornato al suo posto (come nella bellissima scena finale, in cui davvero ogni cosa torna a posto). Dopo aver parlato con il marito di Abby, quando corre per strada e una volta a casa si mette a stracciare la sua mappa, ho provato molta solidarietà per lui e molta vicinanza. Nelle altre scene sostanzialmente è un personaggio che stimo a distanza, del quale condivido alcune paure e alcune difficoltà ma di cui non posso capire del tutto la mente, troppo rigida e matematica rispetto alla mia (emblematica è la scena in cui dopo aver calcolato quanti minuti avrebbe dovuto passare assieme ai vari Black specifica che non erano mai quanti si aspettava lui, e dice con un po’ di rancore che le persone non sono numeri, ma lettere; la mia reazione è stata “Grazie alla minchia, ti aspettavi davvero di poter prevedere tutto quanto, anche i minuti che avresti passato con ogni singol* Black? Meno male che le persone non sono così fredde e prive di vita”).

Riguardo agli altri personaggi, ogni tanto mi domando come mai alcuni registi prendono attori famosi abituati a interpretare i protagonisti quando tutto il film si deve reggere su un unico personaggio, e quegli attori finiscono ad essere personaggi minori o comparse. Può darsi che sia una crescita per loro, che per lo meno così agli spettatori e alle spettatrici sia garantito che avranno un cast eccellente, ma molto spesso li trovo sprecati.

Chi se la cava meglio qui è Tom Hanks, che ha il calore, l’affetto, la solidità e la protezione necessaria verso Oskar per farmelo amare e per farmi capire che ha perso una figura paterna eccezionale. Apprezzo il modo in cui si apra tanto con Oskar, come non lo tratti mai con un atteggiamento da “tu sei un bambino”, come allo stesso tempo vegli su di lui, come lo aiuti a interagire con le altre persone organizzando le spedizioni esplorative. Probabilmente è stato bravissimo a conciliare l’intelligenza di Oskar, la sua curiosità e vari tratti della sua personalità per farlo aprire verso il mondo esterno, e fargli pensare (per lo meno fino alla sua morte) che anche se deve superare degli ostacoli è tutto programmato, e che lui non lo perderà di vista un secondo. Ed è ammirevole che, dopo essere stato abbandonato dal padre, abbia deciso di diventare per Oskar il padre che lui non ha avuto.

Viceversa Kate Beckinsale non mi ha colpito; il suo personaggio si può riassumere principalmente come una donna distrutta dal dolore, e quella la interpreta bene. Negli altri momenti in cui avrebbe potuto dare più profondità al suo personaggio, come quando è una moglie devota o preoccupata o deve dimostrare a Oskar che veglia su di lui esattamente come faceva il padre, è anonima. La mia solidarietà verso di lei nasce dal fatto che trovo Oskar troppo duro nei suoi confronti nella scena in cui si mette a urlare perché vuole essere seppellito in un mausoleo e la rabbia e il dolore montano finché non le dice che avrebbe preferito che nel grattacielo ci fosse stata lei. Lì la prima volta mi è venuto da urlare “Ma cosa credi, di soffrire solo tu?”, la seconda mi sono accorta di più sfaccettature nella reazione di Oskar, di come le si avvicini verso la fine, di come anche se non apertamente soffra perché lei non lo sa prendere come suo marito. Anche se alla fine lei lo sorprende.

Max von Sydow ha dichiarato che alla sua età è stata una sfida recitare solo con gli occhi e con le mani, e Stephen Daldry si è dichiarato sicuro che, nonostante avessero tagliato tutta la parte della storia che riguardava Dresda nell’adattamento cinematografico, grazie al talento dell’attore il personaggio sarebbe stato ben reso. E invece, per quanto talentuoso sia l’attore, io non l’ho colto del tutto. Avrei voluto che fosse più approfondito, perché tutto quello che penso su di lui è che mi faccia una pena tremenda quando decide di prendere sotto la sua ala Oskar accompagnandolo nella sua spedizione esplorativa e si ritrova a convivere con un ragazzino intollerante e dittatoriale, che lo riempie di domande personali e che lo tortura facendogli sentire i messaggi del figlio morto. Capisco che anche il nonno abbia le sue colpe, e che stia cercando di riscattarsi prendendosi cura del nipote, ma Oskar si ritrova ad aver a che fare con un uomo ancora più traumatizzato e pieno di rimorsi di lui, e penso che si comporti con il nonno esattamente come non vorrebbe che gli altri si comportassero con lui, stuzzicando i suoi punti deboli e le sue ferite quando vorrebbe aiutare.

Ancora più anonima è la nonna di Oskar, sulla quale non trovo nulla da dire. Forse solo che sia molto solitaria. Anche Abby Black mi sembra anonima, esattamente come suo marito, anche se uno straccio di personalità potrei averlo intravisto, ossia quello di un uomo ben piazzato, sicuro di sé all’apparenza ma con scheletri nell’armadio e in cui non mancano momenti di fragilità, delicatezza e conflitto interiore.

Veniamo a una cosa del finale che mi ha fatto un po’ strabuzzare gli occhi: il fatto che mi sa troppo di vissero tutti felici e contenti. Voglio dire, Oskar ha finito la sua spedizione esplorativa e trova un messaggio di suo padre sull’altalena in cui si congratula con lui perché ha portato a termine con successo il suo compito ed è riuscito a provare l’esistenza del sesto distretto, anche se è passato oltre un anno da quando ce l’ha messo? Realismo, questo sconosciuto? Mi ha talmente sorpreso che sono andata a controllare a venticinque minuti, quando erano davanti all’altalena, se il padre avesse fatto un gesto in cui metteva una cosa sull’altalena non meglio specificata, ma non ho visto nulla. E anche se fossi stata distratta io e l’avessero mostrato in altri momenti del film, non riesco a non vederlo come semi impossibile. Penso che ci sarebbero stati altri modi di mostrare che Oskar non sarà mai solo e che nonostante il padre sia morto sarà sempre con lui.

Mi fa piacere che l’inquilino sia tornato grazie a Oskar, che forse abbia fatto pace con se stesso e abbia cominciato a superare lo shock, o che Abby e il marito siano di nuovo sposati, ma ho sempre l’impressione che questo particolare qui sia troppo da favoletta.

Una cosa che mi domando guardando Oskar, ma che esula da questo film e coinvolge la cinematografia di massa è una certa tendenza che ho notato quando si devono rappresentare personaggi con l’Asperger. Nel senso che, nella mia ignoranza, ho notato che al cinema c’è una certa fissità di ruoli per i personaggi così. Sembra che ad avere l’Asperger siano solo ragazzini maschi di età non superiore ai quindici anni, cissessuali, eterosessuali, magri, bianchi e con una certa propensione per l’esplorazione e il risolvere dei misteri, e l’unica variante che riesco a trovare è quella in cui il protagonista con l’Asperger è un adulto un po’ infantile, timido, impacciato e che suscita tenerezza per il suo candore. Va bene che secondo le statistiche ci sono più uomini che donne ad avere la sindrome di Asperger, ma non è che le donne e le ragazze non esistano, no? E le persone demisessuali o asessuali? Quelle che non sono WASP? E come se non bastasse, mai una volta che vedessi un personaggio così che sia nella comunità LGBT. Non voglio sminuire di una virgola il ritratto che Oskar dà dell’Asperger dato che tante persone che ce l’hanno realmente ci si sono identificate, né il suo essere un buon personaggio, e come se non bastasse so che Jonathan Safran Foer non aveva neppure pensato a renderlo autistico nel libro, ma quello che intendo io è che, per lo meno nel cinema di massa, i personaggi che ce l’hanno sono solo così. Come se non esistesse altro. E il mondo è pieno di persone con la sindrome di Asperger che sono individui unici e irripetibili, e che non possono essere ricondotte a nessun modello. Forse sono io che sono interessata a creare personaggi originali, ma mi sembra una carenza di originalità nel cinema che andrebbe colmata.

Tra gli altri pregi di questo film penso che abbia avuto il merito di connettere mentalmente tante persone diverse tra di loro. Esattamente come Oskar ha imparato a trovare una vicinanza con sua mamma, suo nonno, Abby, il marito di Abby e chiunque ha incontrato e a cui ha scritto.

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4 pensieri su “Recensione | Film | Molto forte, incredibilmente vicino

    • Buono a sapersi, significa che è un po' meno irrealistico.. comunque sono molto curiosa di leggere il libro, ma ho così tante cose che vorrei leggere che devo assolutamente trovare il tempo!

      • Come libro merita… Se ti è piaciuta l'idea generale del film (e non la sua realizzazione), puoi anche farci un pensiero…

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