Che genere di problemi?

Mentre l'Italia è in subbuglio tra il Family Day, il ddl Cirinnà, la stepchild adoption e l'annientamento di alcuni diritti umani a suon di "L'omosessualità è stata diffusa dalle case farmaceutiche per far scomparire la razza umana e farci comprare i loro prodotti" (sì, sono state pronunciate stronzate simili, andate su YouTube a sentire i partecipanti se non mi credete), ho trovato il tempo di interrogarmi su una cosa che in questa "fase delicata della società" calza a pennello.

Checco Zalone ha detto in un'intervista riportata su Gay.it (e da un sacco di altri siti): "Al giorno d'oggi va tanto di moda dire che con dei figli gay non ci sarebbero problemi. Invece ci sarebbero, quello che conta è parlarne e affrontarli." (Non voglio entrare nello specifico delle polemiche che le sue affermazioni hanno sollevato, mi voglio concentrare solo sul concetto in sé)

Il mio primo pensiero (sarcastico, ironico e un po' scocciato) è stato: "E' probabile che sia io ad essere idiota, allora, perché penso che per me non ci sarebbero problemi ad avere dei figli omosessuali o di qualsiasi altro orientamento sessuale, finché sono felici e non fanno del male a nessun*."

Poi, parlando con chi di dovere (qualche anima su Facebook che ha avuto il tempo di compenetrarsi meglio di me nei genitori "addolorati" per i propri figli gay), ho cominciato a farmi un'idea più completa. Al di là di quelli che non si staccano da una visione delle cose prettamente cristiana e bigotta, e vedono l'omosessualità come una disgrazia "contronatura" che va contro la volontà divina, c'è chi la vede come un problema perché…

"Perché non diventeremo mai nonni",
"Perché non si sposerà mai",
"Perché soffrirà tante di quelle discriminazioni che verrà su con dei traumi",
"Perché nel mondo in cui viviamo l'omosessualità arreca sempre dolore e sfortuna".

Le prime due sono così superficiali che non meritano neppure che mi ci scervelli oltre (tolto il fatto che non sempre sono vere, con la fecondazione assistita, l'adozione, la bi/pansessualità e l'opportunità di avere partner omosessuali transgender), ma sulle altre due, mi dispiace vedere che ancora così tante persone confondono i problemi arrecati dall'omofobia con i problemi arrecati dall'omosessualità. Diciamo che il punto focale qui è che per tanti genitori essere gay è andare contro la norma, il modello di comportamento affettivo, sessuale e familiare imposto socialmente (e la società non è un'idea astratta che fa da supervisore onnisciente, un po' come Dio, ma un insieme di persone che possono sbagliare ed avere scarsa apertura mentale e voglia di imparare), mentre essere eterosessuali è la norma e non includerà alcun problema.

E già qui ci sarebbe da discutere: dove sta scritto che l'unico gruppo oppresso al mondo sia il popolo LGBT?? Essere etero non garantisce l'esenzione da bullismo, discriminazione, emarginazione e violenza, per altre motivazioni rispetto al tuo orientamento sessuale, ma non per questo meno significative. Vogliamo parlare di quelle persone eterosessuali che hanno un'espressione di genere "non conforme" (ad esempio essere troppo dei "maschiacci" per le ragazze o troppo "femminucce" per i ragazzi) e che vengono scambiate per gay, e quindi qualche rigurgito di omofobia se lo beccano? O di chi è eterosessuale e transgender? Chi ha una malattia mentale? O una qualche disabilità fisica? Chi è figli* di immigrati e deve fare da equilibrista tra due culture col rischio di essere additat* sempre come "divers*"? Chi ha la pelle scura? Chi è in sovrappeso? Chi ha una religione non molto "tradizionale" in Italia, o nessuna religione? Chi ha problemi comportamentali, difetti di pronuncia, disagi sociali, difficoltà economiche? L'idea che una persona eterosessuale se la passi automaticamente meglio è un'utopia perché nessun essere umano è definito solo da un lato di sé, e i lati di noi che alla società potrebbero non andare bene sono molteplici, e qualsiasi essere umano prima o poi dovrà scendere a patti con l'essere se stesso e sperimentare un senso di esclusione dalla maggioranza, o reprimersi e sperimentare un senso di esclusione dal suo vero sé.

Queste non sono "sfide omosessuali", sono sfide umane. E prerogative umane.

E qui mi vorrei riallacciare a quei genitori che pensano che avere figli gay sia un problema. Mi verrebbe da domandare, con tutto il rispetto che riesco ad avere per il difficilissimo mestiere di essere genitori, che cavolo sono diventati genitori a fare, se non avevano la consapevolezza che i figli non vengono al mondo per fare quello che i loro parenti preferiscono e per seguire un sentiero già tracciato, ma per trovare il proprio sentiero e il proprio modo di essere unici. Credo che l'idea che dei figli potrebbero non venire su come li avresti voluti o come credevi che sarebbero stati sia il rischio intrinseco di diventare genitrice o genitore, e che non sia neppure così difficile da capire come concetto. Ma è anche il bello per chi ne vuole (di figli): che generare degli altri ESSERI UMANI (e non le tue fotocopie solo perché posseggono i tuoi geni o perché li hai cresciuti tu) ti spingerà sempre oltre i limiti della tua comprensione, ti farà indagare sulla natura umana e sulla natura stessa come mai avresti creduto di fare in precedenza, ti cambierà la vita a 360° ed eventualmente ti farà capire delle cose in più su chi sei. O su chi siamo.

Noi, tutti, qui, che cerchiamo la nostra strada e un'impronta da lasciare al mondo.

Perché anche se penso che i genitori siano fondamentali per insegnare ciò che conta ai figli, sono anche convinta che i figli possano insegnare (e insegnino) moltissimo ai genitori.

E questa è solo una piccola riflessione in seconda serata che mi sembrava adatta pure per il mio blog. :) Buon anno a chi mi legge, ragazz*!

Pubblicità: Nikita Gill

Da alcuni mesi sono venuta a conoscenza di un'artista di valore di cui per mancanza di tempo non ho mai scritto, ma rimedio immediatamente e vi regalo una poesia a cavallo del 2015 e del 2016. 😉

Anzi, più di una, dal momento che sto per parlare di 

Nikita Gill,
o altrimenti detta: come il web ti scopre laddove il mondo reale ti rifiuta

La ragazza nell'immagine è proprio Nikita, una ventottenne britannica di origini indiane, che si è beccata ben 137 porte chiuse in faccia dalle case editrici tradizionali quando ha cercato di far pubblicare le sue poesie. Non si è persa d'animo e nel 2014 ha deciso di lanciare il suo blog, Meanwhile Poetry (che tradurrei come "E intanto poesia" o "Nel bel mezzo della poesia"), dove ha ricevuto tutto il caloroso entusiasmo del popolo del web, in particolare da parte di sue coetanee o ragazze più giovani, che si sono sentite toccate dall'immagine delle donne che nei suoi lavori proponeva. E già, perché Nikita Gill è anche e soprattutto una poetessa femminista, che, come ha dichiarato in un'intervista a Vocativ, "ama concentrarsi sull'emancipazione femminile attraverso la poesia". Ha avuto la fortuna di avere un padre progressista che le ha sempre detto che fosse una leonessa (termine che ricorre molto spesso negli articoli che parlano di lei e nelle sue poesie), e che nessuna persona avesse il diritto di farla sentire inferiore. E sono stati proprio questi sentimenti, assieme a un linguaggio semplice, disincantato e diretto, a far ritrovare così tante persone nel suo lavoro. Oltretutto, grazie alla sua esperienza di blogger, è un ottimo esempio di come la tradizione si possa fondere con le nuove tecnologie, e grazie alle sue origini indiane, le sue poesie assumono anche un significato politico e militante, denunciando la scarsità di poetesse indiane, africane e di colore.

Al momento ha raccolto le sue poesie in un manoscritto, "Your Soul Is a River" ("La Tua Anima E' un Fiume", NDT), e sotto un'etichetta propria ha anche pubblicato in formato ebook una serie di racconti brevi. E' inoltre un'artista concettuale che sceglie, crea e modifica da sé le foto che fanno da sfondo ai suoi versi, e di cui esistono tanti begli esempi nei link che vi metterò qui sotto. Condivide i suoi lavori quasi sempre su Instagram e Tumblr, ma è diventata così famosa, e le sue poesie sono diventate così virali, che hanno interessato anche siti come Buzzfeed e Vocativ, a cui ha concesso un'intervista (vi mando il link).

Di cosa scrive e come lo scrive?

Penso che le sue poesie siano belle perché sono mosse sempre da uno spirito di contestazione, di sfida e di rifiuto delle convenzioni (la convenzione che una donna debba essere inferiore a un uomo, che una donna debba sempre essere a sua disposizione, che una donna debba cercarlo e sentirsi a pezzi quando lui l'abbandona, che una donna non possa avere un mondo interiore ricco e bastare a se stessa, che per gli altri sia facile smantellarne l'identità e la voglia di dire, essere, prendere e fare, che una donna non possa assumersi le sue responsabilità, che non possa imparare dai suoi errori rialzandosi e contando sulle proprie forze), e perché, come ha ammesso lei stessa, vengono direttamente dal cuore.

Nikita Gill non scrive in un inglese perfetto, fluente o elegante, ma con un linguaggio molto spiccio e quotidiano (che nella mia ignoranza immagino sia stato causa dei suoi rifiuti quando ha provato con la pubblicazione tradizionale..) che, proprio per la sua immediatezza, sa di vita vissuta, di esperienza reale e assolutamente universale.

Chi mi conosce sa che i miei tentativi poetici sono sempre andati in quella direzione, perché se la poesia sta morendo al giorno d'oggi è anche e soprattutto per una mancanza di basi concrete e di un linguaggio "alla mano", che riflettesse come in uno specchio la vita di tutti i giorni e in cui le persone potessero indentificarsi, anziché vederla come un esercizio fine a se stesso, volatile e troppo svincolato da quello che è terreno. E anche se alcuni puristi non ammetterebbero mai queste contaminazioni, penso che la chiave del successo di Nikita stia tutta qui. Assieme a una grandissima attenzione a tematiche che al giorno d'oggi sono attualissime, sotto i riflettori (l'emancipazione femminile) ma che di fatto sono sempre state universali (le lotte interiori ed esteriori che ogni essere umano prima o poi si ritrova ad affrontare e come impedire al resto del mondo di provocarci troppe ferite).

Vi confesso che se cercassi di scrivere qualche riga sul suo stile non riuscirei ad analizzarlo, e non riuscirei a far capire come mai dei versi così brevi (talvolta sembrano quasi delle strofe di una poesia più grande), che prendono argomenti talvolta così scontati, mi siano risultati invece originali, evocativi, schietti e come mai mi abbiano colpito. Quindi faccio parlare lei dedicando a chi mi segue una delle sue poesie che io amo molto, e che spero vi piaccia per lo meno uno 0,1% di quanto è piaciuta alla sottoscritta.

Ci vediamo l'anno prossimo, continuate a seguirmi!

A thing does not have to be pure to be beautiful. Purity is a manmade ideal that creates boundaries and prisons. Beautiful things must only be wild and true to themselves – their freedom is their beauty

 

Link utili:

Meanwhile Poetry
Nikita Gill su Facebook
Nikita Gill su Vocativ

Khaled Hosseini, Stephen King e una riflessione grandiosa sulla letteratura

Secondo voi cosa significa per un'aspirante scrittrice e topo di biblioteca che ama due grandi scrittori come Khaled Hosseini e Stephen King sapere che il primo è un fan del secondo (e penso che Stephen King contraccambi, perché le ultime righe di "Joyland" mi sembrano molto ispirate alle ultime righe di "Il cacciatore di aquiloni")?? E cosa significa sapere che Hosseini è rimasto colpito da un passaggio del primissimo libro di Stephen King che io abbia mai letto, e dal primissimo racconto di Stephen King che mi sia mai interessato ("Il corpo" in "Stagioni Diverse"), passaggio e racconto e libro che mi sono rimasti nel cuore?? E cosa significa sapere che Hosseini, grazie a quel passaggio letto in gioventù, ha avuto lo spunto per regalare al web un articolo tratto da una sua intervista dove fa delle riflessioni eccezionali sulla letteratura, sui limiti degli scrittori e sui suoi, articolo che penso che sia semplicemente meraviglioso??

Significa che lo traduco immediatamente, e me lo stamperei per tenerlo sempre con me, perché al momento sono in uno stato di grazia e una parte di me stessa non riesce a credere che sia una coincidenza!

Link all'originale: qui. Naturalmente le immagini le ho trovate io grazie a un motore di ricerca.


ANCHE KHALED HOSSEINI NON RIESCE A RACCONTARE LE SUE STORIE COME VORREBBE RACCONTARLE DAVVERO

L'autore di "Il cacciatore di aquiloni" e "E l'eco rispose" vede l'introduzione a "Il corpo" di Stephen King come un'eccellente maniera di racchiudere i limiti degli scrittori

"By Heart" [“A memoria”, NDT] è una serie dove gli autori condividono e discutono i propri passaggi preferiti in assoluto della letteratura.

La maggior parte dei romanzi non viene mai completata ma abbandonata. Hermann Melville ha scarabocchiato modifiche prima della stesura finale di "Moby Dick" finché la scadenza del tipografo non ha più potuto aspettare; nei suoi diari, Virginia Woolf ha annunciato per lo meno in quattro occasioni differenti di aver completato "Le onde". Spesso gli scrittori continuano a scrivere e a ridefinire, come se aspettassero che fosse il mondo stesso a intimare loro di smettere.

La ragione di tutto questo, secondo Khaled Hosseini, è che è maledettamente difficile per un libro il ricreare la proporzione e la grandezza dell'idea degli autori prima che essa tocchi la pagina. Anche per i romanzieri le parole sono solo approssimazioni di quanto vivido e urgente sia il pensiero. "Ogni individuo è un oceano dentro di sé", mi ha detto. "Chiunque cammini lungo la strada. Tutti siamo un universo di pensieri, visioni dall'interno e sentimenti. Ma siamo anche tutti invalidati nella nostra inabilità, nel nostro modo unico di essere invalidi, di presentarci davvero al mondo."

Ecco perché quando gli ho domandato di discutere insieme a me di uno dei suoi passaggi preferiti di tutta la letteratura, Hosseini ha scelto l'incipit di "Il corpo", racconto di Stephen King inserito assieme ad altri tre in "Stagioni Diverse" (e la cui trasposizione cinematografica è stata diretta da Rob Reiner e ha visto come attore River Phoenix). Il narratore, Gordie LaChance, vuole raccontare ai lettori della primissima volta in cui abbia visto un cadavere da ragazzino, ma non è sicuro di riuscire a rendere giustizia alla storia. Per Hosseini, questo incipit invoca a meraviglia l'ansia davanti alla prospettiva che le nostre parole vengano fuori maciullate e fraintese, assieme alla gioia che proviamo quando le persone contro ogni aspettativa, hanno una connessione con noi.

Malgrado la sempre presente consapevolezza dello scrittore dei propri limiti, i libri di Hosseini hanno avuto un impatto profondo sui lettori. I suoi primi due romanzi, "Il cacciatore di aquiloni" e "Mille splendidi soli", hanno venduto 38 milioni di copie in dieci anni. L'ultimo romanzo, "E l'eco rispose", sarà pubblicato martedì. Come ne "Il corpo" esplora gli eventi che ci plasmano nell'infanzia: un padre, oppresso dalla povertà nell'Afghanistan rurale, riesce a tenere in vita suo figlio vendendo la figlia in adozione a una coppia ricca di Kabul. Il romanzo, narrato in maniera corale.

Ho parlato al telefono con l'autore.


Khaled Hosseini: Quand'ero una matricola al college ho trovato lavoro come addetto alla sicurezza. Era un ufficio high-tech di Santa Clara, con gli ingegneri che entravano e uscivano sempre. Stavo seduto tutto il giorno alla scrivania del front office, scrivendo i nomi di chi entrava e controllando le borse. Altrettanto spesso ho lavorato come guardiano notturno al cimitero, dalle 23:00 di sera alle 7:00 di mattina. Sorvegliavo l'edificio in solitudine, quando tutto era immerso nell'oscurità. Una volta all'ora facevo la ronda dell'edificio, ma la maggior parte del tempo la trascorrevo alla mia scrivania.

Provare a leggere durante il giorno era un incubo. Avevo una videocamera fissa su di me come se fosse il Grande Fratello, e se mi fossi fatto scivolare un libro sulle ginocchia mi sarei beccato una strigliata da uno dei capi della sorveglianza: "Mettilo via, figliolo." Il cimitero, per contro, era perfetto per fare i compiti o leggere, anche se teoricamente non era quello che ci si aspettava da me. La trovo una pretesa incredibilmente ingiusta, quella di stare su tutta la notte senza nulla da fare tranne fissare gli schermi della sorveglianza e un parcheggio vuoto. Per fortuna, di notte, non avevo nessuno a farmi da supervisore. Perciò ho trascorso i miei turni di guardia a studiare, leggere libri e scrivere racconti brevi. (Forse mi metterò nei guai, trent'anni in ritardo.)

Non ricordo come abbia scelto "Stagioni Diverse", ma l'ho letto durante i turni di sorveglianza al cimitero. Ne sono rimasto folgorato; "Il corpo", un racconto su dei ragazzini che vanno nei boschi a cercare un cadavere, è quello che ha avuto l'impatto maggiore su di me. Mi sono scoperto letteralmente trascinato da quell'età in cui i bambini si stanno per lasciare l'infanzia alle spalle. Quando hai dodici anni, sei ancora con un piede dentro l'infanzia; l'altro si sta posando a terra per entrare in una fase della vita del tutto nuova. La tua comprensione innocente del mondo si sta trasformando in qualcosa di più complicato e più incasinato, e non tornerai più indietro. Stephen King sa rendere l'intera situazione in maniera eccellente, e con tanta di quell'umanità, per i ragazzini nel racconto. Al loro rientro a casa hanno tutti avuto cambiamenti fondamentali. Nessuno dei quattro sarà più lo stesso di prima.

Quella storia l'ho letta senza sapere che un giorno avrei scritto di tematiche affini. Ho scritto molto sull'infanzia — in tutti e tre i miei libri, a ben vedere. Mi affascina il modo in cui le esperienze che si fanno in quegli anni possono perseguitare un individuo e tornare a fargli visita, rimanere una presenza della sua vita per decenni e decenni, e tramutarlo addirittura nell'individuo che sarà alla resa dei conti. "Il corpo" è una fotografia di questa idea, la migliore di qualsiasi romanzo che io conosca. Mi ha commosso nel profondo, e mi commuove tuttora.

Anni dopo riesco a capire che quell'incipit meraviglioso di quella storia aveva degli strati che non sono stato in grado di apprezzare da giovane uomo e scrittore non ancora pubblicato. Gordie, il narratore adulto della storia, guarda indietro alla sua infanzia con la paura di non rendere giustizia al racconto che vorrebbe scrivere:

Le cose più importanti sono le più difficili da dire. Sono quelle di cui ci si vergogna, poiché le parole le immiseriscono – le parole rimpiccioliscono cose che finché erano nella vostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori. Ma è più che questo, vero? Le cose più importanti giacciono troppo vicine al punto dov'è sepolto il vostro cuore segreto, come segnali lasciati per ritrovare un tesoro che i vostri nemici sarebbero felicissimi di portare via. 

Quando ho letto queste righe la prima volta avevo vent'anni: non più un adolescente, ma sicuramente un giovane uomo. In particolare a quell'età senti che il mondo non riesca a capire chi sei… se solo le persone potessero guardarti dentro e sapere tutto quello che ti porti appresso! In realtà questo passaggio mostra quanto noi tutti siamo soli. Quanto profondamente viviamo nella nostra testa, e quanto la persona che cammina per strada e stringe le mani agli altri sia solo un'approssimazione del nostro io interno. Il personaggio in cui risiediamo pubblicamente è solo un'approssimazione di chi siamo dentro, la versione rinsecchita e distorta di noi stessi che presentiamo al mondo reale. Questo succede perché le cose che per noi sono più importanti, quelle che per noi sono davvero vitali, sono in qualche maniera perversa le più difficili da esprimere. Ho provato tutte queste cose come giovane uomo che leggeva "Il corpo" per la prima volta.

Eppure adesso riesco a vedere ciò che non vedevo all'epoca: questo passaggio è una delle affermazioni più veritiere in cui mi sia mai imbattuto sul mestiere degli scrittori. Scrivi perché nella tua testa c'è un'idea che ti sembra così genuina, così importante, così vera. E poi, quando quell'idea passa attraverso i diversi filtri della tua mente, e tra le tue mani, e sulla pagina o sullo schermo del computer, diventa distorta, e viene sminuita. Se hai fortuna ciò che finisci per scrivere è un'approssimazione, o qualsiasi altra cosa fosse di quello che volevi scrivere.

Quando accade è solo un temperato monito dei tuoi limiti come scrittore o scrittrice. Può rivelarsi davvero frustrante. Solo a volte, quando scrivo, un pensiero riesce a passare incontaminato, imperturbabile, dalla mia testa allo schermo, chiaro come attraverso un vetro. E' una sensazione inebriante, euforica, sapere che ho comunicato qualcosa di così reale, così vero. Ma non capita di frequente. (Posso solo immaginare che ci siano scrittori in grado di scrivere così sempre. Dev'essere la differenza tra la grandezza e l'essere solo bravi.)

Anche i miei libri quando li ho completati sono solo un'approssimazione di quello che intendevo fare. Cerco di colmare quel vuoto, per quanto mi è possibile, il vuoto tra ciò che volevo dire e ciò che ho effettivamente scritto sulla pagina. Ma c'è sempre un vuoto, è sempre lì. E' davvero, davvero difficile. E ti rende più umile.

E poi c'è da considerare un altro strato. Non sarai in grado di esprimerti alla perfezione, magari, ma il tuo pubblico è composto da ascoltatori imperfetti. Gordie parla anche di questa specifica ansia:

E potreste fare rivelazioni che vi costano per poi scoprire che la gente vi guarda strano, senza capire affatto quello che avete detto, senza capire perché vi sembrava tanto importante da piangere quasi mentre lo dicevate. Questa è la cosa peggiore, secondo me. Quando il segreto rimane chiuso dentro non per mancanza di uno che lo racconti ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare.

Temiamo che saremo incompresi, e talvolta lo saremo sul serio. Le più potenti emozioni umane sono terribilmente difficili da spiegare in un modo che non le sminuisca o che non ti renda un po' ridicolo nell'esprimerle. E' fin troppo facile volerle salvaguardare, tenerle chiuse in un cassetto, anziché correre il rischio di non essere compresi o di incappare in qualche cattivo ascoltatore.

Ma è a questo che serve l'arte: serve sia ai lettori sia agli scrittori per superare i rispettivi limiti e incontrare qualcosa di autentico. Sembra un miracolo, vero? Che qualcuno sia in grado di articolare in maniera così chiara e così bella qualcosa che esiste dentro di te, avvolto in un sudario di nebbia. L'arte, quando è grande, lo raggiunge attraverso la nebbia, riesce a giungerne al cuore segreto, e lo mostra a te, lo tiene tra le mani davanti a te. Se ne hai l'occasione, è un'esperienza che rivela tante cose, commovente in maniera straordinaria. Ti senti compreso. Ti senti udito. Ecco perché ci rivolgiamo all'arte, per sentirci meno soli. E siamo meno soli. Hai l'opportunità di vedere, attraverso l'arte, che altri si sono sentiti come te, e ti senti meglio.

Ho cominciato a scrivere molto presto. Da quando ho imparato a usare una penna. Amavo l'idea di cercare di dare voce a ciò che avevo dentro, di creare ciò che per me era reale. E ho continuato a scrivere per tutta la mia vita, a sviluppare e approfondire questa compulsione con cui sono nato. Allo stesso tempo, è per me un incredibile onore e un piacere sapere che una persona ha letto il mio libro. Ricevere una lettera incredibilmente appassionata in cui mi viene spiegato come qualcosa che ho scritto ha toccato un'altra persona in maniera autentica. Che regalo enorme che è, quando sono io a riceverlo. Non esiste una ricompensa migliore, come scrittori, di questa.

Nota in calce:

1. Naturalmente Hosseini ha letto "Stagioni Diverse" in lingua originale, mentre io ho riportato l'incipit tradotto da Bruno Amato. Vi confesso solo che l'ho ritrovato tramite web, perché mettermi a caccia di "Stagioni Diverse" nella mia libreria sarebbe stato un lavoraccio infame allo stato attuale.

Recensione | Film | Molto forte, incredibilmente vicino

Titolo originale: Extremely loud and incredibly close
Titolo italiano: Molto forte, incredibilmente vicino
Regista: Stephen Daldry
Interpreti: Thomas Horn, Tom Hanks, Sandra Bullock, Max von Sydow
Anno: 2011
Sceneggiatura: Eric Roth
Soggetto: Tratto dal romanzo omonimo di Jonathan Safran Foer
Lingua originale: Inglese
Genere: Drammatico, Coming of Age, storico
Musiche: Alexandre Desplat
Fotografia: 
Chris Menges
Casa di produzione: Warner & Bros., Paramount Pictures

Ho scritto questa recensione diversi mesi fa per Geekjake, e ho deciso di pubblicarla anche qui, soprattutto per domani…

Buongiorno!

Come promesso, eccoti le mie impressioni su “Molto forte, incredibilmente vicino” di Stephen Daldry. Ti avevo menzionato che il film mi era risultato neutrale, nonostante io abbia scoperto girando la rete per avere altre informazioni che la maggior parte della gente ha avuto reazioni forti, sia di disprezzo (“E’ un film che cerca a tutti i costi di strapparti una lacrima, se non ti piace Oskar non ti piacerà affatto mentre il libro dava spazio anche ad altri personaggi, Stephen Daldry si è venduto agli americani mentre con Billy Elliot aveva fatto un film di valore, è una favoletta post 11 settembre!”) sia di lode (“E’ fedelissimo al libro, è un ritratto realistico di un ragazzino con la sindrome di Asperger, e quando mai sarebbe una favoletta post 11 settembre? Il regista e gli attori hanno parlato con le famiglie delle vittime per rappresentare in maniera accurata il loro dolore, ed esattamente come in Billy Elliot il protagonista deve lavorare per avere il suo lieto fine!”). In effetti non è la prima volta che un film osannato o criticato aspramente mi risulta neutrale: mi è successo con dei veri e propri cult che erano particolarmente controversi in vita mia, e ogni tanto mi sono risultati addirittura semi indifferenti. Se la prendi nel verso buono, può darsi che con l’andare del tempo “Molto forte, incredibilmente vicino” diventerà un cult cinematografico Emoticon wink😉

Stando seri, il film non mi è risultato indifferente. Diciamo che la mia opinione nel complesso è che sia un film con delle premesse eccellenti:

– Parla di una delle vicende che hanno sconvolto di più l’umanità nel terzo millennio, e il fatto che sia accaduta più di dieci anni fa ti induce delle riflessioni sul tempo che passa, su quanti passi avanti (o indietro) abbiamo fatto da allora in materia di diritti umani, dignità e così via… e lo fa concentrandosi sul dopo, sulle vicende private delle famiglie di quelli che sono morti, invece di spettacolarizzare una tragedia come hanno fatto altri film, istigare all’islamofobia e celebrare l’America.

– E dal momento che si concentra su un microlivello di conflitto, sulla sfera privata, sulla vita di un singolo individuo e di quelli che lo circondano, il mio interesse non può che accendersi (io preferisco le storie dove il conflitto è più interiore che esteriore, e dove i personaggi sono complessi e sfaccettati, mentre molto spesso posso passare sopra ad una trama banale e sfilacciata). Non fa che ricordarmi che nel corso della storia accanto a eventi di portata macroscopica che studiamo nei libri ci sono state persone comuni che l’hanno vissuta sulla propria pelle, che c’erano dentro, e mi fa sentire molto più connessa al genere umano.

– Se poi ci aggiungiamo le tematiche che il film affronta, come il fatto che sia un Coming of Age, che esplori molto a fondo il mondo interiore di un personaggio, che il personaggio in questione viva un conflitto dilaniante, che sia molto improntato sulle relazioni umane, che faccia informazione su come vede il mondo un ragazzo con l’AS, che ci sia una ricerca da portare a termine per trovare se stessi o la persona che abbiamo perso o una persona che ci stava cercando per tutto il tempo, il mio interesse sale parecchio.

Quindi, quello che non me l’ha fatto apprezzare in maniera esponenziale non è di *cosa* parla, ma di *come* ne parla. Cominciamo dal principio.

Devo ammettere che se non avessi letto che il film era di Stephen Daldry non l’avrei riconosciuto. Non ho visto nessuna traccia della sua personalità, nessun guizzo di britannicità, come se il materiale narrato non gli appartenesse fino in fondo (cosa che in effetti è probabile). Sento che lui ha rispetto per la storia, ma che non la capisce completamente perché non l’ha sperimentata – o forse è stato lavorare con gli americani su qualcosa che ha colpito al cuore gli americani che lo ha un po’ frenato dall’aggiungere “quel qualcosa in più” che mi facesse capire che è lui che lo sta vivendo assieme a Oskar (ossia la colonna portante del film). Non che il suo stile di regia sia stato pessimo, chiariamoci: è semplicemente strano sapere che è un film diretto da lui. Lo stile di regia lo definirei “classico”, con molti primi piani (essenziali quando dobbiamo seguire lo sguardo e i pensieri di un personaggio in particolare), inquadrature dall’alto, alcuni flashback che non hanno nulla di intrusivo o di fuori luogo ma si inseriscono con cura nella pellicola, una certa eleganza nel montaggio, un ritmo né troppo veloce né troppo lento. È uno stile di regia che accosterei a Jonathan Demme o a Frank Darabont.

Anche la musica la definirei “classica”, negli strumenti come nel leitmotiv. Proprio per questo, tuttavia, posso dire che sia uno stile gradevole, che apprezzo, ma non che sia uno stile memorabile che ha lasciato il segno dentro di me. E anche la musica, è bella da sentire ed è molto appropriata al film, delicata e raffinata quanto basta, ma una volta finito di vedere “Molto forte, incredibilmente vicino” non mi ricordo una nota che sia una. Va bene, sto mentendo, il leitmotiv me lo ricordo, ma solo perché l’ho ascoltato poco fa Emoticon tongue :p

Quindi la mia opinione sullo stile è che sia quello classico da film occidentale, soprattutto dei Paesi anglosassoni. Ci possono venire su dei capolavori con quello stile, ma se non ci sei dentro e non ci sai fare al mille per mille verrà fuori uno stile bello e già conosciuto, amen.

Andando avanti, veniamo al fulcro del film: i personaggi.

Nessuna delle recensioni che ho letto, neppure quelle che hanno considerato il film una schifezza, ha avuto il coraggio di fiatare sulla bravura di Thomas Horn, e io mi aggrego al coro: è un attore molto espressivo, fotogenico, serio, introspettivo, che si inserisce bene in una scena e penso che sia arrivato al cuore del suo personaggio – chissà se per un’affinità con la sua indole o per talento recitativo. Insomma, credo che calzi a pennello per il personaggio di Oskar. Su Oskar invece… ti confesso che la prima volta che ho visto questo film la mia reazione è stata mista. Neppure io approvavo certi suoi scoppi di ira, ma intuivo la sua sofferenza e anche se non lo giustificavo tentavo di capirlo. Studiandomelo meglio le volte successive, alla luce di quel poco che so sulla sindrome di Asperger e cercando dei punti in comune con me stessa, ho cominciato a capirlo un pochino. Invece di vederlo come egoista e anaffettivo, l’ho visto come riservato, tormentato e pieno di amore verso i suoi genitori, anche se con problemi a dimostrarlo – ma non mancano i suoi momenti di tatto e dolcezza, come quando chiede a Abby che ha appena divorziato se può darle un bacio o se il marito di Abby che ricorda il padre morto abbia bisogno di un abbraccio. Mi sono accorta appieno della sua intelligenza, del suo modo straordinario di risolvere un problema, e del suo coraggio su cui ruota tutto il suo percorso di crescita individuale. È il coraggio di voler elaborare il lutto che lo spinge fuori di casa, anche se sempre accompagnato dal suo tamburello perché lo placa, che lo spinge a prendere i mezzi pubblici e la metropolitana, che lo spinge a guardare e ascoltare alcune persone. È il coraggio di sapere che non deve smettere di cercare che lo porta a provare l’esistenza del sesto distretto e a salire sulla stessa altalena su cui era salito il padre, fino a volare e a immaginare che il padre non sia mai caduto da un grattacielo ma sia tornato al suo posto (come nella bellissima scena finale, in cui davvero ogni cosa torna a posto). Dopo aver parlato con il marito di Abby, quando corre per strada e una volta a casa si mette a stracciare la sua mappa, ho provato molta solidarietà per lui e molta vicinanza. Nelle altre scene sostanzialmente è un personaggio che stimo a distanza, del quale condivido alcune paure e alcune difficoltà ma di cui non posso capire del tutto la mente, troppo rigida e matematica rispetto alla mia (emblematica è la scena in cui dopo aver calcolato quanti minuti avrebbe dovuto passare assieme ai vari Black specifica che non erano mai quanti si aspettava lui, e dice con un po’ di rancore che le persone non sono numeri, ma lettere; la mia reazione è stata “Grazie alla minchia, ti aspettavi davvero di poter prevedere tutto quanto, anche i minuti che avresti passato con ogni singol* Black? Meno male che le persone non sono così fredde e prive di vita”).

Riguardo agli altri personaggi, ogni tanto mi domando come mai alcuni registi prendono attori famosi abituati a interpretare i protagonisti quando tutto il film si deve reggere su un unico personaggio, e quegli attori finiscono ad essere personaggi minori o comparse. Può darsi che sia una crescita per loro, che per lo meno così agli spettatori e alle spettatrici sia garantito che avranno un cast eccellente, ma molto spesso li trovo sprecati.

Chi se la cava meglio qui è Tom Hanks, che ha il calore, l’affetto, la solidità e la protezione necessaria verso Oskar per farmelo amare e per farmi capire che ha perso una figura paterna eccezionale. Apprezzo il modo in cui si apra tanto con Oskar, come non lo tratti mai con un atteggiamento da “tu sei un bambino”, come allo stesso tempo vegli su di lui, come lo aiuti a interagire con le altre persone organizzando le spedizioni esplorative. Probabilmente è stato bravissimo a conciliare l’intelligenza di Oskar, la sua curiosità e vari tratti della sua personalità per farlo aprire verso il mondo esterno, e fargli pensare (per lo meno fino alla sua morte) che anche se deve superare degli ostacoli è tutto programmato, e che lui non lo perderà di vista un secondo. Ed è ammirevole che, dopo essere stato abbandonato dal padre, abbia deciso di diventare per Oskar il padre che lui non ha avuto.

Viceversa Kate Beckinsale non mi ha colpito; il suo personaggio si può riassumere principalmente come una donna distrutta dal dolore, e quella la interpreta bene. Negli altri momenti in cui avrebbe potuto dare più profondità al suo personaggio, come quando è una moglie devota o preoccupata o deve dimostrare a Oskar che veglia su di lui esattamente come faceva il padre, è anonima. La mia solidarietà verso di lei nasce dal fatto che trovo Oskar troppo duro nei suoi confronti nella scena in cui si mette a urlare perché vuole essere seppellito in un mausoleo e la rabbia e il dolore montano finché non le dice che avrebbe preferito che nel grattacielo ci fosse stata lei. Lì la prima volta mi è venuto da urlare “Ma cosa credi, di soffrire solo tu?”, la seconda mi sono accorta di più sfaccettature nella reazione di Oskar, di come le si avvicini verso la fine, di come anche se non apertamente soffra perché lei non lo sa prendere come suo marito. Anche se alla fine lei lo sorprende.

Max von Sydow ha dichiarato che alla sua età è stata una sfida recitare solo con gli occhi e con le mani, e Stephen Daldry si è dichiarato sicuro che, nonostante avessero tagliato tutta la parte della storia che riguardava Dresda nell’adattamento cinematografico, grazie al talento dell’attore il personaggio sarebbe stato ben reso. E invece, per quanto talentuoso sia l’attore, io non l’ho colto del tutto. Avrei voluto che fosse più approfondito, perché tutto quello che penso su di lui è che mi faccia una pena tremenda quando decide di prendere sotto la sua ala Oskar accompagnandolo nella sua spedizione esplorativa e si ritrova a convivere con un ragazzino intollerante e dittatoriale, che lo riempie di domande personali e che lo tortura facendogli sentire i messaggi del figlio morto. Capisco che anche il nonno abbia le sue colpe, e che stia cercando di riscattarsi prendendosi cura del nipote, ma Oskar si ritrova ad aver a che fare con un uomo ancora più traumatizzato e pieno di rimorsi di lui, e penso che si comporti con il nonno esattamente come non vorrebbe che gli altri si comportassero con lui, stuzzicando i suoi punti deboli e le sue ferite quando vorrebbe aiutare.

Ancora più anonima è la nonna di Oskar, sulla quale non trovo nulla da dire. Forse solo che sia molto solitaria. Anche Abby Black mi sembra anonima, esattamente come suo marito, anche se uno straccio di personalità potrei averlo intravisto, ossia quello di un uomo ben piazzato, sicuro di sé all’apparenza ma con scheletri nell’armadio e in cui non mancano momenti di fragilità, delicatezza e conflitto interiore.

Veniamo a una cosa del finale che mi ha fatto un po’ strabuzzare gli occhi: il fatto che mi sa troppo di vissero tutti felici e contenti. Voglio dire, Oskar ha finito la sua spedizione esplorativa e trova un messaggio di suo padre sull’altalena in cui si congratula con lui perché ha portato a termine con successo il suo compito ed è riuscito a provare l’esistenza del sesto distretto, anche se è passato oltre un anno da quando ce l’ha messo? Realismo, questo sconosciuto? Mi ha talmente sorpreso che sono andata a controllare a venticinque minuti, quando erano davanti all’altalena, se il padre avesse fatto un gesto in cui metteva una cosa sull’altalena non meglio specificata, ma non ho visto nulla. E anche se fossi stata distratta io e l’avessero mostrato in altri momenti del film, non riesco a non vederlo come semi impossibile. Penso che ci sarebbero stati altri modi di mostrare che Oskar non sarà mai solo e che nonostante il padre sia morto sarà sempre con lui.

Mi fa piacere che l’inquilino sia tornato grazie a Oskar, che forse abbia fatto pace con se stesso e abbia cominciato a superare lo shock, o che Abby e il marito siano di nuovo sposati, ma ho sempre l’impressione che questo particolare qui sia troppo da favoletta.

Una cosa che mi domando guardando Oskar, ma che esula da questo film e coinvolge la cinematografia di massa è una certa tendenza che ho notato quando si devono rappresentare personaggi con l’Asperger. Nel senso che, nella mia ignoranza, ho notato che al cinema c’è una certa fissità di ruoli per i personaggi così. Sembra che ad avere l’Asperger siano solo ragazzini maschi di età non superiore ai quindici anni, cissessuali, eterosessuali, magri, bianchi e con una certa propensione per l’esplorazione e il risolvere dei misteri, e l’unica variante che riesco a trovare è quella in cui il protagonista con l’Asperger è un adulto un po’ infantile, timido, impacciato e che suscita tenerezza per il suo candore. Va bene che secondo le statistiche ci sono più uomini che donne ad avere la sindrome di Asperger, ma non è che le donne e le ragazze non esistano, no? E le persone demisessuali o asessuali? Quelle che non sono WASP? E come se non bastasse, mai una volta che vedessi un personaggio così che sia nella comunità LGBT. Non voglio sminuire di una virgola il ritratto che Oskar dà dell’Asperger dato che tante persone che ce l’hanno realmente ci si sono identificate, né il suo essere un buon personaggio, e come se non bastasse so che Jonathan Safran Foer non aveva neppure pensato a renderlo autistico nel libro, ma quello che intendo io è che, per lo meno nel cinema di massa, i personaggi che ce l’hanno sono solo così. Come se non esistesse altro. E il mondo è pieno di persone con la sindrome di Asperger che sono individui unici e irripetibili, e che non possono essere ricondotte a nessun modello. Forse sono io che sono interessata a creare personaggi originali, ma mi sembra una carenza di originalità nel cinema che andrebbe colmata.

Tra gli altri pregi di questo film penso che abbia avuto il merito di connettere mentalmente tante persone diverse tra di loro. Esattamente come Oskar ha imparato a trovare una vicinanza con sua mamma, suo nonno, Abby, il marito di Abby e chiunque ha incontrato e a cui ha scritto.