Khaled Hosseini, Stephen King e una riflessione grandiosa sulla letteratura

Secondo voi cosa significa per un'aspirante scrittrice e topo di biblioteca che ama due grandi scrittori come Khaled Hosseini e Stephen King sapere che il primo è un fan del secondo (e penso che Stephen King contraccambi, perché le ultime righe di "Joyland" mi sembrano molto ispirate alle ultime righe di "Il cacciatore di aquiloni")?? E cosa significa sapere che Hosseini è rimasto colpito da un passaggio del primissimo libro di Stephen King che io abbia mai letto, e dal primissimo racconto di Stephen King che mi sia mai interessato ("Il corpo" in "Stagioni Diverse"), passaggio e racconto e libro che mi sono rimasti nel cuore?? E cosa significa sapere che Hosseini, grazie a quel passaggio letto in gioventù, ha avuto lo spunto per regalare al web un articolo tratto da una sua intervista dove fa delle riflessioni eccezionali sulla letteratura, sui limiti degli scrittori e sui suoi, articolo che penso che sia semplicemente meraviglioso??

Significa che lo traduco immediatamente, e me lo stamperei per tenerlo sempre con me, perché al momento sono in uno stato di grazia e una parte di me stessa non riesce a credere che sia una coincidenza!

Link all'originale: qui. Naturalmente le immagini le ho trovate io grazie a un motore di ricerca.


ANCHE KHALED HOSSEINI NON RIESCE A RACCONTARE LE SUE STORIE COME VORREBBE RACCONTARLE DAVVERO

L'autore di "Il cacciatore di aquiloni" e "E l'eco rispose" vede l'introduzione a "Il corpo" di Stephen King come un'eccellente maniera di racchiudere i limiti degli scrittori

"By Heart" [“A memoria”, NDT] è una serie dove gli autori condividono e discutono i propri passaggi preferiti in assoluto della letteratura.

La maggior parte dei romanzi non viene mai completata ma abbandonata. Hermann Melville ha scarabocchiato modifiche prima della stesura finale di "Moby Dick" finché la scadenza del tipografo non ha più potuto aspettare; nei suoi diari, Virginia Woolf ha annunciato per lo meno in quattro occasioni differenti di aver completato "Le onde". Spesso gli scrittori continuano a scrivere e a ridefinire, come se aspettassero che fosse il mondo stesso a intimare loro di smettere.

La ragione di tutto questo, secondo Khaled Hosseini, è che è maledettamente difficile per un libro il ricreare la proporzione e la grandezza dell'idea degli autori prima che essa tocchi la pagina. Anche per i romanzieri le parole sono solo approssimazioni di quanto vivido e urgente sia il pensiero. "Ogni individuo è un oceano dentro di sé", mi ha detto. "Chiunque cammini lungo la strada. Tutti siamo un universo di pensieri, visioni dall'interno e sentimenti. Ma siamo anche tutti invalidati nella nostra inabilità, nel nostro modo unico di essere invalidi, di presentarci davvero al mondo."

Ecco perché quando gli ho domandato di discutere insieme a me di uno dei suoi passaggi preferiti di tutta la letteratura, Hosseini ha scelto l'incipit di "Il corpo", racconto di Stephen King inserito assieme ad altri tre in "Stagioni Diverse" (e la cui trasposizione cinematografica è stata diretta da Rob Reiner e ha visto come attore River Phoenix). Il narratore, Gordie LaChance, vuole raccontare ai lettori della primissima volta in cui abbia visto un cadavere da ragazzino, ma non è sicuro di riuscire a rendere giustizia alla storia. Per Hosseini, questo incipit invoca a meraviglia l'ansia davanti alla prospettiva che le nostre parole vengano fuori maciullate e fraintese, assieme alla gioia che proviamo quando le persone contro ogni aspettativa, hanno una connessione con noi.

Malgrado la sempre presente consapevolezza dello scrittore dei propri limiti, i libri di Hosseini hanno avuto un impatto profondo sui lettori. I suoi primi due romanzi, "Il cacciatore di aquiloni" e "Mille splendidi soli", hanno venduto 38 milioni di copie in dieci anni. L'ultimo romanzo, "E l'eco rispose", sarà pubblicato martedì. Come ne "Il corpo" esplora gli eventi che ci plasmano nell'infanzia: un padre, oppresso dalla povertà nell'Afghanistan rurale, riesce a tenere in vita suo figlio vendendo la figlia in adozione a una coppia ricca di Kabul. Il romanzo, narrato in maniera corale.

Ho parlato al telefono con l'autore.


Khaled Hosseini: Quand'ero una matricola al college ho trovato lavoro come addetto alla sicurezza. Era un ufficio high-tech di Santa Clara, con gli ingegneri che entravano e uscivano sempre. Stavo seduto tutto il giorno alla scrivania del front office, scrivendo i nomi di chi entrava e controllando le borse. Altrettanto spesso ho lavorato come guardiano notturno al cimitero, dalle 23:00 di sera alle 7:00 di mattina. Sorvegliavo l'edificio in solitudine, quando tutto era immerso nell'oscurità. Una volta all'ora facevo la ronda dell'edificio, ma la maggior parte del tempo la trascorrevo alla mia scrivania.

Provare a leggere durante il giorno era un incubo. Avevo una videocamera fissa su di me come se fosse il Grande Fratello, e se mi fossi fatto scivolare un libro sulle ginocchia mi sarei beccato una strigliata da uno dei capi della sorveglianza: "Mettilo via, figliolo." Il cimitero, per contro, era perfetto per fare i compiti o leggere, anche se teoricamente non era quello che ci si aspettava da me. La trovo una pretesa incredibilmente ingiusta, quella di stare su tutta la notte senza nulla da fare tranne fissare gli schermi della sorveglianza e un parcheggio vuoto. Per fortuna, di notte, non avevo nessuno a farmi da supervisore. Perciò ho trascorso i miei turni di guardia a studiare, leggere libri e scrivere racconti brevi. (Forse mi metterò nei guai, trent'anni in ritardo.)

Non ricordo come abbia scelto "Stagioni Diverse", ma l'ho letto durante i turni di sorveglianza al cimitero. Ne sono rimasto folgorato; "Il corpo", un racconto su dei ragazzini che vanno nei boschi a cercare un cadavere, è quello che ha avuto l'impatto maggiore su di me. Mi sono scoperto letteralmente trascinato da quell'età in cui i bambini si stanno per lasciare l'infanzia alle spalle. Quando hai dodici anni, sei ancora con un piede dentro l'infanzia; l'altro si sta posando a terra per entrare in una fase della vita del tutto nuova. La tua comprensione innocente del mondo si sta trasformando in qualcosa di più complicato e più incasinato, e non tornerai più indietro. Stephen King sa rendere l'intera situazione in maniera eccellente, e con tanta di quell'umanità, per i ragazzini nel racconto. Al loro rientro a casa hanno tutti avuto cambiamenti fondamentali. Nessuno dei quattro sarà più lo stesso di prima.

Quella storia l'ho letta senza sapere che un giorno avrei scritto di tematiche affini. Ho scritto molto sull'infanzia — in tutti e tre i miei libri, a ben vedere. Mi affascina il modo in cui le esperienze che si fanno in quegli anni possono perseguitare un individuo e tornare a fargli visita, rimanere una presenza della sua vita per decenni e decenni, e tramutarlo addirittura nell'individuo che sarà alla resa dei conti. "Il corpo" è una fotografia di questa idea, la migliore di qualsiasi romanzo che io conosca. Mi ha commosso nel profondo, e mi commuove tuttora.

Anni dopo riesco a capire che quell'incipit meraviglioso di quella storia aveva degli strati che non sono stato in grado di apprezzare da giovane uomo e scrittore non ancora pubblicato. Gordie, il narratore adulto della storia, guarda indietro alla sua infanzia con la paura di non rendere giustizia al racconto che vorrebbe scrivere:

Le cose più importanti sono le più difficili da dire. Sono quelle di cui ci si vergogna, poiché le parole le immiseriscono – le parole rimpiccioliscono cose che finché erano nella vostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori. Ma è più che questo, vero? Le cose più importanti giacciono troppo vicine al punto dov'è sepolto il vostro cuore segreto, come segnali lasciati per ritrovare un tesoro che i vostri nemici sarebbero felicissimi di portare via. 

Quando ho letto queste righe la prima volta avevo vent'anni: non più un adolescente, ma sicuramente un giovane uomo. In particolare a quell'età senti che il mondo non riesca a capire chi sei… se solo le persone potessero guardarti dentro e sapere tutto quello che ti porti appresso! In realtà questo passaggio mostra quanto noi tutti siamo soli. Quanto profondamente viviamo nella nostra testa, e quanto la persona che cammina per strada e stringe le mani agli altri sia solo un'approssimazione del nostro io interno. Il personaggio in cui risiediamo pubblicamente è solo un'approssimazione di chi siamo dentro, la versione rinsecchita e distorta di noi stessi che presentiamo al mondo reale. Questo succede perché le cose che per noi sono più importanti, quelle che per noi sono davvero vitali, sono in qualche maniera perversa le più difficili da esprimere. Ho provato tutte queste cose come giovane uomo che leggeva "Il corpo" per la prima volta.

Eppure adesso riesco a vedere ciò che non vedevo all'epoca: questo passaggio è una delle affermazioni più veritiere in cui mi sia mai imbattuto sul mestiere degli scrittori. Scrivi perché nella tua testa c'è un'idea che ti sembra così genuina, così importante, così vera. E poi, quando quell'idea passa attraverso i diversi filtri della tua mente, e tra le tue mani, e sulla pagina o sullo schermo del computer, diventa distorta, e viene sminuita. Se hai fortuna ciò che finisci per scrivere è un'approssimazione, o qualsiasi altra cosa fosse di quello che volevi scrivere.

Quando accade è solo un temperato monito dei tuoi limiti come scrittore o scrittrice. Può rivelarsi davvero frustrante. Solo a volte, quando scrivo, un pensiero riesce a passare incontaminato, imperturbabile, dalla mia testa allo schermo, chiaro come attraverso un vetro. E' una sensazione inebriante, euforica, sapere che ho comunicato qualcosa di così reale, così vero. Ma non capita di frequente. (Posso solo immaginare che ci siano scrittori in grado di scrivere così sempre. Dev'essere la differenza tra la grandezza e l'essere solo bravi.)

Anche i miei libri quando li ho completati sono solo un'approssimazione di quello che intendevo fare. Cerco di colmare quel vuoto, per quanto mi è possibile, il vuoto tra ciò che volevo dire e ciò che ho effettivamente scritto sulla pagina. Ma c'è sempre un vuoto, è sempre lì. E' davvero, davvero difficile. E ti rende più umile.

E poi c'è da considerare un altro strato. Non sarai in grado di esprimerti alla perfezione, magari, ma il tuo pubblico è composto da ascoltatori imperfetti. Gordie parla anche di questa specifica ansia:

E potreste fare rivelazioni che vi costano per poi scoprire che la gente vi guarda strano, senza capire affatto quello che avete detto, senza capire perché vi sembrava tanto importante da piangere quasi mentre lo dicevate. Questa è la cosa peggiore, secondo me. Quando il segreto rimane chiuso dentro non per mancanza di uno che lo racconti ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare.

Temiamo che saremo incompresi, e talvolta lo saremo sul serio. Le più potenti emozioni umane sono terribilmente difficili da spiegare in un modo che non le sminuisca o che non ti renda un po' ridicolo nell'esprimerle. E' fin troppo facile volerle salvaguardare, tenerle chiuse in un cassetto, anziché correre il rischio di non essere compresi o di incappare in qualche cattivo ascoltatore.

Ma è a questo che serve l'arte: serve sia ai lettori sia agli scrittori per superare i rispettivi limiti e incontrare qualcosa di autentico. Sembra un miracolo, vero? Che qualcuno sia in grado di articolare in maniera così chiara e così bella qualcosa che esiste dentro di te, avvolto in un sudario di nebbia. L'arte, quando è grande, lo raggiunge attraverso la nebbia, riesce a giungerne al cuore segreto, e lo mostra a te, lo tiene tra le mani davanti a te. Se ne hai l'occasione, è un'esperienza che rivela tante cose, commovente in maniera straordinaria. Ti senti compreso. Ti senti udito. Ecco perché ci rivolgiamo all'arte, per sentirci meno soli. E siamo meno soli. Hai l'opportunità di vedere, attraverso l'arte, che altri si sono sentiti come te, e ti senti meglio.

Ho cominciato a scrivere molto presto. Da quando ho imparato a usare una penna. Amavo l'idea di cercare di dare voce a ciò che avevo dentro, di creare ciò che per me era reale. E ho continuato a scrivere per tutta la mia vita, a sviluppare e approfondire questa compulsione con cui sono nato. Allo stesso tempo, è per me un incredibile onore e un piacere sapere che una persona ha letto il mio libro. Ricevere una lettera incredibilmente appassionata in cui mi viene spiegato come qualcosa che ho scritto ha toccato un'altra persona in maniera autentica. Che regalo enorme che è, quando sono io a riceverlo. Non esiste una ricompensa migliore, come scrittori, di questa.

Nota in calce:

1. Naturalmente Hosseini ha letto "Stagioni Diverse" in lingua originale, mentre io ho riportato l'incipit tradotto da Bruno Amato. Vi confesso solo che l'ho ritrovato tramite web, perché mettermi a caccia di "Stagioni Diverse" nella mia libreria sarebbe stato un lavoraccio infame allo stato attuale.

Finali torcibudella al cinema

Avevo pensato di intitolare questo articolo "Finali memorabili", così, giusto per semplificarmi la vita, ma mi sono resa conto che sarebbe stato scorretto. Il cinema è pieno di film dal finale memorabile (vogliamo parlare di "Il Gladiatore"? "White Oleander"? "La bicicletta verde"? "Water Lilies"? Ciascuno memorabile a modo suo), e se avessi dovuto elencare ogni singolo film del genere che abbia mai visto, l'articolo non avrebbe avuto fine. u____u Thus ho preferito andare sullo specifico usando un termine mezzo inventato, o una possibile traduzione dell'inglese "gut-wrenching".  

Per spiegarvi meglio cosa intenda, un film dal "finale torcibudella": 

  1. Non è necessariamente un film sanguinario, a differenza di quello che il nome sembrerebbe attestare. :) 
  2. Ha un climax che ti tiene davvero sulla corda. 
  3. Durante il climax non hai IDEA di come andranno a finire le cose. 
  4. Se anche hai qualche sospetto perché il film rientra in un genere dai canoni ben precisi, è stato gestito con tanta di quella maestria e tanta di quella originalità che ti vengono lo stesso dei dubbi sugli sviluppi futuri. 
  5. Se anche hai letto spoiler sul finale (essendo la Regina degli Spoiler), non hai idea di come verrebbe gestito un finale del genere, e sei tesa come una fionda mentre preghi di arrivarci per toglierti il mistero. 
  6. Una volta che il finale arriva ti si sgranano gli occhi, il cuore fa un balzo, il resto del corpo ha reazioni inconsulte (che possono variare dal rimanere immobili al dare inavvertitamente un pugno a chi ti sta sedut* vicino), e nel caso in cui fossi da sola potrebbe scenderti la lacrimuccia xD Oppure potresti vagare avanti e indietro nella tua stanza, immersa nell'atmosfera del film, a rivedere mentalmente fotogrammi sparsi del finale, per…  sviscerarli, tenerli stretti, ricordarli. 
  7. A modo suo il film lo consideri memorabile. 

​E allora, se non vi dispiacciono gli spoiler che di sicuro sto per farvi, vediamo qualche finale torcibudella per me! 

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Recensione | Film | Il Cigno Nero

Titolo originale: Black Swan
Titolo italiano: Il Cigno Nero
Regista: Darren Aronofsky
Interpreti: Natalie Portman, Vincent Cassel, Mila Kunis, Winona Ryder, Barbara Hershey, Benjamin Millepied
Anno: 2010
Lingua originale: Inglese
Genere: Drammatico, Horror, Thriller psicologico
Sceneggiatura: Andrés Heinz, John McLaughlin, Mark Heyman
Musiche: Clint Mansell
Fotografia: Matty Libathique
Scenografia: Thérèse De Prez
Costumi: Amy Westcott
Effetti speciali: Dan Schrecker
Casa di produzione: Protozoa & Phoenix Pictures

È difficile per molti film partire con il piede giusto, ma “Il Cigno Nero” ci riesce. Già nel sogno di Nina (il prologo, “quando Rothbart lancia l’incantesimo”) si avverte la malinconia, la rassegnazione e soprattutto l’ansietà che pervadono tutto il film. Forse è merito delle luci azzurrine soffuse della scena, del nero quasi totale, delle espressioni disperate della protagonista… e della luce abbacinante davanti a lei, quando il sogno ha termine –come se Nina ci si perdesse dentro. Eppure posso assicurarvi che malgrado l’inizio e il tema della follia, “Il Cigno Nero” non ha niente di onirico, anzi, è fin troppo terreno e realistico, come da copione per i film di Aronofsky.

Era da tempo che non mi capitava di vedere un film così duro, brutale, dove però la violenza non gronda sangue ma è tutta nella tua testa e nel modo in cui tua madre e il direttore della tua compagnia si rivolgono a te (e personalmente ho apprezzato questa crudezza psicologica molto più di quanto avrei apprezzato uno sbudellamento). Era da tempo che non mi capitava di vedere un film che sapesse intrecciare con maestria due storie, quella ufficiale di Nina e quella allusiva e simbolica di Odette. Era da tempo, infine, che non trovavo una storia sulla danza come arte, bellezza, perfezione, ma anche dannazione, che riuscisse a convincermi e in effetti a coinvolgermi – perché la danza di solito non mi ha mai comunicato nulla.

“Signore e signori, la squisita Nina Sayers.”

Nina Sayers è la prova vivente che nelle mani di un buon regista, un bravo sceneggiatore e un’ottima attrice si può creare un personaggio dolce, fragile e puro senza scadere nella banalità. È una ragazza che ha imparato a controllarsi al punto da essere una repressa, in molti modi (mangia pochissimo, non ha mai avuto una relazione amorosa seria, non ha mai contrastato in maniera aperta la madre Erica). È la ballerina che si applica di più nella compagnia, se dobbiamo credere alle parole di Erica, e in tutta onestà guardandola non riesco a dubitarne. Cerca come un’ossessa la perfezione in ogni singolo passo, ma ha paura di lasciarsi andare alle emozioni perché si scatenerebbe il suo lato oscuro, lato oscuro che viene risvegliato da due eventi principali.

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Su Lasciami Entrare…

Goddag, dam och herre! *Prega di aver scritto giusto* 
… Sì, be’, a parte il mio svedese maccheronico, vorrei condividere un bel video che mette a confronto la versione originale di “Lasciami Entrare” ("Låt den rätte komma in"/"Let the right one in", che ho visto e apprezzato) con il remake americano di due anni dopo ("Blood Story"/"Let Me In", che comunque guarderò per poter giudicare con cognizione di causa). Indovinate chi vince?

Spoiler alert se passate col cursore sulle immagini u_________u

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