Sui dialoghi

“Cazzo, cazzo, cazzo, cazzo, cazzo, cazzo, cazzo…”
“Cosa c’è adesso, Io?”
“Cosa vuoi che ci sia? Devo scrivere un post su una delle cose più controverse del mondo!”
“Il fascino di Belen Rodriguez o l’utilità del T9?”
“No: i dialoghi!”
“E dire ‘cazzo’ a manetta ti aiuterà a scriverlo? È una formula scaramantica di cui non sono al corrente?”
“Non lo so cosa sia, ma so che non posso reggere queste battute in stile Me quando ho da lavorare, chiaro?”
“Che cazzo…”
“Siediti qui e aiutami, ché l’unione fa la forza!”
“Oppure ti renderà impossibile lavorare causa opinioni contrastanti, ci hai mai pensato?”
“CAZZO!”


Ho già usato i personaggi di Io e Me quando ho dovuto presentarmi sul blog, e in quel caso spero che abbiate capito quanto basta della sottoscritta per continuare a seguirla. Stavolta li ho ripresi senza alcuna cornice narrativa, per dimostrarvi che i dialoghi sono efficacissimi per far emergere la personalità di qualcuno, a seconda delle circostanze anche più delle sue azioni.

Per riprendere l’esempio qui sopra, che idea vi fate di queste due parti di me?
Se ho giocato bene le mie carte, noterete che Io è ansiosa, con la brama di piacere ai lettori e di far andare tutti d’accordo, tenta di prendere in mano la situazione ma non ci riesce appieno e questo la agita ancora di più. A lei si addicono i Tropes Low Self-Esteem (che adesso è stato cancellato da TvTropes, uff), Lady Swears A Lot e I Just Want To Have Friends. Per contro, Me è solitaria, non si lascia turbare da nulla, è ironica e disincantata e non fa nessuno sforzo per andare incontro all’altra. A lei si applicano i Tropes Deadpan Snarker, A Darker Me e The Stoic. Probabilmente vi siete fatti un’idea perfino del loro linguaggio del corpo: Io ve la potreste immaginare che gesticola assai, headdeska in continuazione e va avanti e indietro accanto alla scrivania, mentre Me la osserva a distanza con un sorrisetto di scherno, la patpatta sulla testa e quando si siede alla scrivania (o sulla scrivania) non fa una piega.

Da dove iniziare per parlare dell'argomento dialoghi in generale? IMHO è sempre meglio partire dalle basi per correggere la tecnica scadente, perciò ecco qualcosa che quasi tutti credono di conoscere ma si rivelano ignoranti non appena mettono mano alla penna o alla tastiera:

Punteggiatura

Non è una stronzata: il modo in cui usate la punteggiatura può fare la differenza tra un lettore che vi prende sul serio e segue la vostra storia con più o meno partecipazione e un lettore che chiude il libro o l’ebook con aria schifata e vi considera degli analfabeti che gli fanno solo perdere tempo. Sicuramente potete stravolgere le regole per ragioni stilistiche (lo faccio anch’io), ma prima di tutto dovete sapere quali siano queste regole. Citando Gamberetta, “Se io vado a ottanta all’ora senza sapere quale sia il limite di velocità sulla mia strada potrei essere il ribelle che infrange le regole o il fesso superato da tutti”.

First of all, in italiano esistono tre modi per aprire e chiudere una battuta (e una volta che avete scelto il vostro preferito ATTENETEVI A QUELLO in tutto il romanzo):

–         Virgolette uncinate, ossia «…». Sono diventate le più comuni negli ultimi anni, e un esempio di libro che ne contiene è “Il Seggio Vacante” di J. K. Rowling (Editore Salani).
–         Trattino lungo, ossia — … . Il trattino lungo è mediamente comune, forse solo un po’ old-fashioned, e un esempio di libro che ne contiene è “Il Giornalino di Gian Burrasca” di Vamba (Editore Giunti junior).
–         Virgolette alte, ossia “…”. Sono abbastanza rare e possono essere usate anche per esprimere dei pensieri quando per riportare i dialoghi si usano le virgolette uncinate o il trattino lungo. Un esempio di libro che ne contiene non per i pensieri ma per i dialoghi stessi è “Carrie” di Stephen King (Editore Bompiani).

Nella letteratura inglese a volte potete trovare le virgolette singole a inizio e fine battuta, ossia ‘…’, come nel caso della serie di Harry Potter pubblicata da Bloomsbury. In italiano, invece, le virgolette singole sono usate in larga parte per riportare dialoghi all’interno di dialoghi.

Esempio pratico:

“Sai cosa mi ha detto mia figlia quando le ho chiesto di pulire la stanza? ‘Mamma, sei una scassapluffe!’” La donna scosse la testa con aria afflitta. 

Altrettanto spesso si usa il corsivo al posto delle virgolette singole per riportare dialoghi all’interno di dialoghi (“Sai cosa mi ha detto mia figlia quando le ho chiesto di pulire la stanza? Mamma, sei una scassapluffe!”).

Per esprimere i pensieri si possono usare, as I said above, sia le virgolette alte quando per i dialoghi si usano il trattino lungo o le virgolette uncinate (— Costa 12,90 euro. “Cazzo, non ce la faccio per cinquanta centesimi!”), sia il corsivo (“Costa 12,90 euro.” Cazzo, non ce la faccio per cinquanta centesimi!).

Qualche altra regola:

–         Dopo il trattino lungo ci vuole uno spazio, dopo le virgolette alte o uncinate no. Ma questo se siamo in apertura di battuta, se siamo in chiusura ci vuole dopo tutti e tre i casi.
–         Se dopo una battuta introdotta dal trattino lungo c’è un dialogue tag (“lui/lei disse”) ci vuole un altro trattino per chiuderla.
–         Potete scegliere se mettere il punto o la virgola fuori o dentro le virgolette/il trattino.
–         Quando c’è un punto interrogativo o esclamativo solitamente si evitano le virgole e si evitano DEL TUTTO i punti dopo.
–         Quando c’è una virgola non dovete staccarla dalla parola precedente, ma dovete mettere uno spazio per la parola successiva.
–         Idem quando avete un punto esclamativo o interrogativo.
–         Nell’italiano moderno (ergo non quello manzoniano) dopo un punto esclamativo o interrogativo va la maiuscola, a meno che non si chiudano le virgolette o il trattino per inserire un dialogue tag.
–         Basta un solo punto esclamativo o interrogativo, e il punto interrogativo seguito da uno esclamativo o viceversa (ergo “Cosa?!” o “Cosa!?”) vanno usati in casi eccezionali, per esprimere un enorme stupore. Nel caso in cui lo stupore fosse proprio gigantesco, se lo ritenete opportuno, potete scegliere di allungare anche la parola (“Coooooooosa?!” o “Coooooooosa!?”). Tenete comunque in conto che già quest’ultima regola è più discutibile e rientra nel campo delle licenze poetiche.
–         Bastano tre puntini di sospensione (“Non lo so…”) e non settecento (“Non lo so………………………………………………………………”). Se ne mettete tanti per allungare la pausa non la fate sembrare più lunga, siete solo sgrammaticati.
–         Inoltre, MAI abusare dei puntini di sospensione. Siete sicuri che i personaggi esitino così tanto? Può capitare che siamo noi a non sapere quali parole mettere loro in bocca, e nell’attesa di capirlo infarciamo i dialoghi di puntini di sospensione; ma questo non va bene, è dovuto a una nostra insicurezza, esattamente come quando non sappiamo da dove partire per raccontare una storia e scriviamo frasi a casaccio. I dialoghi meritano la stessa cura della storia nel complesso. 
–         Siccome i puntini di sospensione esprimono dubbio, non potete metterci un’esclamazione dopo (ergo non potete scrivere “Ecco qua…………………!!!!!!!!!!!!!”), e idem per un interrogativo (“Ecco qua………………………….?????????????????”). Mi viene in mente un’unica eccezione possibile col punto esclamativo: quando il personaggio comincia la parola in tono monocorde e la finisce mozzandosi il fiato perché ha avuto un’intuizione geniale (è il caso di Alessandro in “Non credere alla finzione” con il suo “Sperimentato…!”). Per quanto riguarda il punto interrogativo, se il pg fa una domanda colto alla sprovvista e dubbioso delle sue stesse parole potete mettercelo dopo i puntini di sospensione (“E questo sarebbe meglio perché…?”). Tenete presente che molti potrebbero dirvi che non è vero e anche questa è da annoverare tra le cose al limite massimo del consentito, una licenza poetica insomma.

Quindi questi sono modi corretti di scrivere:

“Grazie, signore.”
«Grazie, signore.»
— Grazie, signore.
“Grazie, signore”.
«Grazie, signore».
“Grazie, signore…”
«Grazie, signore…»
— Grazie, signore… 
“Grazie, signore!”
«Grazie, signore!»
— Grazie, signore!
“Grazie, signore…” disse Claudia.
«Grazie, signore…» disse Claudia.
— Grazie, signore… — disse Claudia.
“Grazie, signore”, disse Claudia.
«Grazie, signore», disse Claudia.
— Grazie, signore —, disse Claudia.
“Grazie, signore,” disse Claudia.
«Grazie, signore,» disse Claudia.
— Grazie, signore, — disse Claudia.
“Grazie, signore!” disse Claudia.
«Grazie, signore!» disse Claudia.
— Grazie, signore! — disse Claudia.

E questi sono sbagliati:

“Grazie, signore !” disse Claudia.
« Grazie , signore», disse Claudia.
—Grazie, signore”.
— Grazie, signore! —, disse Claudia.
“Grazie, signore…………….!!!!!!!!!!!!” disse Claudia.
“ Grazie ,signore ! ”disse Claudia.
«Grazie, signore!.»
« Grazie, signore! ».

Una cosa da sottolineare è che il punto e la virgola introducono due tipi di pausa quando si legge. Una pausa per un punto è più lunga di una pausa per una virgola (sebbene non ai livelli dei puntini di sospensione: quelli non li batte nessuno). Ecco perché come licenza poetica molti autori rendono una frase secca e perentoria a suon di punti:

“Filate. Subito. Ad. Asciugarvi.” Ringhiò zio Moreno ai suoi nipoti, zuppi per aver giocato a saltare nelle pozzanghere con il temporale ancora in corso.  

Ed ecco perché le virgole, che se sono parecchie danno un ritmo farraginoso al dialogo, sono adatte per i flussi di coscienza:

“Ma io, io cosa potevo fare, non conoscevo il nemico, le istituzioni, conoscevo a malapena il nome della mia Patria e del mio re, e allora mi hanno messo sul fronte, sì, proprio da povero disgraziato quale sono, e sapete cosa ho dovuto fare, l’avete visto tutti, una carneficina orrenda, orrenda, orrenda come l’odio che mi perseguiterà fino alla morte, oh sì!”

Questo a meno che l’autrice o l’autore non decidano direttamente di mandare a puttane la punteggiatura per ottenere un ritmo ancora più spedito:

“Mamma ti prego aiutami con i compiti sennò non posso uscire con Marta sai quanto ci tengo oh ti prego lei è la donna della mia vita non ce la faccio è un’opportunità d’oro ma sai quanto è bastardo il prof Dell’Orto è praticamente impossibile ti prego ti prego ti prego ti scongiuro mi rifarò il letto per un mese AIUTAMI E BASTA!”

Ed è anche il motivo per cui a volte le virgole sono deleterie:

“Vedi, Fabrizio, la legge della omogeneità del fenotipo, altrimenti definita legge della dominanza, prevede che incrociando due individui puri con un unico carattere diverso si ottengano nella prima generazione individui con caratteri omogenei tra di loro, e questo penso che tu l’abbia capito molto bene, invece nella seconda generazione un carattere che prima sembrava scomparso ricompare, quel carattere si chiama recessivo, così come il carattere omogeneo della prima generazione è dominante, un esempio di carattere recessivo sono gli occhi azzurri contrapposti ai dominanti occhi marroni” spiegò la professoressa.

Ce la vedete una professoressa media, che deve suonare autorevole, convincente, una che tenta di farsi seguire usando la calma e scandendo le parole parlare con così poche pause lunghe?

“Vedi, Fabrizio, la legge della omogeneità del fenotipo, altrimenti definita legge della dominanza, prevede che incrociando due individui puri con un unico carattere diverso si ottengano nella prima generazione individui con caratteri omogenei tra di loro; e questo penso che tu l’abbia capito molto bene. Invece nella seconda generazione un carattere che prima sembrava scomparso ricompare: quel carattere si chiama recessivo, così come il carattere omogeneo della prima generazione è dominante. Un esempio di carattere recessivo sono gli occhi azzurri contrapposti ai dominanti occhi marroni” spiegò la professoressa.

Ora ci siamo.

Un paio di note conclusive per questo pezzo:

–         Non è che non possiate creare il personaggio di una professoressa che vada avanti per secoli come una macchinetta, ma in quel caso la punteggiatura si dovrebbe piegare per il vostro personaggio. Di norma il caso descritto sopra come deleterio è deleterio perché chi legge dovrà riprendere fiato molto presto e si perderà.
–         I due punti e il punto e virgola vanno letti come una pausa lunga alla stregua di un punto, ma sono meno definitivi del punto e dopo non ci vuole la maiuscola.

Bisogna avere delle motivazioni serie per stravolgere questo tipo di forma, altrimenti chi legge sarà sbalzato fuori dalla storia. Immaginate di guardare un film in cui le inquadrature siano incorniciate da cuoricini in movimento che cambiano in stelline in movimento che cambiano in teschi in movimento che cambiano in uccellini in movimento che cambiano in qualcos’altro di tanti colori diversi senza nessuna buona ragione (tipo se stiamo guardando un videoclip o un sogno a occhi aperti): prestereste più attenzione alla cornice o a quello che succede sullo schermo, anche se quello che succede sullo schermo fosse del tutto plausibile? Pure questo è violare uno schema visivo considerato la norma, è intrusivo e fastidioso.

Chi è che viola queste regole in maniera intelligente?

  1. José Saramago, che pur sapendo che si usano le virgolette o i trattini per aprire e chiudere una battuta non usa niente del genere. I suoi dialoghi sono indistinguibili dalla narrazione a parte per la maiuscola che introduce una battuta nuova, e Saramago non usa neppure i punti interrogativi o esclamativi. Non lo fa “xkè ji gira così!!!!!!!!111111111111”, naturalmente; ha spiegato che questo modo di scrivere gli sembra più realistico, in quanto IRL nessuno piomba dall’alto per aggiungere trattini e virgolette ogni qualvolta che qualcuno apre bocca. Se questa scelta sia funzionale o deleteria per i suoi romanzi spetta a chi legge stabilirlo.
  2. Stephen King, che quando deve scrivere i pensieri usa sì il corsivo, ma senza le maiuscole, in parentesi e quasi sempre senza punteggiatura. Può capitare che le parentesi con i pensieri interrompano una stessa battuta normale di un suo personaggio. Anche lui ha una motivazione: i pensieri sono questione di frazioni di secondi, possono sfiorarci la mente mentre stiamo parlando e di rado sono coerenti, dunque un flusso ininterrotto del genere gli sembra più naturale. Again, se la cosa funzioni o no dipende dal vostro giudizio. 

Altri esempi a portata di mano non ne ho, ma potete giurarci che ci siano.

Adesso facciamo la prova del nove. Scriverò lo stesso dialogo due volte, la prima in maniera più o meno raffazzonata e la seconda in maniera corretta:

“Aspetta…….” protestò Carlo ,agguantandole la maglietta. “Stai zitto !!” Katia si liberò con uno strattone gli occhi pieni di lacrime di rabbia e impotenza. “Hai fame anche tu no !!??!?”inveì. “Guarda mi.. mi dispiace di essere arrivata a tanto , mi dispiace che tu labbia scoperto così ma non cè proprio più niente da fare.
“ Ma tu sei una persona onesta!! Io lo sò!…….”
“Credi che l ’ onestà conti qualcosa quando nessuno vuole darti un lavoro perchè hai sedici anni e uno stracazzo di diploma di terza media con su scritto Sufficiente ???” volle sapere la sorella. Respirava tra i denti , lo sguardo sulla buca delle lettere (avrebbe potuto anche essere chiusa,   tanto loro due non ricevevano mai posta e di certo non quella che avrebbero voluto ricevere..) che si appannava secondo dopo secondo.
‘Mamma ci ha abbandonati per scappare con un coglione in Florida………la nonna è morta………..siamo praticamente due minorenni emancipati.che scelta ho, Carlo ? che scelta abbiamo ? eh eh?” la voce si ruppe e la ragazza crollò a terra ,la testa tra le mani e gli stivali neri lunghi fino alle cosce che riflettevano in mille piegoline di plastica l ’unica lampadina a 20 watts dell’   ingresso stretto e lungo. Mentre tremava e si dondolava avanti e indietro gracchiando parole sconnesse –il suo fratellino lì impalato di fronte a lei a scuotere la testa–la gonna color sangue si sollevò rivelando l’inguine nero. 

 

“Aspetta…” protestò Carlo, agguantandole la maglietta.
“Stai zitto!” Katia si liberò con uno strattone, gli occhi pieni di lacrime di rabbia e impotenza.
“Hai fame anche tu, no?” inveì. “Guarda, mi… mi dispiace di essere arrivata a tanto, mi dispiace che tu l’abbia scoperto così, ma non c’è proprio più niente da fare.”
“Ma tu sei una persona onesta! Io lo so!”
“Credi che l’onestà conti qualcosa quando nessuno vuole darti un lavoro perché hai sedici anni e uno stracazzo di diploma di terza media con su scritto ‘sufficiente’?” volle sapere la sorella. Respirava tra i denti, lo sguardo sulla buca delle lettere – avrebbe potuto anche essere chiusa, tanto loro due non ricevevano mai posta, e di certo non quella che avrebbero voluto ricevere – che si appannava secondo dopo secondo.
“Mamma ci ha abbandonati per scappare con un coglione in Florida. La nonna è morta. Siamo praticamente due minorenni emancipati. Che scelta ho, Carlo? Che scelta abbiamo, eh? Eh?!” la voce si ruppe e la ragazza crollò a terra, la testa tra le mani e gli stivali neri lunghi fino alle cosce che riflettevano in mille piegoline di plastica l’unica lampadina a 20 watts dell’ingresso stretto e lungo. Mentre tremava e si dondolava avanti e indietro gracchiando parole sconnesse – il suo fratellino lì impalato di fronte a lei a scuotere la testa – la gonna color sangue si sollevò rivelando l’inguine nero.

Ditemelo sinceramente: quale vi sembra più professionale?

Dialogue tags

Un discorso a parte lo meritano loro. I dialogue tags sono quelle frasette che accompagnano i dialoghi, tipo “disse lei con un sorriso” o “Johannes mormorò contrito”. Il loro scopo è identificare chi parla e darci indicazioni su come stia pronunciando una battuta. E’ chiaro che a seconda di come li usate fanno un’impressione diversa.

Quando volete dare MOLTA enfasi alla battuta (magari perché è un discorso lungo e importante –si veda il caso di Angela che si fa valere con Giuseppe in “Non credere alla finzione”) scriveteli prima della battuta e poi andate accapo

James fissò la statuetta d’oro che aveva tra le mani, sorrise ancora e spostò lo sguardo sul suo pubblico con gli occhi che gli brillavano. Disse con voce stentorea:
“Sono molto fiero di—di questo enorme—be’, non è un risultato da poco, devo ammetterlo. Insomma… grazie a tutti, veramente. La… la prima persona a cui devo tutto questo è Lisa Paxton, la mia sempre attenta, sempre metodica, sempre paziente regista. L’unica persona che conosca caratterizzata dalla parola ‘sempre’, pensate un po’! Quindi… grazie, Lisa, senza di te non avrei vinto questo Oscar neppure per sbaglio. E poi ovviamente c’è la Fox Searchlight Pictures, che mi ha aiutato quando […]”

Quando la frase è normale, invece, scrivetela alla fine della battuta, e qui non c’è bisogno che andiate accapo.

“Grazie, Lisa, ti devo tutto”, disse James con voce stentorea.

Tuttavia, se avete più personaggi nella stessa scena –come certamente sarà –e la battuta è lunga non va bene mettere il dialogue tag alla fine di una frase, perché fino alla fine chi legge non saprà chi stia parlando. Il terzo metodo di usarlo è di inframmezzare la battuta con un dialogue tag:

“Grazie, Lisa”, disse James con voce stentorea. “Senza di te non avrei vinto questo Oscar neppure per sbaglio. E poi ovviamente c’è la Fox Searchlight Pictures, che mi ha aiutato quando […]”

Se invece il soggetto della frase è sottointeso, potete evitare di inserire il dialogue tag del tutto.

James spostò lo sguardo sul pubblico con gli occhi che gli brillavano. “Sono molto fiero di—di questo enorme—be’, non è un risultato da poco, devo ammetterlo.”

This said, evitate le ambiguità.

James spostò lo sguardo sul pubblico con gli occhi che gli brillavano. Suo padre gli sorrise di rimando, intanto che cessava di applaudire in quarta fila. “Sono molto fiero di—di questo enorme—be’, non è un risultato da poco, devo ammetterlo.”

Se non sapeste che è stato James a vincere l’Oscar (pardon, l’Academy Award, che fa più fAIgo), potreste avere dei dubbi su chi sia stato a parlare, almeno finché non avrete letto il resto del discorso. E prima di allora sarete già stati sbalzati fuori dalla storia. In questo caso va benissimo il terzo metodo, ergo:

James spostò lo sguardo sul pubblico. Suo padre gli sorrise di rimando, intanto che cessava di applaudire in quarta fila.
“Sono molto fiero di—di questo enorme—be’, non è un risultato da poco, devo ammetterlo”, disse James con voce stentorea. “Insomma… grazie a tutti, veramente. La… la prima persona a cui devo tutto questo è Lisa Paxton […]”.

Moreover: perché sono andata accapo? Perché subito prima ho parlato del padre di James. E’ buona norma scrivere una nuova riga quando questo succede, o quando c’è un nuovo personaggio a prendere la parola, come qui:

“Angela, se dovessimo scrivere un libro sarebbe importante documentarsi, ma finché si tratta di sperimentare tra di noi non fa nulla!” Alessandro agitò una mano.
“Hai ragione, hai ragione. Pronto?”

Nota in calce:

Anche se avete scelto il primo modo di usare il dialogue tag (molta enfasi sulla battuta andando accapo), ricordatevi che trovarsi di fronte a dei muri di testo scoraggia i lettori. Quindi se il discorso del personaggio è lungo spezzettatelo usando pure il terzo metodo (il dialogue tag che inframmezza una battuta). Bonus points se inserite delle azioni (di chi parla o di altri personaggi) nel frattempo.

Per quanto riguarda le imprecisioni tecniche, niente di *meglio* di perle del genere:

“Passami il sale”, disse Gianluca bevendo un sorso d’acqua.

Sul serio voi riuscite a parlare mentre bevete? xD Per quanto io possa darvi fiducia in qualità di esseri umani mi sembra molto, molto improbabile, e penso invece che parliate prima o dopo l’azione di bere. Quindi modi corretti di scrivere la stessa cosa sono questi due:

Gianluca bevve un sorso d’acqua. “Passami il sale.”

“Passami il sale”, disse Gianluca, poi bevve un sorso d’acqua.

E attenzione ai dannati gerundi, ai dannati avverbi e ai dannati aggettivi.

… Mannaggia, avrei dovuto togliere tutti questi “dannati”! D: Che io sia dannata (ma anche no)!

Altre cose che dovete evitare nei dialoghi sono l’infodump e il suo parente più stretto, l’As You Know, Bob –per ulteriori dettagli si vedano i link utili o la FAQ di questo blog.

Invece, prima di addentrarci in quella che considero la parte più interessante di questo articolo, devo parlarvi di un’altra nozione tecnica su cui però non sono d’accordo al 100%.

Molti autori sostengono che per rendere il più scorrevole possibile la lettura dovete scrivere sempre “lui/lei disse”, anche quando il personaggio sta urlando o sussurrando o qualsiasi altra cosa vi venga in mente. Le motivazioni date per questo sono che:

–         “Lui/lei disse” è più preciso e concreto.
–         “Lui/lei disse” non esprime alcun giudizio.
–         “Lui/lei disse” è più mostrato.

E già sulla prima ci sarebbe da discutere. Il verbo “dire” è l’esatto OPPOSTO della precisione, è un termine vago e impreciso applicabile a qualsiasi battuta possibile e immaginabile, da questa

“TOGLITI DALLE PALLE, MALEDETTO FIGLIO DI PUTTANA!” disse Federico.

a questa

“Las-sciami in p-pace, b-brutto mostro…” disse Luisa.

Sulla seconda… Gamberetta è una di quelli che difendono a spada tratta questo concetto. Per quanto mi riguarda, invece, non c’è niente di scandaloso nel far esprimere all’autore un giudizio, specie se è un giudizio minuscolo come “domandò Clara”. After all, non siamo tutti degli Alessandro Manzoni, che è davvero così moralista da risultare Anvilicious.

E sulla terza, non riuscirò mai a venirne a capo, mi sa. Come può essere più mostrato questo

“TOGLITI DALLE PALLE, MALEDETTO FIGLIO DI PUTTANA!” disse Federico.

di questo?

“TOGLITI DALLE PALLE, MALEDETTO FIGLIO DI PUTTANA!” urlò Federico con quanto fiato aveva in gola.

Nel secondo caso a me sembrano mostrati entrambi, sia il dialogo sia il dialogue tag, mentre nel primo caso è mostrato il dialogo e raccontato il dialogue tag.

Una delle ragioni che sento più spesso per avvalorare questa tesi è che se il dialogue tag non contiene un “disse” l’autore o l’autrice si adagiano e non mostrano il dialogo affidandosi solo al verbo scelto al posto di “disse”, come in questo esempio:

“Vai via” urlò Federico con quanto fiato aveva in gola.

E come si suol dire: Your Mileage May Vary. *Si prepara alla fucilazione*

Sono d’accordo che una persona che sappia scrivere non debba usare tutti i sinomini più balordi di “dire” tanto da scadere nel Said Bookism (“arzigogolò”, “enunciò”, “delucidò”, “posticipò”, “principiò”), ma ce ne sono altri di molto più comuni (“chiese”, “domandò”, “volle sapere”, “sussurrò”, “urlò”, “abbaiò”, “ululò”, “ringhiò”, “balbettò”, “borbottò”, “mugugnò”, “mormorò”) che a me personalmente non danno alcun fastidio quando leggo. Anzi: mi dà più fastidio leggere tremila “disse, disse, disse” senza nessuna variazione, perché mi sa di sciatteria. È possibile che questa sia solo la mia visione italiana delle cose, dato che in Italia i sinonimi di “dire” non sono odiati come all’estero e c’è più tolleranza, ma di sicuro è la mia opinione – se volete saperne delle altre basta che leggiate l’ultimissimo paragrafo di questo articolo.

E per completare la mia opinione, credo che si diano per scontate troppe cose su quelli che non usano esclusivamente “disse” nei dialogue tags, tra cui che abusino di sinonimi, che non mostrino il tono nella battuta ma si limitino a raccontarla per pigrizia e che sostituiscano per forza “dire” con parole rarissime e astruse.

Il mio consiglio a voi? Finché non scadete nel Said Bookism e non evitate a priori “disse”, fate come volete. 

Caratterizzare i personaggi

Ecco lo scopo numero uno dei dialoghi, a pari merito con il far procedere la trama rivelando informazioni essenziali su di essa. Se non state scrivendo il racconto a quattro mani e non soffrite di personalità multiple – potrebbe essere, non siamo tutti uguali… – dovreste avere una sola voce. È naturale. Ciascuno di noi si esprime in maniera differente, a seconda del suo background culturale, della sua ideologia di vita, del livello di educazione che possiede, dei suoi modelli da imitare. This said, i personaggi devono avere ognuno la propria voce, proprio perché non siamo tutti uguali neppure noi umani in carne e ossa.

Il che significa che dovete studiare a fondo la personalità delle vostre creature prendendo spunto da altri autori, o meglio ancora dalla vita reale. Ci sono persone che sono portate ad individuare cadenze, tic, difetti di pronuncia, inflessioni dialettali e così via, e altre che hanno bisogno di affinare l’orecchio se non vogliono scrivere tutti i loro dialoghi col discorso indiretto.

Nota in calce:

Quasi sempre il discorso diretto è preferibile a quello indiretto, perché più mostrato. Il discorso indiretto sa di intervento dell’autore che ci ha fatto la cortesia di riassumerci cosa si siano detti i personaggi invece di lasciar trarre a noi le nostre conclusioni tramite l’osservazione diretta. Il contrario è una scelta più coraggiosa e più professionale in quanto significa mettersi in gioco, dare particolari concreti che impediranno di poter forzare l’interpretazione dei lettori (se si dice che Tizio ha usato un tono supponente i lettori devono crederci sulla parola, mostrare un tono supponente può essere molto più difficile e non sempre ci si riesce per tutti).

Non che non si possa essere degli eccellenti autori anche senza usare il discorso diretto (Andrea De Carlo in “Due di due” usa pochissimo discorso diretto e il libro è fantastico lo stesso), ma anche questa scelta ha i suoi risvolti negativi, e dovete avere delle ragioni serie per seguirla.

Appurato che il discorso diretto sia preferibile, quali sono le eccezioni in cui il discorso indiretto è preferibile?

  1. Quando volete nascondere determinate informazioni al lettore. Questa tecnica non è di per sé sbagliata, ma a volte si può sventare mostrando lo stesso i dialoghi e facendo in modo che solo i personaggi sappiano di cosa stiano parlando. Ad esempio in “Non credere alla finzione”, nel capitolo “Il patto”, Edoardo, Pietro e Gerardo parlano normalmente, ma i lettori non sanno quale sia il loro piano per distruggere Angela, anche se qualcuno che abbia seguito la storia fino ad allora può immaginarlo.
  2. Quando il discorso diretto sarebbe ridondante, come nel caso di una maestra o un maestro che fanno l’appello –grazie a Gamberi Fantasy per l’esempio. A quel punto tanto vale scrivere “l’insegnante finì l’appello” anziché inventarsi trenta cognomi con “Presente” o “Assente”.
  3. Quando state scrivendo una finta biografia dal POV di un* protagonista anzian*, e per un eccesso di realismo volete che non si ricordi le parole esatte dette in una circostanza ma il senso della frase.

Vi ricordate i miei consigli generali sulla scrittura? Lì ho raccomandato di farvi una scheda dei pg con aspetto, personalità, background e informazioni aggiuntive che adesso vi tornerebbe utile.

Facciamo la prova del nove di nuovo. Adesso ideerò tre personaggi diversi che diranno tutti la stessa cosa, ma a modo loro.

Michelangelo Garvasi Malvoglio
Ragazzo di venticinque anni proveniente da una famiglia aristocratica, è cresciuto tra servitori e camerieri – i suoi migliori amici a conti fatti –perché i suoi genitori erano troppo occupati a litigare come iene con vari parenti riguardo l’amministrazione dei terreni che avevano in eredità. Homeschooled Kid e Tsundere, gli è stato sempre imposto di non frequentare i bambini della scuola di suore con cui confinava il giardino della loro proprietà, perché i genitori li consideravano feccia. Michelangelo per quei bambini provava una repulsione mista a curiosità e depressione, dato che potevano fare molte cose a lui precluse, proprio come ha finito per provarne per la gente in generale, e quando i genitori muoiono lasciandolo solo a doversi prendere cura di tutto nonché di sé stesso va al bar per la prima volta da solo e scambia quattro chiacchiere con il barista.

Mashael Abdul Rahman
Gagliarda ventinovenne di origini tunisine, è venuta in Italia per studiare economia, un po’ perché era quello che il padre (morto quando aveva 12 anni e al quale era molto legata) volesse, un po’ perché era intenzionata a cambiare aria e non sopportava più le continue pressioni di sua madre sull’evitare la specialistica per sposarsi. Una volta arrivata in Italia, però, ha fatto amicizia con dei ragazzi della sua università che curavano una rivista (“Studiando viaggiando”) dedicata ai viaggi e agli incontri tra le culture, e ci si è fiondata dando un enorme contributo perché la rivista crescesse –il che le ha fatto perdere un po’ di vista l’economia e la porta a dei ripassoni dell’ultima ora. È arrivata nella gelateria del paesino di Michelangelo per una pausa vacanza durante la quale raccogliere idee per “Studiando viaggiando”, ed eventualmente studiare. Di carattere è curiosa, socievole e spigliata, anche se da piccola ha sofferto di Sindrome di Tourette del tipo più stereotipato (coprolalia) e ogni tanto questa cosa riaffiora, lasciandola spiazzata e vergognosa.

Jeannette Le Galle
Sessantenne della provincia di Bordeaux, è vissuta in una famiglia della piccola borghesia dalla quale è scappata il prima possibile, sposando un uomo che non amava davvero e che peraltro l’ha abbandonata per una più giovane dopo pochi anni di matrimonio. Non ha mai avuto figli né provato un particolare attaccamento verso i bambini, cosa che l’ha penalizzata nelle relazioni umane perché quando era giovane (anni ’50-’60) era considerato ancora più innaturale di adesso per una donna. Passa il tempo leggendo, ricamando, guardando la televisione, parlando col suo cane e viaggiando grazie ai soldi che ha ereditato da una zia – in particolare in Italia, nel paesino di cui sopra, perché è uno dei pochi posti dove si sia sentita viva. Avendo imparato a parlare italiano grazie ai film doppiati in italiano degli anni Sessanta, e non sentendosi abbastanza “dentro al mondo” per accorgersi delle differenze, parla in maniera alquanto strana per i tempi moderni.  

La battuta detta da Michelangelo:
“Mi porti un gelato in coppa di vetro media al gusto di nocciola e stracciatella con cioccolato caldo a parte, lo verserò io sopra. E per favore, non ci aggiunga praline né cialde né biscottini né cianfrusaglie di alcun tipo, trovo che rovinino un gelato altrimenti eccellente. Oh beh, questo in linea teorica, s’intende, non m’è ancora capitato di assaggiare i vostri gelati artigianali e potrebbero benissimo lasciare a desiderare quanto quelli di un baretto di provincia qualsiasi. Nel qual caso sarò lieto di offrirvi i miei… suggerimenti per migliorare. Sempre ammesso che i miei servigi vi interessino, po-potreste rifiutarli e non ci sarebbe assolutamente nulla di negativo nella faccenda, ed io allora non farei altro che… prenderne atto e tirar dritto per la mia strada. La-la ringrazio. E aspetto.”

La battuta detta da Mashael:
“Mmmh, dunque, qui cosa c’è? Ah, anche lei ha il cioccolato caldo, meno male! Va bene, allora, se non le dispiace vorrei una coppa in vetro, magari una media, e un po’ di cioccolato caldo sopra. Ops… che rincoglionita – Oddio, mi scusi per la parola! – volevo dire, non le ho ancora specificato i gusti, lo faccio ora. Nocciola e stracciatella ce li ha? Perfetto, io quando vado da qualche parte faccio sempre la prova con la nocciola per capire se la gelateria è di qualità. Si consideri sotto esame, signore! Nah, scherzo, però col suo permesso vorrei inserire il locale nella mia rivista, è proprio carino. Le dispiace se le faccio qualche domanda su come l’ha aperto, come ha curato l’arredamento, queste cose qui? Grazie mille! Oh, no, non ci metta praline o cialde o biscotti, non ce n’è bisogno. Sa che sono una delle rarissime persone a cui queste cazzate fanno schifo? … Mi—mi scusi ancora! Okay, vado al tavolo a studiare.”

La battuta detta da Jeannette:
“Chiedo scusa, il gusto nella penultima vaschetta a sinistra è stracciatella? Molto bene, ho già preso la mia decisione. Vorrei una coppa media in vetro con nocciola e stracciatella, e spero che non le arrechi disturbo metterci sopra anche un bel po’ di cioccolato caldo. Oh… questo poi no. Nessuna di quelle… quisquilie nei barattoli in vetro sullo scaffale, non—non ricordo mai il nome. Quant’è che le devo? Ah… ha ragione, debbo pagarla quando esco. Allora può portarmi tutto al… al tavolo.”

 

I personaggi hanno fondamentalmente ordinato tutti e tre la stessa cosa al bar, ma ognuno ha approfondito la richiesta rivelandoci molto della sua natura profonda. Guardate Michelangelo, che è al mille per mille un pesce fuor d’acqua, e non sa se mostrarsi autorevole e dignitoso e scostante o gentile e desideroso di aiutare e di farsi nuovi amici. A tratti prevale il suo essere snob e altezzoso, a tratti la sua timidezza e il suo impaccio. E alla fine ha detto “La-la ringrazio. E aspetto”. Cos’è che sta aspettando veramente, il gelato o i voti del cameriere per come si è comportato?
Altre cose che si possono evincere di lui è che abbia avuto poco contatto diretto con la gente –almeno quella che non è pagata per ubbidirgli –che soffra di bassa autostima mascherata da superbia e che non sappia quasi nulla dell’Italia moderna, cosa che si esprime nel suo modo di parlare un po’ ricercato un po’ antiquato (“i miei servigi”, “s’intende”, “ed io allora”, l’uso corretto del futuro indicativo quando un italiano medio userebbe il presente).
E Mashael? Non vi sembra una persona dagli occhi “ridenti e fuggitivi”, con un tono di voce gentile e brillante e una ragazza molto, molto sincera? Gli unici momenti in cui scende un’ombra su di lei sono quelli in cui si lascia scappare delle parolacce, fatto sta che la seconda volta toglie addirittura le tende. Sembra che trabocchi di energia benefica, che non possa fare a meno di trasferirla su quelli che incontra, e di sicuro la sua cordialità verso il barista lascia trasparire un buon carattere, un animo interessato al mondo e una tendenza a mostrare sempre il lato migliore nelle interazioni umane –malgrado di quando in quando si chieda se non stia esagerando, se sia invadente: vi rimando ancora alla sua frase finale, “Okay, vado al tavolo a studiare”. A seconda delle interpretazioni, potreste anche credere che ricacci all’indietro il suo dolore come una Stepford Smiler.
Per quanto riguarda Jeannette, spero di non essere la sola che grida “Woobie” appena la legge parlare. E’ congelata nel tempo, non realizza quanto le cose siano cambiate negli approcci interpersonali, e si è addirittura dimenticata di dover mangiare il gelato dentro, assieme agli altri, perché ha ordinato una coppa in vetro e non un cono da portar via. Dà un’idea costante di lentezza, di tempi dilatati – cosa espressa in parte dai puntini di sospensione e in parte dal tono formale, pensoso, awkward con cui si è rivolta al barista. Senza dubbio le si applica anche il Trope Not So Stoic.

Qualche altro consiglio che vi posso dare per caratterizzare i personaggi:

–  Più volte usano la parola “io” più sembrano egocentrici e presuntuosi (“Signora, io non so proprio più cosa devo fare con Alessandra, la ragazzina è molto intelligente, ma non si applica. Sostiene di essere annoiata da tutto quello che studia, ma io, oh, io so benissimo che è svogliatezza tipica dell’adolescenza, anch’io illo tempore mi sono comportata in maniera simile. La differenza è che io, se adeguatamente stimolata, reagivo in maniera discreta, mentre Alessandra…”). Se è necessario che si espongano in prima persona potete tentare di evitargli questa fama facendogli dire “secondo me”, “per quanto mi riguarda”, “so per esperienza”, etc., oltre ovviamente al sottointendere “io” tranne che in occasioni particolari. In italiano grazie al cielo è possibile.

– Attenzione alla parola “cioè”. Se il vostro scopo è creare una truzzetta et similia va benissimo fargliene abusare, ma se invece voleste una ragazza che prova in ogni modo a rendersi più comprensibile rettificando e allungando il brodo, perché soffre di bassa autostima, il “cioè” è deleterio. Volenti o nolenti dobbiamo ammettere che in italiano l’abuso del “cioè” fa visualizzare un’oca prona agli strilletti eccitati, al buttare le braccia al collo di chiunque per finto affetto e al ridere per ogni cazzata. Quindi c’è differenza tra personaggio (“Cioè, vabbé, lo so che non devo dirgli che mi dà fastidio, ma cioè, se lo chiama proprio certe volte… cioè, mi spiego, io sono una ragazza tranquillissima, cioè, nel senso che mi puoi dire tutto quello che vuoi e mica mi incazzo, ti lovvo uguale, cioè, però se mi fai certe domande, cioè, come pensi che devo reagire? Cioèèèèèèè!”) e personaggio (“Vabbé, okay, lo so che potrei aver esagerato, ma sai com’è, insomma, a volte è impossibile persino per me non reagire come una… cioè, per farti capire, io penso di essere tranquilla come persona, capisci?, è raro che me la prenda per la minima cosa contro di me, insomma… tutto sommato sono pronta a passarci sopra. Ma, voglio dire, sai che… ehm… con domande del genere è un po’… sai…”).

– La questione delle parolacce è controversa. Indubbiamente quando si scrive non è il caso di fare i santarellini, perché chi più chi meno le diciamo tutti IRL. Si possono fare delle eccezioni per i libri destinati a dei bambini, sennò chi li sente i genitori e i pediatri e gli psicologi infantili e gli insegnanti e la polizia e l’esercito?, anche se ci metto la mano sul fuoco che alle loro spalle il 70% dei pargoli dicono “cazzo” e “merda” come chiunque altro – forse per farsi fighi con gli amici, forse quando sono arrabbiati o spaventati, forse perché vengono da famiglie rudi e spicce. Il punto è che ci sono parolacce più pesanti di altre, e parolacce che danno un’immagine diversa di chi le pronuncia rispetto ad altre. Ad esempio, se Michele inveisce contro Chiara usando spesso “puttana/troia/passera” al posto di “stronza/bastarda/merdosa” passerete il messaggio che sia alquanto sessista (la prima cosa che pensa quando deve insultare una donna è come quella donna si comporti a letto? Allora la vede come un oggetto sessuale, non come la persona a tutto tondo che è?), anche se non pronunciasse mai discorsi a sfavore delle donne. Se lo facesse Michela al posto di Michele il messaggio varierebbe di pochissimo, perché Michela passerebbe per una che soffre di sessismo interiorizzato (dare della zoccola alle appartenenti al suo stesso genere offende anche lei e perpetua un clima di odio verso le donne). La funzionalità di questa scelta dipende dallo scopo che vi siete prefissi quando avete deciso di creare un pg che “swears a lot” (forse è un* villain, forse è politicamente scorrett*, forse è audace ma ha dei princìpi che le/gli impediscono di usare determinati insulti, forse è irascibile, forse è misantrop* e non si cura delle convenzioni).

– Riallacciandoci al discorso di prima, se Kari oltre alle parolacce usa molti proverbi (espressione tipica della saggezza popolare), molti modi di dire e molte parole esortative (quindi se si esprime tipo così: “Oh, andate al diavolo, se Markos non si libera di quegli sbirri non riuscirà più a fare la differenza tra merda e oro, e allora tante care cose!”) la farete sembrare una ragazza schietta, alla mano e tosta, una che dice pane al pane e vino al vino. Naturalmente questo non garantisce che sia un pg positivo o che possa piacere ai lettori: è compito vostro darle un ruolo nella vicenda e tentare di renderla più o meno likable in base alla sua personalità.

– Chiamare qualcuno per nome può toccare molto. È il segno che si è entrati nel personale, che si riconosce alla persona nominata un’individualità, un’unicità assoluta. Nel cinema mi viene in mente Floriane di “Water Lilies”, che chiama per nome la protagonista solo tre volte (“Te lo giuro, Marie”, “Ti prego, Marie” e “Beh, vieni. Vieni, Marie”), la prima come riconoscimento della loro amicizia, la seconda perché ha bisogno di lei, la terza perché è una circostanza erotica –si stanno per baciare. Ciononostante, in fiction si tende ad esagerare e a far chiamare per nome i personaggi in continuazione, spesso perché si devono comunicare i nomi ai lettori. NON FATELO a meno che non ci sia un buon motivo (è una parodia, i personaggi sono all’interno di un gruppo e devono essere convocati singolarmente, è un momento eccezionale), e fregatevene se i vostri personaggi non vengono chiamati per nome prima del decimo capitolo. Ci sono altri modi per farlo scoprire (targhette sui vestiti, certificati di proprietà, diari segreti, in alcuni casi persino poster o calendari appesi al muro).

Qualcosa su di me e considerazioni finali

Ogni scrittore o aspirante scrittore ha le sue abilità, le sue carenze, il suo background e i suoi modi per far fronte ai problemi che lo scrivere dialoghi comporta. Vi parlo un po’ di me stessa non perché dobbiate seguire il mio esempio a prescindere, ma per darvi un’idea di come superare alcuni ostacoli che non ho ancora citato. Se le mie scelte siano appropriate per voi o in generale è compito vostro stabilirlo. 

Io per esempio ho seri problemi quando devo scrivere in dialetto, cosa dovuta al mio background. Sono vissuta in una famiglia in cui si parlava italiano standard tranne che in occasioni straordinarie (e.g. mio padre che inveiva contro i telegiornali), e questo, combinato col fatto che ho una pronuncia pulita, è il motivo per cui al di fuori della mia regione quasi nessuno arriva a capire che sono napoletana a meno che non glielo dica io per prima –e qui tralasciamo gli sbalordimenti collettivi perché, OMG!, non è possibile che una napoletana parli in maniera così corretta la lingua ufficiale della sua nazione! -.-‘’’ E’ anche il motivo per cui sono stata accusata di essere una merda che se la tira [cit.] da alcuni miei concittadini carenti nella dizione (tutti sanno che amare la propria lingua e volerla parlare nella maniera più perfetta possibile per patriottismo equivale a tirarsela, no?), cosa che mi ha portata ad un’avversione per il mio dialetto e per i dialetti in generale. Ancora oggi se devo parlare in napoletano non mi viene, mi sento ridicola e innaturale.

Di conseguenza, i miei protagonisti (for all matters and purposes, i pg su cui la storia si focalizza almeno al 75%) parlano bene in italiano, magari solo con un po’ di accento, o si concedono di infilare qua e là qualche parolina del loro dialetto, che mi vado opportunamente a studiare un minimo; oppure, come in “Non credere alla finzione”, risolvo la faccenda in maniera radicale facendo in modo che il narratore traduca in italiano standard tutti i dialoghi in origine svoltisi nella variante dell’italiano-regionale-misto-a-dialetto per raggiungere il pubblico più vasto possibile. Se in futuro per esigenze di trama avrò bisogno di qualcuno che parli in dialetto stretto non so come farò, ma è probabile che chieda aiuto a chi ne sa più di me per un’eventuale traduzione.

Immagino abbiate notato che utilizzo di default il corsivo per i pensieri e le virgolette alte per le battute. La prima ha una ragione che potrei definire di abitudine: è il metodo che ho trovato di più nei libri che ho letto, fatto sta che il mio primo impatto quando trovo altri metodi per indicare i pensieri è di smarrimento e fastidio, fosse solo per la prima frazione di secondo. La seconda è più che altro nostalgica: quando ho cominciato a pasticciare coi computer per scrivere storie (era il 1999 o il 2000) non avevo idea di come fare le virgolette uncinate, che, lo ricordo, sono diventate le più comuni in narrativa, così ripiegavo su quelle alte; a poco a poco mi ci sono affezionata, un po’ perché sono le più bistrattate un po’ perché mi ricordano dei momenti felici ^////////////^.
Non allungo quasi mai le parole per dare enfasi e se intendo rendere un tono particolarmente incredulo durante la ripetizione della battuta di qualcun altro la metto in corsivo (Citando Harry Potter: “Una ragazza deliziosa che ha commesso un errore? Ci ha traditi tutti, te inclusa!”). Le virgolette singole, per me, indicano di solito un altro tipo di incredulità, quella che non è stupefatta ma di scherno (“Oh, quindi secondo te questa mia ‘predilezione’ è innata?”). Uso il corsivo anche (ma solo nei miei romanzi, altrove le virgolette alte imperano) per citare i titoli di qualche opera, dai film ai fumetti alle canzoni.

Ora, dato che Io e Me stanno litigando su come chiudere questo articolo in bellezza, vi do i consigli su cui entrambe sono d’accordo e mi ritiro nell’angolino in attesa delle tre C:

1. Cominciate a studiare il modo di parlare delle persone che vi circondano per prendere una moderata ispirazione. Non parlo soltanto della vita di tutti i giorni, parlo anche di Internet (forum e blog e GDR in primis), dove le conversazioni sono un ibrido tra quelle dei romanzi e quelle che potreste avere col vicino di casa. Se ci pensate bene, in un romanzo i lettori non possono guardare i vostri personaggi in faccia, al massimo oltre ai dialoghi contano sulle descrizioni delle loro azioni, e quelle si possono scrivere anche su Internet, di frequente tra asterischi. Sapendo che i vostri lettori si trovano nella stessa condizione di un* utente che non può vedere altri utenti, e che l’unico modo per rendere i pg reali passa attraverso le parole che userete, allenatevi a più non posso ad esaminare, scandagliare, sperimentare.
2. Date un’occhiata alla FAQ per rispolverare l’“As You Know, Bob” e l’infodump.
3. Leggete “Sui personaggi” e “Sulla scrittura in generale” per il paragrafo dedicato al realismo noioso VS assurdità avvincente, e rapportatelo ai dialoghi.
4. Durante la prima stesura dei dialoghi cercate di essere spontanei, proprio come se steste scrivendo di una qualunque conversazione IRL. Questa è una cosa che suggerisce anche Gamberetta, e a proposito, per saperne ancora di più vi basta solo cliccare qui sotto.

Link utili:

– Sir Swears A Lot su TvTropes
 I Just Want To Have Friends su TvTropes
 Deadpan Snarker su TvTropes
– A Darker Me su TvTropes
 The Stoic su TvTropes
 As You Know Bob su TvTropes
– Infodump su TvTropes
– Said Bookism su TvTropes
– Anvilicious su TvTropes
 Homeschooled Kids su TvTropes
 Tsundere su TvTropes
 Stepford Smiler su TvTropes
 Woobie su TvTropes
 Not So Stoic su TvTropes
 I dialoghi su Gamberi Fantasy
 I dialoghi su writeworld.tumblr.com
 I cinque modi migliori di far sembrare le conversazioni dei personaggi reali su writersdigest.com
 Come usare correttamente i dialoghi su writerlife.com
 Il periodo su Wikipedia
 Le coniugazioni dei verbi su italian-verbs.com –fidatevi, vi serve come è servito a me

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