Khaled Hosseini, Stephen King e una riflessione grandiosa sulla letteratura

Secondo voi cosa significa per un'aspirante scrittrice e topo di biblioteca che ama due grandi scrittori come Khaled Hosseini e Stephen King sapere che il primo è un fan del secondo (e penso che Stephen King contraccambi, perché le ultime righe di "Joyland" mi sembrano molto ispirate alle ultime righe di "Il cacciatore di aquiloni")?? E cosa significa sapere che Hosseini è rimasto colpito da un passaggio del primissimo libro di Stephen King che io abbia mai letto, e dal primissimo racconto di Stephen King che mi sia mai interessato ("Il corpo" in "Stagioni Diverse"), passaggio e racconto e libro che mi sono rimasti nel cuore?? E cosa significa sapere che Hosseini, grazie a quel passaggio letto in gioventù, ha avuto lo spunto per regalare al web un articolo tratto da una sua intervista dove fa delle riflessioni eccezionali sulla letteratura, sui limiti degli scrittori e sui suoi, articolo che penso che sia semplicemente meraviglioso??

Significa che lo traduco immediatamente, e me lo stamperei per tenerlo sempre con me, perché al momento sono in uno stato di grazia e una parte di me stessa non riesce a credere che sia una coincidenza!

Link all'originale: qui. Naturalmente le immagini le ho trovate io grazie a un motore di ricerca.


ANCHE KHALED HOSSEINI NON RIESCE A RACCONTARE LE SUE STORIE COME VORREBBE RACCONTARLE DAVVERO

L'autore di "Il cacciatore di aquiloni" e "E l'eco rispose" vede l'introduzione a "Il corpo" di Stephen King come un'eccellente maniera di racchiudere i limiti degli scrittori

"By Heart" [“A memoria”, NDT] è una serie dove gli autori condividono e discutono i propri passaggi preferiti in assoluto della letteratura.

La maggior parte dei romanzi non viene mai completata ma abbandonata. Hermann Melville ha scarabocchiato modifiche prima della stesura finale di "Moby Dick" finché la scadenza del tipografo non ha più potuto aspettare; nei suoi diari, Virginia Woolf ha annunciato per lo meno in quattro occasioni differenti di aver completato "Le onde". Spesso gli scrittori continuano a scrivere e a ridefinire, come se aspettassero che fosse il mondo stesso a intimare loro di smettere.

La ragione di tutto questo, secondo Khaled Hosseini, è che è maledettamente difficile per un libro il ricreare la proporzione e la grandezza dell'idea degli autori prima che essa tocchi la pagina. Anche per i romanzieri le parole sono solo approssimazioni di quanto vivido e urgente sia il pensiero. "Ogni individuo è un oceano dentro di sé", mi ha detto. "Chiunque cammini lungo la strada. Tutti siamo un universo di pensieri, visioni dall'interno e sentimenti. Ma siamo anche tutti invalidati nella nostra inabilità, nel nostro modo unico di essere invalidi, di presentarci davvero al mondo."

Ecco perché quando gli ho domandato di discutere insieme a me di uno dei suoi passaggi preferiti di tutta la letteratura, Hosseini ha scelto l'incipit di "Il corpo", racconto di Stephen King inserito assieme ad altri tre in "Stagioni Diverse" (e la cui trasposizione cinematografica è stata diretta da Rob Reiner e ha visto come attore River Phoenix). Il narratore, Gordie LaChance, vuole raccontare ai lettori della primissima volta in cui abbia visto un cadavere da ragazzino, ma non è sicuro di riuscire a rendere giustizia alla storia. Per Hosseini, questo incipit invoca a meraviglia l'ansia davanti alla prospettiva che le nostre parole vengano fuori maciullate e fraintese, assieme alla gioia che proviamo quando le persone contro ogni aspettativa, hanno una connessione con noi.

Malgrado la sempre presente consapevolezza dello scrittore dei propri limiti, i libri di Hosseini hanno avuto un impatto profondo sui lettori. I suoi primi due romanzi, "Il cacciatore di aquiloni" e "Mille splendidi soli", hanno venduto 38 milioni di copie in dieci anni. L'ultimo romanzo, "E l'eco rispose", sarà pubblicato martedì. Come ne "Il corpo" esplora gli eventi che ci plasmano nell'infanzia: un padre, oppresso dalla povertà nell'Afghanistan rurale, riesce a tenere in vita suo figlio vendendo la figlia in adozione a una coppia ricca di Kabul. Il romanzo, narrato in maniera corale.

Ho parlato al telefono con l'autore.


Khaled Hosseini: Quand'ero una matricola al college ho trovato lavoro come addetto alla sicurezza. Era un ufficio high-tech di Santa Clara, con gli ingegneri che entravano e uscivano sempre. Stavo seduto tutto il giorno alla scrivania del front office, scrivendo i nomi di chi entrava e controllando le borse. Altrettanto spesso ho lavorato come guardiano notturno al cimitero, dalle 23:00 di sera alle 7:00 di mattina. Sorvegliavo l'edificio in solitudine, quando tutto era immerso nell'oscurità. Una volta all'ora facevo la ronda dell'edificio, ma la maggior parte del tempo la trascorrevo alla mia scrivania.

Provare a leggere durante il giorno era un incubo. Avevo una videocamera fissa su di me come se fosse il Grande Fratello, e se mi fossi fatto scivolare un libro sulle ginocchia mi sarei beccato una strigliata da uno dei capi della sorveglianza: "Mettilo via, figliolo." Il cimitero, per contro, era perfetto per fare i compiti o leggere, anche se teoricamente non era quello che ci si aspettava da me. La trovo una pretesa incredibilmente ingiusta, quella di stare su tutta la notte senza nulla da fare tranne fissare gli schermi della sorveglianza e un parcheggio vuoto. Per fortuna, di notte, non avevo nessuno a farmi da supervisore. Perciò ho trascorso i miei turni di guardia a studiare, leggere libri e scrivere racconti brevi. (Forse mi metterò nei guai, trent'anni in ritardo.)

Non ricordo come abbia scelto "Stagioni Diverse", ma l'ho letto durante i turni di sorveglianza al cimitero. Ne sono rimasto folgorato; "Il corpo", un racconto su dei ragazzini che vanno nei boschi a cercare un cadavere, è quello che ha avuto l'impatto maggiore su di me. Mi sono scoperto letteralmente trascinato da quell'età in cui i bambini si stanno per lasciare l'infanzia alle spalle. Quando hai dodici anni, sei ancora con un piede dentro l'infanzia; l'altro si sta posando a terra per entrare in una fase della vita del tutto nuova. La tua comprensione innocente del mondo si sta trasformando in qualcosa di più complicato e più incasinato, e non tornerai più indietro. Stephen King sa rendere l'intera situazione in maniera eccellente, e con tanta di quell'umanità, per i ragazzini nel racconto. Al loro rientro a casa hanno tutti avuto cambiamenti fondamentali. Nessuno dei quattro sarà più lo stesso di prima.

Quella storia l'ho letta senza sapere che un giorno avrei scritto di tematiche affini. Ho scritto molto sull'infanzia — in tutti e tre i miei libri, a ben vedere. Mi affascina il modo in cui le esperienze che si fanno in quegli anni possono perseguitare un individuo e tornare a fargli visita, rimanere una presenza della sua vita per decenni e decenni, e tramutarlo addirittura nell'individuo che sarà alla resa dei conti. "Il corpo" è una fotografia di questa idea, la migliore di qualsiasi romanzo che io conosca. Mi ha commosso nel profondo, e mi commuove tuttora.

Anni dopo riesco a capire che quell'incipit meraviglioso di quella storia aveva degli strati che non sono stato in grado di apprezzare da giovane uomo e scrittore non ancora pubblicato. Gordie, il narratore adulto della storia, guarda indietro alla sua infanzia con la paura di non rendere giustizia al racconto che vorrebbe scrivere:

Le cose più importanti sono le più difficili da dire. Sono quelle di cui ci si vergogna, poiché le parole le immiseriscono – le parole rimpiccioliscono cose che finché erano nella vostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori. Ma è più che questo, vero? Le cose più importanti giacciono troppo vicine al punto dov'è sepolto il vostro cuore segreto, come segnali lasciati per ritrovare un tesoro che i vostri nemici sarebbero felicissimi di portare via. 

Quando ho letto queste righe la prima volta avevo vent'anni: non più un adolescente, ma sicuramente un giovane uomo. In particolare a quell'età senti che il mondo non riesca a capire chi sei… se solo le persone potessero guardarti dentro e sapere tutto quello che ti porti appresso! In realtà questo passaggio mostra quanto noi tutti siamo soli. Quanto profondamente viviamo nella nostra testa, e quanto la persona che cammina per strada e stringe le mani agli altri sia solo un'approssimazione del nostro io interno. Il personaggio in cui risiediamo pubblicamente è solo un'approssimazione di chi siamo dentro, la versione rinsecchita e distorta di noi stessi che presentiamo al mondo reale. Questo succede perché le cose che per noi sono più importanti, quelle che per noi sono davvero vitali, sono in qualche maniera perversa le più difficili da esprimere. Ho provato tutte queste cose come giovane uomo che leggeva "Il corpo" per la prima volta.

Eppure adesso riesco a vedere ciò che non vedevo all'epoca: questo passaggio è una delle affermazioni più veritiere in cui mi sia mai imbattuto sul mestiere degli scrittori. Scrivi perché nella tua testa c'è un'idea che ti sembra così genuina, così importante, così vera. E poi, quando quell'idea passa attraverso i diversi filtri della tua mente, e tra le tue mani, e sulla pagina o sullo schermo del computer, diventa distorta, e viene sminuita. Se hai fortuna ciò che finisci per scrivere è un'approssimazione, o qualsiasi altra cosa fosse di quello che volevi scrivere.

Quando accade è solo un temperato monito dei tuoi limiti come scrittore o scrittrice. Può rivelarsi davvero frustrante. Solo a volte, quando scrivo, un pensiero riesce a passare incontaminato, imperturbabile, dalla mia testa allo schermo, chiaro come attraverso un vetro. E' una sensazione inebriante, euforica, sapere che ho comunicato qualcosa di così reale, così vero. Ma non capita di frequente. (Posso solo immaginare che ci siano scrittori in grado di scrivere così sempre. Dev'essere la differenza tra la grandezza e l'essere solo bravi.)

Anche i miei libri quando li ho completati sono solo un'approssimazione di quello che intendevo fare. Cerco di colmare quel vuoto, per quanto mi è possibile, il vuoto tra ciò che volevo dire e ciò che ho effettivamente scritto sulla pagina. Ma c'è sempre un vuoto, è sempre lì. E' davvero, davvero difficile. E ti rende più umile.

E poi c'è da considerare un altro strato. Non sarai in grado di esprimerti alla perfezione, magari, ma il tuo pubblico è composto da ascoltatori imperfetti. Gordie parla anche di questa specifica ansia:

E potreste fare rivelazioni che vi costano per poi scoprire che la gente vi guarda strano, senza capire affatto quello che avete detto, senza capire perché vi sembrava tanto importante da piangere quasi mentre lo dicevate. Questa è la cosa peggiore, secondo me. Quando il segreto rimane chiuso dentro non per mancanza di uno che lo racconti ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare.

Temiamo che saremo incompresi, e talvolta lo saremo sul serio. Le più potenti emozioni umane sono terribilmente difficili da spiegare in un modo che non le sminuisca o che non ti renda un po' ridicolo nell'esprimerle. E' fin troppo facile volerle salvaguardare, tenerle chiuse in un cassetto, anziché correre il rischio di non essere compresi o di incappare in qualche cattivo ascoltatore.

Ma è a questo che serve l'arte: serve sia ai lettori sia agli scrittori per superare i rispettivi limiti e incontrare qualcosa di autentico. Sembra un miracolo, vero? Che qualcuno sia in grado di articolare in maniera così chiara e così bella qualcosa che esiste dentro di te, avvolto in un sudario di nebbia. L'arte, quando è grande, lo raggiunge attraverso la nebbia, riesce a giungerne al cuore segreto, e lo mostra a te, lo tiene tra le mani davanti a te. Se ne hai l'occasione, è un'esperienza che rivela tante cose, commovente in maniera straordinaria. Ti senti compreso. Ti senti udito. Ecco perché ci rivolgiamo all'arte, per sentirci meno soli. E siamo meno soli. Hai l'opportunità di vedere, attraverso l'arte, che altri si sono sentiti come te, e ti senti meglio.

Ho cominciato a scrivere molto presto. Da quando ho imparato a usare una penna. Amavo l'idea di cercare di dare voce a ciò che avevo dentro, di creare ciò che per me era reale. E ho continuato a scrivere per tutta la mia vita, a sviluppare e approfondire questa compulsione con cui sono nato. Allo stesso tempo, è per me un incredibile onore e un piacere sapere che una persona ha letto il mio libro. Ricevere una lettera incredibilmente appassionata in cui mi viene spiegato come qualcosa che ho scritto ha toccato un'altra persona in maniera autentica. Che regalo enorme che è, quando sono io a riceverlo. Non esiste una ricompensa migliore, come scrittori, di questa.

Nota in calce:

1. Naturalmente Hosseini ha letto "Stagioni Diverse" in lingua originale, mentre io ho riportato l'incipit tradotto da Bruno Amato. Vi confesso solo che l'ho ritrovato tramite web, perché mettermi a caccia di "Stagioni Diverse" nella mia libreria sarebbe stato un lavoraccio infame allo stato attuale.

Recensione | Film | Due ragazze innamorate

Titolo originale: The Incredibly True Adventure Of Two Girls In Love  
Titolo italiano:  Due ragazze innamorate 
Regista: Maria Maggenti   
Interpreti: Laurel Holloman, Nicole Parker, Kate Stratford, Nelson Rodriguez, Maggie Moore
Anno: 1995
Lingua originale: Inglese 
Genere: Drammedia, Coming of Age
Sceneggiatura: Maria Maggenti 

Casa di produzione: New Line Cinema, Smash Picture
Musiche: Terry Dame

Adorabile. C’è una sola parola per esprimere al meglio questo film: adorabile. È il classico film che decidi di guardare una sera in cui non hai nulla da fare, appena compaiono i titoli di testa sullo schermo/senti la colonna sonora/assisti a certi shot lo trovi alquanto amatoriale, a mano a mano che la narrazione procede lo consideri "carino" e "fresco"… e ciononostante ti lasci sedurre da storia e personaggi, dalla sua aria da pièce teatrale e al contempo commedia romantica un po' fuori dagli schemi, ti ci affezioni, e completi la visione con un sorriso sincero stampato in volto. Era proprio quello di cui avevi bisogno, ti ha regalato allegria, emozioni e speranza, è stata un'esperienza sicura ma euforizzante. Un po' come il primo amore per alcune persone

Perché di questo si tratta qui: primo amore, nella fattispecie un primo amore gay, ma che viene vissuto dalle protagoniste come una qualsiasi storia romantica (illuminante è Evie che dopo aver fatto coming out con le amiche specifica "Non vi ho detto di essere gay, vi ho detto che mi sono innamorata"), anche se inframmezzata da angosce per il futuro, problemi familiari agli antipodi, scuola che sembra un penitenziario e relazioni umane in bilico. E per quanto il finale del film sia abbastanza aperto, come spettatrice puoi sperare il meglio per le ragazze persino abbandonandoti all'ideologia del "sarà quel che sarà". 

Protagonista assoluta della vicenda è Randy Dean, una diciassettenne cresciuta dalla zia Rebecca quando la madre fanatica religiosa l'ha abbandonata per portare avanti la sua causa antiabortista nel mondo. Sia Randy sia Rebecca sono lesbiche (a casa di Rebecca peraltro vive anche la sua compagna), e questo fa di Randy un'emarginata, sfottuta persino dai professori che la accusano di essere una perditempo con la testa tra le nuvole, allontanata dai compagni che la giudicano una poco di buono e una che "ostenta la sua sessualità" solo per avere un look tomboyish, e con un unico amico a tenerle compagnia durante le ore passate alla "prigione di Wallace".

Di primo acchito Randy dà l'impressione di un'adolescente che pensa con la sua testa e non si lascia piegare da nessuno, inafferrabile ed energica come una delle canzoni di Billie Holiday (la sua cantante preferita), e talmente sicura di sé da non aver problemi a sedurre una donna sposata né a sopportare il bullismo giornaliero… ma andando a scavare scopriamo un personaggio stanco della sua vita, semidepresso, che non riesce a concentrarsi sui doveri scolastici e cerca nei suoi flirt con Wendy, nelle ore passate a lavorare alla pompa di benzina della sua amica Regina, nei suoi ciclici esercizi con la chitarra, una via di fuga. Non credo di fare un volo pindarico nell'affermare che Randy vorrebbe essere una delle supereroine che disegna di continuo, anche sui quaderni che dovrebbe riempire di cose più concrete, che vorrebbe avere la situazione in pugno ogni volta (esemplificativa è la scena nel motel con Evie in cui iniziano a litigare: si sta intestardendo a trovare una soluzione perché vuole dimostrarsi all'altezza, e per lo stesso motivo si sta focalizzando solo sui suoi rovelli personali dimenticando quelli dell'altra). Eppure ho gradito un sacco l'interpretazione di Laurel Holloman: è stata capace di non renderla eccessivamente "tosta" e astiosa, bensì buffa, ironica, disincantata e, manco a dirlo, adorabile. 

Altrettanto adorabile è la coprotagonista, Evie Roy, che malgrado abbia la stessa età di Randy e frequenti la stessa scuola non potrebbe essere più diversa: tranquilla, posata, riservata, sorridente e con una paura matta di fallire, restia a lanciarsi in qualunque impresa e allo stesso tempo piena di voglia di vivere, di esplorare, di cercare. Ma siamo sicur* che Evie e Randy siano così diverse? E se Evie indossasse soltanto una maschera da Uptown Girl dal carattere di una Girl Next Door, maschera di cui si accorge pure Randy ("Quello che mi attira di lei è che non è ciò che sembra") e che la loro relazione contribuisce a far cadere? 

Evie non sarà depressa, ma ha sicuramente molti problemi in vita sua, primo fra tutti un'ansia spropositata (da qui il terrore di fallire) che le ha generato in parte la madre in parte il suo paranoico primo ragazzo, Hayjay. Evie sente la pressione in una maniera dalla quale Randy è messa al riparo, "protetta" dal suo status ai margini della gerarchia sociale. Evie ha la sensazione di dover sempre dimostrare qualcosa a qualcuno, e se non riesce a fronteggiare la situazione, come le capita la maggior parte delle volte, tira fuori un senso dell'umorismo autolesionista misto a cortesia eccessiva ("Oh, grazie, grazie infinite di avermi aiutata, io sono così imbranata", "Sono troppo ansiosa, tu sei molto più in gamba di me"); la tipica paura di non piacere che nasce quando non ci piacciamo noi stessi

Tuttavia, Evie non è solo la tipa che ti abboffa di chiacchiere nervose; è incline all'ascolto e alla memoria, tenta di giudicare il meno possibile e ha una mentalità decisamente più aperta della gente che la circonda. Evie è prontissima a lasciarsi andare con Randy e ad amarla, e non ha proprio voglia di comprimere dentro di sé la sua felicità, al punto da raccontare alle sue amiche di stare con una ragazza e affrontare i loro rifiuti. Col cuore spezzato, certo, ma a testa alta, perché è convinta di non aver fatto nulla di male. Si sente la stessa persona di prima, solo più felice. E, heck, anche Randy si sente più felice con lei, visto che supera la sua depressione e alla fine della storia si promettono di rimanere insieme e di risolvere qualsiasi problema si pari loro davanti. 

Se dovessi scegliere il mio pg preferito tra le due direi che Randy batte Evie di poco, mostly per l'interesse che mi genera; Evie è più una in cui mi identifico, Randy è più una che mi attira

Per quanto riguarda il rapporto tra le due protagoniste… definirlo adorabile ne impoverisce il valore effettivo e gli sottrae parecchia profondità. Di rado una relazione mi ha toccata in questo modo al cinema, non importa se omo o etero, e più giù, quando mi metto ad elencare le mie scene preferite di questo film, confesso di aver fatto una selezione bestiale, perché per quanto mi riguarda quasi ogni singola interazione tra Randy e Evie è qualificabile come la mia scena preferita.

L'intero rapporto di Evie e Randy è improntato sulla conoscenza reciproca: a dispetto delle affermazioni delle amiche cretine di Evie ("Comunque non credo proprio che sia il tuo tipo, secondo me non sa neanche leggere!"), Randy è sensibile all'arte e legge con interesse e diletto il libro di poesie che l'altra le ha prestato ("Foglie d'erba" di Walt Whitman, che Evie le ha prestato dopo aver saputo da Randy che Randy ama starsene sdraiata sull'erba fresca e respirarne l'odore), tanto che alla fine del film diventa la loro "Bibbia", il fondamento del loro amore; malgrado alle due piacciano generi musicali diversi — il rock n' roll e la musica classica — attraverso la musica raggiungono entrambe un posto tranquillo in cui si liberano di ogni emozione negativa (e quando si scambiano le cuffie per ascoltare l'una i CD dell'altra è di sicuro un'esperienza di crescita); parlando, si accorgono di avere le stesse convinzioni sulla vita di coppia ("La gente dovrebbe agire per amore, non per obbligo"), e al di là di quello, parlano di qualsiasi cosa — come pensano di essere a trent'anni, il fatto che sperano di stare ancora insieme una volta arrivateci, le materie che preferiscono a scuola e il modo in cui libri interessanti vengono censurati e stravolti privando gli studenti delle parti più succulente… 

E quando non parlano ma agiscono e basta? La maniera in cui si toccano è sempre delicata, paziente, spensierata e sbarazzina. Può essere un bacio sul naso o una piroetta, un appoggiare la testa in grembo all'altra o uno scompigliare i capelli, una danza assieme o una bevuta di vino incrociando le braccia che reggono il rispettivo bicchiere, un semplice tenersi per mano e un bacio che comincia leggero e arriva ad un coinvolgimento totale. 

Infine, "Due ragazze innamorate" ha il pregio di mostrare una relazione così bella in cui non mancano occasioni di lite (chi ha letto "Non credere alla finzione" e conosce le mie opinioni in merito sa che rimpiango un sacco di non aver fatto litigare in screen Angela e Alessandro…). This said, neppure nei momenti in cui si dimostrano insensibili l'una verso l'altra, ognuna concentrata sui propri problemi, la faccenda dura granché; la loro unione è forte e stabile, e le affinità sono di gran lunga maggiori delle differenze. 

Stringi-stringi sugli ultimi quattro paragrafi: Ho visto molti film in cui c'è una storia d'amore in primo piano e nonostante tutto lo screentime dedicato ad essa mi sono ritrovata a domandarmi se i personaggi si amassero sul serio — invece qui non ho il minimo dubbio, e trovo l'amore che le lega meraviglioso e invidiabile, nonché tenerissimo. 

Anyhow, mi rendo conto di essermi dilungata troppo sul legame delle protagoniste, essendo l'aspetto del film che ho adorato, perciò mi fermo qui e passo agli altri personaggi. ^^' 

Partendo dal parentado, abbiamo la zia Rebecca, una donna mascolina, dal piglio deciso e (ma questa è un'interpretazione mia) molto preoccupata e in ansia per la nipote. Credo che Rebecca sia molto legata a Randy, e che la sua severità sia solo un riflesso del terrore che gliela portino via, dal momento che la situazione familiare è agli occhi del mondo esterno molto confusa. Ciò non significa che non sia capace di pacatezza, come quando tenta di calmare la madre di Evie dopo che le due ragazze hanno passato la notte insieme riducendo la casa di Evie in condizioni pietose. A stemperare ulteriormente la sua seriosità c'è la sua compagna attuale, Vicky, una donna ironica e un po' svampita che, proprio come Randy, aveva bisogno di un posto dove stare e di un cuore generoso che glielo concedesse. Anche se quando arriva Lena, l'ex gentile e sorridente ed esperta di boxe di Rebecca, Vicky ne è gelosa e passano i tre quarti del film a litigare sullo sfondo, con piccole punzecchiature che non arrivano mai a uno scontro tremendo — anche se ho apprezzato particolarmente il fatto che, non appena si scopre che Randy non abbia i voti necessari per diplomarsi, entrambe si trovino d'accordo per la prima volta e tentino di placare Rebecca. xD Passando alla famiglia Roy, abbiamo una figura molto più controversala signora Roy, per certi versi simile a Erica Sayers del Cigno Nero. Da un lato è genuinamente affettuosa e premurosa verso Evie — anche troppo, la spupazza in una maniera quantomai inappropriata per una diciottenne, e benché Evie ricambi il suo amore, più volte le chiede perché trovi così difficoltoso pensare che voglia emanciparsi –, ma dall'altro è repressiva, le ha impedito di crescere del tutto, si irrita da morire all'idea che la figlia possa avere una vita privata/nasconderle qualcosa e se Evie si "ribella" un po' troppo per i suoi standard passa alle minacce velate e non. Nel complesso non sembra una mamma da arrestare, assolutamente u________u Si avverte che tiene tantissimo ad Evie, che tenta di bilanciare il tempo con lei al suo prestigioso lavoro che la costringe a conferenze anche il giorno del diciottesimo compleanno della figlia, presentandosi in anticipo di nuovo a casa per farle una sorpresa; è solo che non sa quale sia davvero il bene di Evie. 

Altro personaggio abbastanza importante nell'economia della storia è Frank, adolescente gay occhialuto e dall'aria sfigatella che fa da contraltare alla sua migliore amica, Randy (Masculine Girl, Feminine Boy, anyone?). Purtroppo non mi è piaciuto il lavoro che abbia fatto Maria Maggenti con lui: nonostante venga rimarcato che passa un sacco di tempo a casa Dean non lo vediamo manco una volta lì (Show, don't tell gettato alle ortiche…), il suo unico proposito nella storia è di aiutare Randy a raggiungere i suoi scopi romantici e non e nel frattempo fare da spalla comica, e l'unico brandello di vita autonoma che abbia è di avere tutte avventure da una botta e via con ragazzi (Randy dice che Frank "parla solo di culi"), perché si sa che gli uomini pensano solo al sesso e non sono capaci di avere una storia dolce e tenera e adorabile. On top of that, nel climax tradisce pure Randy rivelando alla zia e alla madre di Evie infuriate che le due si sono nascoste nel motel Tal dei Tali in attesa di capire come fare a risolvere la situazione — la casa di Evie a soqquadro, la signora Roy che le ha scoperte a letto insieme e ha urlato di tutto, i voti troppo bassi di Randy che non le consentono di diplomarsi, le amiche di Evie che la evitano come la peste adesso che ha una ragazza, ogni loro bugia svelata. C'è chi direbbe che Frank abbia fatto quello che era più giusto per calmare le ansie genitoriali delle donne, e mi sta bene; quello che non mi sta bene è che nel processo ci faccia la figura del vigliacco cedendo all'istante. Certo, mentirei se scrivessi che Frank non mi piaccia come pg: è divertente a modo suo, con quella sua aria da secchione e da outsider, un po' paterna un po' arrogantella un po' bonaria. Avrei semplicemente gradito che fosse sviluppato di più, nell'indole, nel suo ruolo nella vicenda e nella sua sfera affettiva indipendente da Randy. 

"Due ragazze innamorate" ha inoltre un pg che all'inizio sembra pessimo ma si rivela migliore nel finale: Wendy, una donna di quasi trent'anni capricciosa, frivola e con manie di protagonismo che ha rappresentato il primo flirt di Randy. Le piace tenere gli altri sulla corda e farli ballare come vuole, non appena Randy smette di starsene "sotto il suo schiaffo" lei si vendica spifferando della loro tresca con Alì (suo marito, che non mi risulta difficile immaginare abbia sposato solo per i soldi…) e dopo si precipita alla pompa di benzina tentando di calarsi nei panni dell'adulta angosciata e calorosa verso il suo tesoruccio bistrattato. Quando vede che le gira male perché Randy è felice con Evie scompare dalla storia per un po'… ma nel momento in cui le due sono nei guai e non sanno come pagarsi la stanza di motel accorre subito in loro aiuto; suppongo che l'abbia fatto per sentirsi di nuovo protagonista ed eroina, per solidarietà umana/cameratismo femminile, per un affetto residuo verso Randy, perché trovava divertente la situazione di due fuggiasche e ci riconosceva qualcosa di sé e della sua libertinaggine… anyhow, ho apprezzato e me l'ha fatta risalire nelle quotazioni. =) 

Speaking of the great finale… quello ha qualcosa di farsesco ed è il momento in cui si sente di più il tocco teatrale di questo film. Si sono radunati tutti i conoscenti di Randy e Evie fuori dal motel che le esortano a venire fuori, l'ansia è alle stelle, la tensione si taglia a fette, ognuno di loro ha i suoi battibecchi all'esterno, Randy e Evie hanno litigato e rifatto l'amore e adesso devono decidere con che faccia uscire e affrontarli uno per uno… e noi come spettatori non possiamo fare altro che pensare che le persone realmente "ridicole" e "nei guai" siano quelle che le aspettano fuori. Ho adorato come le protagoniste escano dalla porta tappandosi le orecchie per ridimensionare il baccano, si guardino negli occhi e recitino una poesia di Walt Whitman, perché non l'ho vista come un blando, sdolcinato "per me esisti solo tu"; l'ho vista come un "grazie a te sento delle cose in più, voglio continuare a sentirle, dammi la forza e resta con me". Naturalmente anche l'atto di uscire fuori, affine all'inglese "coming out of the closet" e comune ad altri film gay, è stato qualcosa di adorabile. È uno di quei simbolismi che a parer mio non perdono mai originalità, in un mondo ancora omofobico dove uscire dall'armadio (o dalla stanza di un motel) è una prova di grande coraggio. 

Mie scene preferite: 

Randy che infila un messaggio per Evie nel suo armadietto; Evie che le presta "Foglie d'erba" e finiscono a parlare di poesia e musica; Randy e Evie che ascoltano il "Dies Irae" di Mozart in macchina; la scena al bar in cui si prendono per mano; Randy che riflette su come chiedere a Evie di venire a cena a casa sua; la scena di costruzione del rapporto amoroso tra Evie e Randy; la scena di sesso; Alì che becca la macchina di Wendy nel parcheggio del motel e si mette a sbraitare. 

Recensione | Film | Molto forte, incredibilmente vicino

Titolo originale: Extremely loud and incredibly close
Titolo italiano: Molto forte, incredibilmente vicino
Regista: Stephen Daldry
Interpreti: Thomas Horn, Tom Hanks, Sandra Bullock, Max von Sydow
Anno: 2011
Sceneggiatura: Eric Roth
Soggetto: Tratto dal romanzo omonimo di Jonathan Safran Foer
Lingua originale: Inglese
Genere: Drammatico, Coming of Age, storico
Musiche: Alexandre Desplat
Fotografia: 
Chris Menges
Casa di produzione: Warner & Bros., Paramount Pictures

Ho scritto questa recensione diversi mesi fa per Geekjake, e ho deciso di pubblicarla anche qui, soprattutto per domani…

Buongiorno!

Come promesso, eccoti le mie impressioni su “Molto forte, incredibilmente vicino” di Stephen Daldry. Ti avevo menzionato che il film mi era risultato neutrale, nonostante io abbia scoperto girando la rete per avere altre informazioni che la maggior parte della gente ha avuto reazioni forti, sia di disprezzo (“E’ un film che cerca a tutti i costi di strapparti una lacrima, se non ti piace Oskar non ti piacerà affatto mentre il libro dava spazio anche ad altri personaggi, Stephen Daldry si è venduto agli americani mentre con Billy Elliot aveva fatto un film di valore, è una favoletta post 11 settembre!”) sia di lode (“E’ fedelissimo al libro, è un ritratto realistico di un ragazzino con la sindrome di Asperger, e quando mai sarebbe una favoletta post 11 settembre? Il regista e gli attori hanno parlato con le famiglie delle vittime per rappresentare in maniera accurata il loro dolore, ed esattamente come in Billy Elliot il protagonista deve lavorare per avere il suo lieto fine!”). In effetti non è la prima volta che un film osannato o criticato aspramente mi risulta neutrale: mi è successo con dei veri e propri cult che erano particolarmente controversi in vita mia, e ogni tanto mi sono risultati addirittura semi indifferenti. Se la prendi nel verso buono, può darsi che con l’andare del tempo “Molto forte, incredibilmente vicino” diventerà un cult cinematografico Emoticon wink😉

Stando seri, il film non mi è risultato indifferente. Diciamo che la mia opinione nel complesso è che sia un film con delle premesse eccellenti:

– Parla di una delle vicende che hanno sconvolto di più l’umanità nel terzo millennio, e il fatto che sia accaduta più di dieci anni fa ti induce delle riflessioni sul tempo che passa, su quanti passi avanti (o indietro) abbiamo fatto da allora in materia di diritti umani, dignità e così via… e lo fa concentrandosi sul dopo, sulle vicende private delle famiglie di quelli che sono morti, invece di spettacolarizzare una tragedia come hanno fatto altri film, istigare all’islamofobia e celebrare l’America.

– E dal momento che si concentra su un microlivello di conflitto, sulla sfera privata, sulla vita di un singolo individuo e di quelli che lo circondano, il mio interesse non può che accendersi (io preferisco le storie dove il conflitto è più interiore che esteriore, e dove i personaggi sono complessi e sfaccettati, mentre molto spesso posso passare sopra ad una trama banale e sfilacciata). Non fa che ricordarmi che nel corso della storia accanto a eventi di portata macroscopica che studiamo nei libri ci sono state persone comuni che l’hanno vissuta sulla propria pelle, che c’erano dentro, e mi fa sentire molto più connessa al genere umano.

– Se poi ci aggiungiamo le tematiche che il film affronta, come il fatto che sia un Coming of Age, che esplori molto a fondo il mondo interiore di un personaggio, che il personaggio in questione viva un conflitto dilaniante, che sia molto improntato sulle relazioni umane, che faccia informazione su come vede il mondo un ragazzo con l’AS, che ci sia una ricerca da portare a termine per trovare se stessi o la persona che abbiamo perso o una persona che ci stava cercando per tutto il tempo, il mio interesse sale parecchio.

Quindi, quello che non me l’ha fatto apprezzare in maniera esponenziale non è di *cosa* parla, ma di *come* ne parla. Cominciamo dal principio.

Devo ammettere che se non avessi letto che il film era di Stephen Daldry non l’avrei riconosciuto. Non ho visto nessuna traccia della sua personalità, nessun guizzo di britannicità, come se il materiale narrato non gli appartenesse fino in fondo (cosa che in effetti è probabile). Sento che lui ha rispetto per la storia, ma che non la capisce completamente perché non l’ha sperimentata – o forse è stato lavorare con gli americani su qualcosa che ha colpito al cuore gli americani che lo ha un po’ frenato dall’aggiungere “quel qualcosa in più” che mi facesse capire che è lui che lo sta vivendo assieme a Oskar (ossia la colonna portante del film). Non che il suo stile di regia sia stato pessimo, chiariamoci: è semplicemente strano sapere che è un film diretto da lui. Lo stile di regia lo definirei “classico”, con molti primi piani (essenziali quando dobbiamo seguire lo sguardo e i pensieri di un personaggio in particolare), inquadrature dall’alto, alcuni flashback che non hanno nulla di intrusivo o di fuori luogo ma si inseriscono con cura nella pellicola, una certa eleganza nel montaggio, un ritmo né troppo veloce né troppo lento. È uno stile di regia che accosterei a Jonathan Demme o a Frank Darabont.

Anche la musica la definirei “classica”, negli strumenti come nel leitmotiv. Proprio per questo, tuttavia, posso dire che sia uno stile gradevole, che apprezzo, ma non che sia uno stile memorabile che ha lasciato il segno dentro di me. E anche la musica, è bella da sentire ed è molto appropriata al film, delicata e raffinata quanto basta, ma una volta finito di vedere “Molto forte, incredibilmente vicino” non mi ricordo una nota che sia una. Va bene, sto mentendo, il leitmotiv me lo ricordo, ma solo perché l’ho ascoltato poco fa Emoticon tongue :p

Quindi la mia opinione sullo stile è che sia quello classico da film occidentale, soprattutto dei Paesi anglosassoni. Ci possono venire su dei capolavori con quello stile, ma se non ci sei dentro e non ci sai fare al mille per mille verrà fuori uno stile bello e già conosciuto, amen.

Andando avanti, veniamo al fulcro del film: i personaggi.

Nessuna delle recensioni che ho letto, neppure quelle che hanno considerato il film una schifezza, ha avuto il coraggio di fiatare sulla bravura di Thomas Horn, e io mi aggrego al coro: è un attore molto espressivo, fotogenico, serio, introspettivo, che si inserisce bene in una scena e penso che sia arrivato al cuore del suo personaggio – chissà se per un’affinità con la sua indole o per talento recitativo. Insomma, credo che calzi a pennello per il personaggio di Oskar. Su Oskar invece… ti confesso che la prima volta che ho visto questo film la mia reazione è stata mista. Neppure io approvavo certi suoi scoppi di ira, ma intuivo la sua sofferenza e anche se non lo giustificavo tentavo di capirlo. Studiandomelo meglio le volte successive, alla luce di quel poco che so sulla sindrome di Asperger e cercando dei punti in comune con me stessa, ho cominciato a capirlo un pochino. Invece di vederlo come egoista e anaffettivo, l’ho visto come riservato, tormentato e pieno di amore verso i suoi genitori, anche se con problemi a dimostrarlo – ma non mancano i suoi momenti di tatto e dolcezza, come quando chiede a Abby che ha appena divorziato se può darle un bacio o se il marito di Abby che ricorda il padre morto abbia bisogno di un abbraccio. Mi sono accorta appieno della sua intelligenza, del suo modo straordinario di risolvere un problema, e del suo coraggio su cui ruota tutto il suo percorso di crescita individuale. È il coraggio di voler elaborare il lutto che lo spinge fuori di casa, anche se sempre accompagnato dal suo tamburello perché lo placa, che lo spinge a prendere i mezzi pubblici e la metropolitana, che lo spinge a guardare e ascoltare alcune persone. È il coraggio di sapere che non deve smettere di cercare che lo porta a provare l’esistenza del sesto distretto e a salire sulla stessa altalena su cui era salito il padre, fino a volare e a immaginare che il padre non sia mai caduto da un grattacielo ma sia tornato al suo posto (come nella bellissima scena finale, in cui davvero ogni cosa torna a posto). Dopo aver parlato con il marito di Abby, quando corre per strada e una volta a casa si mette a stracciare la sua mappa, ho provato molta solidarietà per lui e molta vicinanza. Nelle altre scene sostanzialmente è un personaggio che stimo a distanza, del quale condivido alcune paure e alcune difficoltà ma di cui non posso capire del tutto la mente, troppo rigida e matematica rispetto alla mia (emblematica è la scena in cui dopo aver calcolato quanti minuti avrebbe dovuto passare assieme ai vari Black specifica che non erano mai quanti si aspettava lui, e dice con un po’ di rancore che le persone non sono numeri, ma lettere; la mia reazione è stata “Grazie alla minchia, ti aspettavi davvero di poter prevedere tutto quanto, anche i minuti che avresti passato con ogni singol* Black? Meno male che le persone non sono così fredde e prive di vita”).

Riguardo agli altri personaggi, ogni tanto mi domando come mai alcuni registi prendono attori famosi abituati a interpretare i protagonisti quando tutto il film si deve reggere su un unico personaggio, e quegli attori finiscono ad essere personaggi minori o comparse. Può darsi che sia una crescita per loro, che per lo meno così agli spettatori e alle spettatrici sia garantito che avranno un cast eccellente, ma molto spesso li trovo sprecati.

Chi se la cava meglio qui è Tom Hanks, che ha il calore, l’affetto, la solidità e la protezione necessaria verso Oskar per farmelo amare e per farmi capire che ha perso una figura paterna eccezionale. Apprezzo il modo in cui si apra tanto con Oskar, come non lo tratti mai con un atteggiamento da “tu sei un bambino”, come allo stesso tempo vegli su di lui, come lo aiuti a interagire con le altre persone organizzando le spedizioni esplorative. Probabilmente è stato bravissimo a conciliare l’intelligenza di Oskar, la sua curiosità e vari tratti della sua personalità per farlo aprire verso il mondo esterno, e fargli pensare (per lo meno fino alla sua morte) che anche se deve superare degli ostacoli è tutto programmato, e che lui non lo perderà di vista un secondo. Ed è ammirevole che, dopo essere stato abbandonato dal padre, abbia deciso di diventare per Oskar il padre che lui non ha avuto.

Viceversa Kate Beckinsale non mi ha colpito; il suo personaggio si può riassumere principalmente come una donna distrutta dal dolore, e quella la interpreta bene. Negli altri momenti in cui avrebbe potuto dare più profondità al suo personaggio, come quando è una moglie devota o preoccupata o deve dimostrare a Oskar che veglia su di lui esattamente come faceva il padre, è anonima. La mia solidarietà verso di lei nasce dal fatto che trovo Oskar troppo duro nei suoi confronti nella scena in cui si mette a urlare perché vuole essere seppellito in un mausoleo e la rabbia e il dolore montano finché non le dice che avrebbe preferito che nel grattacielo ci fosse stata lei. Lì la prima volta mi è venuto da urlare “Ma cosa credi, di soffrire solo tu?”, la seconda mi sono accorta di più sfaccettature nella reazione di Oskar, di come le si avvicini verso la fine, di come anche se non apertamente soffra perché lei non lo sa prendere come suo marito. Anche se alla fine lei lo sorprende.

Max von Sydow ha dichiarato che alla sua età è stata una sfida recitare solo con gli occhi e con le mani, e Stephen Daldry si è dichiarato sicuro che, nonostante avessero tagliato tutta la parte della storia che riguardava Dresda nell’adattamento cinematografico, grazie al talento dell’attore il personaggio sarebbe stato ben reso. E invece, per quanto talentuoso sia l’attore, io non l’ho colto del tutto. Avrei voluto che fosse più approfondito, perché tutto quello che penso su di lui è che mi faccia una pena tremenda quando decide di prendere sotto la sua ala Oskar accompagnandolo nella sua spedizione esplorativa e si ritrova a convivere con un ragazzino intollerante e dittatoriale, che lo riempie di domande personali e che lo tortura facendogli sentire i messaggi del figlio morto. Capisco che anche il nonno abbia le sue colpe, e che stia cercando di riscattarsi prendendosi cura del nipote, ma Oskar si ritrova ad aver a che fare con un uomo ancora più traumatizzato e pieno di rimorsi di lui, e penso che si comporti con il nonno esattamente come non vorrebbe che gli altri si comportassero con lui, stuzzicando i suoi punti deboli e le sue ferite quando vorrebbe aiutare.

Ancora più anonima è la nonna di Oskar, sulla quale non trovo nulla da dire. Forse solo che sia molto solitaria. Anche Abby Black mi sembra anonima, esattamente come suo marito, anche se uno straccio di personalità potrei averlo intravisto, ossia quello di un uomo ben piazzato, sicuro di sé all’apparenza ma con scheletri nell’armadio e in cui non mancano momenti di fragilità, delicatezza e conflitto interiore.

Veniamo a una cosa del finale che mi ha fatto un po’ strabuzzare gli occhi: il fatto che mi sa troppo di vissero tutti felici e contenti. Voglio dire, Oskar ha finito la sua spedizione esplorativa e trova un messaggio di suo padre sull’altalena in cui si congratula con lui perché ha portato a termine con successo il suo compito ed è riuscito a provare l’esistenza del sesto distretto, anche se è passato oltre un anno da quando ce l’ha messo? Realismo, questo sconosciuto? Mi ha talmente sorpreso che sono andata a controllare a venticinque minuti, quando erano davanti all’altalena, se il padre avesse fatto un gesto in cui metteva una cosa sull’altalena non meglio specificata, ma non ho visto nulla. E anche se fossi stata distratta io e l’avessero mostrato in altri momenti del film, non riesco a non vederlo come semi impossibile. Penso che ci sarebbero stati altri modi di mostrare che Oskar non sarà mai solo e che nonostante il padre sia morto sarà sempre con lui.

Mi fa piacere che l’inquilino sia tornato grazie a Oskar, che forse abbia fatto pace con se stesso e abbia cominciato a superare lo shock, o che Abby e il marito siano di nuovo sposati, ma ho sempre l’impressione che questo particolare qui sia troppo da favoletta.

Una cosa che mi domando guardando Oskar, ma che esula da questo film e coinvolge la cinematografia di massa è una certa tendenza che ho notato quando si devono rappresentare personaggi con l’Asperger. Nel senso che, nella mia ignoranza, ho notato che al cinema c’è una certa fissità di ruoli per i personaggi così. Sembra che ad avere l’Asperger siano solo ragazzini maschi di età non superiore ai quindici anni, cissessuali, eterosessuali, magri, bianchi e con una certa propensione per l’esplorazione e il risolvere dei misteri, e l’unica variante che riesco a trovare è quella in cui il protagonista con l’Asperger è un adulto un po’ infantile, timido, impacciato e che suscita tenerezza per il suo candore. Va bene che secondo le statistiche ci sono più uomini che donne ad avere la sindrome di Asperger, ma non è che le donne e le ragazze non esistano, no? E le persone demisessuali o asessuali? Quelle che non sono WASP? E come se non bastasse, mai una volta che vedessi un personaggio così che sia nella comunità LGBT. Non voglio sminuire di una virgola il ritratto che Oskar dà dell’Asperger dato che tante persone che ce l’hanno realmente ci si sono identificate, né il suo essere un buon personaggio, e come se non bastasse so che Jonathan Safran Foer non aveva neppure pensato a renderlo autistico nel libro, ma quello che intendo io è che, per lo meno nel cinema di massa, i personaggi che ce l’hanno sono solo così. Come se non esistesse altro. E il mondo è pieno di persone con la sindrome di Asperger che sono individui unici e irripetibili, e che non possono essere ricondotte a nessun modello. Forse sono io che sono interessata a creare personaggi originali, ma mi sembra una carenza di originalità nel cinema che andrebbe colmata.

Tra gli altri pregi di questo film penso che abbia avuto il merito di connettere mentalmente tante persone diverse tra di loro. Esattamente come Oskar ha imparato a trovare una vicinanza con sua mamma, suo nonno, Abby, il marito di Abby e chiunque ha incontrato e a cui ha scritto.

Recensione | Film | Water Lilies

Titolo originale: Naissance des Pieuvres
Titolo internazionale: Water Lilies (in Italia non è mai uscito)
Regista: Céline Sciamma
Interpreti: Pauline Acquart, Louise Blachère, Adèle Haenel, Warren Jacquin
Anno: 2007
Lingua originale: Francese
Genere: Drammatico, Coming of Age
Sceneggiatura: Céline Sciamma
Musiche: Para One
Fotografia: Crystel Fournier
Link che mi hanno aiutata a scrivere questa recensione: 12345

Trama in breve, mi serve perché mi dilungherò su altro:
Marie, un’adolescente introversa, assiste allo spettacolo di nuoto sincronizzato della sua estroversa amica Anne, e si innamora sia dello sport sia di Floriane, la bellissima capitana della squadra di un livello superiore ad Anne. Pur di starle vicina decide di iscriversi anche lei in piscina, e attraverso l’amicizia che instaura con Floriane (accantonando quella con Anne) ha l’occasione di scoprire la propria sessualità; di studiare la percezione che gli altri hanno di lei, di Floriane e di Anne; e di comprendere le differenze tra il suo amore e l’amore di Anne per François, il fidanzato di Floriane, e il sentimento confuso che Floriane sembra manifestare sia per il ragazzo sia per lei stessa.

Prima premessa: Nonostante quello che potreste sentire in giro, questo film non ha nulla a che vedere con “Fucking Åmål”, di cui ho parlato qualche giorno fa. Non ne è una scopiazzatura, non è liberamente ispirato, le somiglianze che si possono trovare sono veramente minime (la storia d’amore tra una bruna riservata e una bionda con una reputazione da troietta e magari il fatto che siano entrambi film indipendenti) e trovo riduttivo fare una recensione dell’uno paragonandolo all’altro.
Seconda premessa: A differenza di “Fucking Åmål”, che è una commedia apertamente adolescenziale e gay, “Water Lilies” può anche non essere considerato un film gay, perché, nel cinema di Céline Sciamma, molto dipende dall’interpretazione che si dà all’opera.

Di sicuro è un film sull’adolescenza, e uno di quelli che si vedono rarissimamente nella vita. Ha una bellezza eterea, silenziosa (i dialoghi sono pochissimi e la musica c’è giusto all’inizio e alla fine e nei momenti salienti), stilizzata (l’unico segno di modernità è un cellulare che compare in una scena in croce), di quella che sotto la pelle nasconde molto altro, e che lascia trasparire i tormenti interiori delle protagoniste dai loro sguardi, caldi e vivi.

In questo senso, “Water Lilies” è l’opposto di “La Solitudine dei Numeri Primi”, perché anche se dobbiamo metterci lì a dire la nostra sulle motivazioni intrinseche delle protagoniste, su quello che le fa agire e su cosa pensino e sul perché siano attratte dal rispettivo interesse amoroso, non c’è nessuna ipocrisia: la regista stessa ha ammesso di aver lasciato ambigui questi aspetti, e per una buona ragione. Ha deciso di girare un film che potesse essere accettato e discusso dalla maggioranza, che trascinasse quanta più gente possibile a vederlo, che facesse immedesimare ragazze eterosessuali, bisessuali, lesbiche, pansessuali, anche ragazzi di qualsiasi orientamento. Ha fatto questo invece di renderlo un film militante e di nicchia – anche se lei stessa considera comunque l’averlo girato “un atto politico”. C’è un bel commento su Rotten Tomatoes di cui ricordo il senso ma non le parole esatte, e dà senz’altro da pensare: “Water Lilies” è uno di quei rarissimi film sulla sessualità femminile che non è concepito per far arrapare gli uomini in sala ma per far identificare le donne che hanno provato determinati sentimenti nell’adolescenza.

Infatti al centro della vicenda ci sono tre quindicenni appassionate di nuoto sincronizzato, e le riprese nello spogliatoio, in acqua, le riprese dei loro corpi seminudi, in costume da bagno e in biancheria abbondano, ma tutto questo è mostrato SENZA UN BRICIOLO di voyeurismo. Tutto è visto come una cosa normale, naturale, personale – come se noi spettatori fossimo una di quelle ragazze e ci sentissimo legittimati a guardarle. Pur amando “Carrie, lo sguardo di Satana” di Brian De Palma, riconosco che ci sia un abisso tra la sua scena iniziale negli spogliatoi femminili (qui) e l’opening di “Water Lilies” negli spogliatoi femminili (qui). La prima è chiaramente girata per fantasticare, è sognante, estranea, guarda le ragazze con attrazione; la seconda è neutra, da persona che vede certe cose tutti i giorni allo specchio, che sa riconoscere la cruda realtà quando ce l’ha sotto gli occhi, invece di immaginare come potrebbe essere spiando dal buco della serratura.

Molto del film ruota attorno alla cruda realtà, anche nella rappresentazione delle tre protagoniste. Ho scritto che sono mostrate senza alcun voyeurismo, ed è vero; ma non è un film che le presenta come delle bambine asessuate/stucchevoli e c’è grande attenzione verso i loro desideri romantici e carnali, come è giusto che sia quando si vuole girare un film sincero sull’adolescenza, e non la versione edulcorata che consenta ai genitori di negare lo sviluppo delle figlie.

Al centro di tutti gli intrecci amorosi c’è Marie, una ragazza che, almeno a prima vista, sembra più immatura delle altre: sempre ombrosa e in disparte, con la sua coda di cavallo e le sue t-shirt anonime, il suo corpo minuto e sottosviluppato (a vederla le daresti dodici anni anziché quindici) del quale si vergogna (pensa di avere un braccio più lungo dell’altro, quando deve cambiarsi nello spogliatoio indugia e si slaccia il reggiseno sotto la maglietta). Andando a scavare si scopre che Marie è una repressa: ha un’energia interna che tenta di soffocare in continuazione finché non esplode da sola – vedi la scena in cui beve con calma un succo di frutta mentre sta aspettando Floriane e all’improvviso lo getta a terra e lo schiaccia con veemenza – e c’è chi lo attribuisce a un’omosessualità repressa della quale comincia a malapena a rendersi conto quando si innamora di Floriane.
Marie sa di essere repressa, di lasciarsi dominare troppo, di essere simile alla sua testuggine e di portare addosso una corazza per evitare di essere ferita (esemplificativa è anche la scena in cui di punto in bianco dà una spinta violenta alla testuggine nella sua vaschetta, la testuggine si ritira nel guscio e Marie lascia ricadere il braccio, rassegnata), quindi a volte se la prende con se stessa, e il suo conflitto interiore è tale che non di rado è crudele con la sua migliore amica Anne quando non ce ne sarebbe alcun bisogno – motivo per cui Marie è il personaggio che mi piace di meno – e quando Anne si caccia nei guai Marie si preoccupa troppo poco per lei. C’è chi direbbe che sia manipolata da Floriane e stia ancora tentando di decidere a chi deve la sua lealtà, e posso accettarlo; ma per me è solo un’attenuante perché non riesco ad identificarmi più di tanto in lei (forse non ho vissuto i suoi specifici problemi col corpo, forse non ho avuto i suoi specifici problemi di lealtà, forse non essendo omosessuale non ho provato il suo angst e il suo tipo di repressione). La cosa che però mi ci fa identificare, e si tratta di un’altra caratteristica peculiare del personaggio, è che Marie è un’osservatrice, una che si interroga su quello che le passa davanti agli occhi e che prima di agire ci pensa su venti volte. Oh, e on top of that, grazie alle sue capacità di osservazione e alla sua consapevolezza, una volta sviscerato il pg si scopre che è la più matura di tutte.

Con Floriane, invece, la Sciamma ha spiegato che intendeva esplorare “l’aspetto difficile dell’essere una bella ragazza.” Il film è molto realistico in questo senso perché dice una verità – confermata da Rosalind Wiseman nel libro “Queen Bees and Wannabes” – che un sacco di altre pellicole non mostrano: mentre di solito al cinema le ragazze bellissime e con una sensualità naturale sono circondate di amici di entrambi i generi, sono popolari e coinvolte e hanno il mondo ai loro piedi, in “Water Lilies” Floriane è una specie di emarginata. La sua bellezza le consente di ottenere l’attenzione di molti ragazzi, che tuttavia la considerano solo un oggetto sessuale da esibire e da impalmare, e come se non bastasse non ha neanche un’amica perché le ragazze sono troppo invidiose di lei e l’hanno etichettata come troia anche se è ancora vergine.
La sua bellezza le impedisce di scendere oltre un certo livello nella gerarchia sociale, ma non la rende né felice né amata anche perché Floriane non sa più chi è: confonde la vera se stessa (che neppure conosce a fondo) con le dicerie sulla sua presunta troiaggine, e le alimenta indossando una maschera da sfrontata e disinibita, maschera che rifiuta di abbandonare persino quando Marie si dimostra innamorata di lei come persona. Floriane è molto più vulnerabile e meno matura di quella che sembra a prima vista, e credo sia questo il motivo per cui ci sia più focus su di lei rispetto ad Anne tra molti fans del film – oltreché per il rapporto che ha con Marie. A proposito di questo, Floriane la manipola dall’inizio alla fine perché è abituata ad usare il suo corpo per ottenere quello che vuole, e tutto quello che vuole è un’amica, una che le pari le spalle quando i ragazzi ci vanno troppo pesanti con lei, una che si interessi alla sua sicurezza e una con cui possa passare dei momenti di intimità, complicità, leggerezza. È perfettamente cosciente dell’attrazione di Marie e le manda segnali contraddittori (il modo in cui la tocca, la incoraggia, le fa complimenti, le si avvicina alla bocca, dice di non voler andare a letto con François contrapposto al suo costante interesse verso i ragazzi) senza intuire quanto facciano male, e che Marie non prenda l’iniziativa (almeno fino alla fine) perché è confusa da lei e teme di essere rifiutata. E infatti alla fine Marie sceglierà di essere amica dell’unica persona non abusiva che conosca.

Prima di presentare Anne, devo fare una precisazione su uno dei tanti pregi di “Water Lilies”: ha preso degli archetipi/stereotipi (l’estroversa cicciottella, la timidona smilza, la bellissima troietta) esclusivamente per farne delle deconstructions, per smontarli e mostrare cosa ci sia dietro. Quello che è successo per Marie e Floriane vale anche per Anne: al di là della migliore amica che ti spinge a fare le cose, che ti trascina qua e là, che porta avanti la conversazione, si cela una persona terribilmente sola, anche timida, e di certo molto insicura. Anne, come molte ragazze grasse che si sono sviluppate presto (ha un seno prosperoso, è piena di curve, ha lineamenti molto femminili), si sente invisibile, impermeabile agli occhi dei ragazzi malgrado la sua sessualità, prorompente come quella di Floriane ma meno attraente per parecchi. Perciò è plausibile che tenti di mostrare solo il lato migliore di sé, il buon carattere solare che le permetta di farsi vedere per un po’.
A tratti si rende conto del potere che deriva dal suo corpo, a tratti no, e di certo non sa gestirlo. Esempi della sua consapevolezza sono le gonne che indossa spessissimo, le magliette dai tagli femminili – su di lei abbondano il rosso, il nero, contrasti forti – e il fatto che a differenza di Marie la vediamo truccata qualche volta. Esempi della sua ingenuità sono invece il suo atteggiamento giocoso, le decorazioni con stelline e cuoricini che ha sulle magliette, la scena in cui dopo essersi spruzzata il deodorante lo assaggia spruzzandoselo in bocca e tossisce dandosi della stupida, il modo in cui si siede a gambe aperte nonostante abbia la gonna.
E sulla sua insicurezza, be’, come non citare l’opening che la vede come una gigantessa fuori posto in mezzo a tante ragazzine minute, non sviluppate e carine? O quando aspetta di restare sola nello spogliatoio prima di cambiarsi, tenendo addosso l’asciugamano e giustificandosi con “ho il costume che deve ancora asciugarsi”, perché si vergogna di farsi vedere nuda dalle altre, viste come “più belle” e “migliori”? Naturalmente anche Anne è una preda facile dei ragazzi incalzati dagli stereotipi del duro e dell’uomo “virile”, che devono considerarla davvero disperata, una che farebbe qualsiasi cosa pur di ottenere la loro attenzione e che possono rigirarsi come vogliono. Questo è proprio quello che succede con François, che siccome non riesce a rimediare una scopata con Floriane la usa per un po’ di sesso, dal momento che Anne passa i tre quarti del film a corteggiarlo. La vittoria Anne ce l’ha quando lo rifiuta – in maniera davvero molto eloquente, devo dire – alla fine, dopo essersi infusa nuovo coraggio grazie all’amicizia di Marie, con la quale ha scambiato anche un bacio perché “nella sua lista di cose da fare per arrivare alla maturità non aveva ancora spuntato il primo bacio”. Sono cose che succedono tra amiche e che spesso e volentieri non implicano attrazione sessuale, solo desiderio di sperimentare, giocare e vicinanza emotiva.

Speaking of François, qui arriviamo a una grande pecca del film: il modo in cui vengono rappresentati gli uomini. Sembra che siano solo esseri neutri che a malapena parlano e che servono a farsi traghettare verso la maturità, a parte François sono sullo sfondo, molestatori e allenatori violenti senza una battuta che sia una e con un atteggiamento di superiorità/dominanza, e a giudicare da come viene mostrata la relazione tra Floriane e François non c’è alcuna complicità tra di loro, stanno solo lì a pomiciare e a sorridersi e nel frattempo si cornificano. Non parliamo poi del modo in cui François illude Anne, by God, cerca di sedurla con sguardi da cucciolo bagnato ma durante il sesso con lei è brutale, non la bacia neppure e non pensa minimamente a darle piacere, sembra che si stia fottendo una realdoll – infatti alla fine Anne si arrende e sta sotto a subire, insomma, quasi come uno stupro. Proprio il contrario della scena di sesso tra Floriane e Marie (Floriane le chiede di sverginarla per prepararsi a François, dato che “se scopre che non sono davvero una troia è finita”), in cui Marie la guarda spesso, è impacciata, è preoccupata del suo benessere e dimostra tanta sensibilità quanta ne manca al maskioH della situazione.
Ora, anche se la regista dice che in questo film non c’è alcuna visione degli uomini, io non sono d’accordo, e per quel poco che si vedono fanno davvero schifo. È una rappresentazione che mi dà fastidio, la trovo superficiale e antifemminista – sì, avete letto bene: antifemminista. Ridurre i ragazzi a bestie assassine sempre vogliose, senza sensibilità, debolezze, ferite, conoscenze, progetti, sentimenti e pensieri è schiaffarli in una categoria con una brutta nomea, è stereotiparli e fare esattamente ciò che i maschilisti fanno con le donne. I ragazzi non devono per forza essere interessi amorosi, ma possono essere compagni di vita in altri modi, come amici, fratelli, conoscenti, colleghi, padri, nonni, cognati e così via, e siccome il mondo appartiene alle donne quanto appartiene agli uomini, il rispetto va mostrato anche nei loro confronti.

Parlando invece degli altri pregi di questo film, c’è il simbolismo del nuoto sincronizzato. Céline Sciamma ha spiegato che da ragazza ne era appassionata, e che ragionandoci ha capito che esprima molto della condizione delle ragazze nella società. È l’unico sport al mondo solo femminile, ed è l’unico sport al mondo dove devi fingere di non star facendo uno sport. In superficie le ragazze sembrano tutte uguali, fanno tutte gli stessi movimenti, sorridono e sono truccate come bambole; ma sott’acqua, dove devono scalciare e bilanciare per mantenersi a galla, stanno facendo un lavoraccio infame, il prezzo da pagare per essere considerate attraenti. La trovo una metafora originale della condizione femminile e che si sposa bene con il resto del film, che dice cose che di rado ho sentito dire finora, e di sicuro non al cinema.

TL;DR: “Water Lilies” mi è piaciuto sebbene abbia i suoi difetti. Mi è piaciuto per la sua originalità, per la sua audacia, per le verità che mostra, per le metafore, perché passa il Bechdel Test più di dieci volte, e per la meravigliosa scena finale con la musica “acquatica” e delicata di Para One.

Mie scene preferite:
Marie nella vasca da bagno – in costume e con la testuggine – che cerca di muoversi come le ragazze che ha visto allo spettacolo nell’opening e ha praticamente già deciso di iscriversi; Anne e Marie che si schizzano con la bottiglia d’acqua e ridono; Floriane e Marie che parlano di molestie a tratti con leggerezza a tratti con gravità; la scena in discoteca in cui si vede che Marie è bloccata e Floriane sta tentando di raggiungere i suoi scopi; le due scene di sesso speculari; la scena finale.

Link utili: 

Water Lilies su Wikipedia
Water Lilies COMPLETO su YouTube in francese con sottotitoli in portoghese (se conoscete una di queste lingue, guardatelo)